«Laudato si’», logica (e illogica) della dialettica ecologica

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papa francesco

Non è tutto ecologismo quello che luccica, ma è segno che anche la religione ha compreso la necessità di un’azione seria affinché quello che spesso i credenti definiscono Creato, e che sarebbe molto più semplice chiamare Natura, non si disintegri per opera del figlio di un dio che, invece di soggiogare, coltivare e poi d’un tratto accorgersi di dover custodire, avrebbe fatto molto meglio a vivere, semplicemente, come fanno tutti gli altri esseri…

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Da non credente (almeno in una divinità sancita dalle religioni) e da sbattezzato, ho voluto comunque leggere per intero il tanto atteso testo papale ecologista, perché in molti si sono espressi prima della sua pubblicazione basandosi su estratti e rivelazioni, ma la portata di questa presa di posizione della Chiesa Cattolica ha importanza epocale e va compresa con attenzione.
Proverò ad evidenziare, in una sintesi critica durante la disamina dell’Enciclica «Laudato si’», alcuni punti fondamentali che vorrei analizzare approfonditamente, con il rigore scientifico che la logica m’impone, ma allo stesso tempo cercando di non anteporre alcun pregiudizio morale a quanto espresso dal pontefice.
Anticipo che ritengo, ad ogni modo, questo documento ecclesiastico uno dei più significativi nella storia della religione cattolica.
Lo scritto papale è, bisogna ammetterlo, d’impeccabile rigore scientifico nelle parti dedicate all’esame delle problematiche ecologiche, economiche e sociali. Molte affermazioni e citazioni sembrano espresse da un ecologo e non da un religioso.
Riporto alcuni estratti dell’Enciclica (in corsivo), a mio parere significativi, con il mio commento annotato:
La distruzione dell’ambiente umano è qualcosa di molto serio, non solo perché Dio ha affidato il mondo all’essere umano, bensì perché la vita umana stessa è un dono che deve essere protetto da diverse forme di degrado.

Lo sviluppo sostenibile

L’inizio è preoccupante: perché Dio ha affidato il mondo all’essere umano sembra non differire di molto da quell’antropocentrismo accentratore che la Chiesa ha incentivato al fine di sostenere principalmente il benessere umano.
Poco oltre il Papa fa appello alla ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale continuando ad associare, nella più infelice delle espressioni ecologiche, l’idea di sostenibilità a quella di sviluppo.
D’altra parte, qualche riga più avanti scrive che Meritano una gratitudine speciale quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo, sottolineando quindi che l’ammirazione cattolica è rivolta a chi si occupa dei problemi ecologici che danneggiano l’essere umano e i poveri. L’uomo è sempre al centro del discorso!
È molto lucida e interessante, però, la critica al predominio tecnologico e ai problemi da questo creati: Il cambiamento è qualcosa di auspicabile, ma diventa preoccupante quando si muta in deterioramento del mondo e della qualità della vita di gran parte dell’umanità […] La tecnologia che, legata alla finanza, pretende di essere l’unica soluzione dei problemi, di fatto non è in grado di vedere il mistero delle molteplici relazioni che esistono tra le cose, e per questo a volte risolve un problema creandone altri […] Si viene a creare un circolo vizioso in cui l’intervento dell’essere umano per risolvere una difficoltà molte volte aggrava ulteriormente la situazione. […] Sono lodevoli e a volte ammirevoli gli sforzi di scienziati e tecnici che cercano di risolvere i problemi creati dall’essere umano. Ma osservando il mondo notiamo che questo livello di intervento umano, spesso al servizio della finanza e del consumismo, in realtà fa sì che la terra in cui viviamo diventi meno ricca e bella, sempre più limitata e grigia, mentre contemporaneamente lo sviluppo della tecnologia e delle offerte di consumo continua ad avanzare senza limiti. In questo modo, sembra che ci illudiamo di poter sostituire una bellezza irripetibile e non recuperabile con un’altra creata da noi.

La biodiversità

L’analisi della situazione di minaccia in cui versa la diversità biologica il Papa scrive: Anche le risorse della terra vengono depredate a causa di modi di intendere l’economia e l’attività commerciale e produttiva troppo legati al risultato immediato […] Ma non basta pensare alle diverse specie solo come eventuali «risorse» sfruttabili, dimenticando che hanno un valore in sé stesse.
Il riconoscimento di un valore in sé stesse di ogni specie è qualcosa di davvero rivoluzionario da parte del rappresentante del credo più diffuso al mondo. È un aspetto che persino molti scienziati, moltissimi economisti e quasi tutti i politici non riconoscono.
La presa di posizione contro lo sfruttamento indiscriminato dell’ambiente diventa ancor più dettagliata e, direi quasi «sovversiva», quando afferma, riferendosi agli habitat a rischio, che Tuttavia, un delicato equilibrio si impone quando si parla di questi luoghi, perché non si possono nemmeno ignorare gli enormi interessi economici internazionali che, con il pretesto di prendersene cura, possono mettere in pericolo le sovranità nazionali. Di fatto esistono «proposte di internazionalizzazione dell’Amazzonia, che servono solo agli interessi economici delle multinazionali».
L’invito ad azioni concrete non manca e parte dalla necessità di sostenere la ricerca: È necessario investire molto di più nella ricerca, per comprendere meglio il comportamento degli ecosistemi e analizzare adeguatamente le diverse variabili di impatto di qualsiasi modifica importante dell’ambiente.

L’antropocentrismo

In alcuni passaggi, poi, sembra quasi che il pontefice voglia riscattarsi della comune visione antropocentrica del cattolicesimo e dichiara, quasi con felice rassegnazione, che: anche l’essere umano è una creatura di questo mondo. Quindi non che anche gli altri esseri viventi appartengano al mondo dell’uomo, ma quasi viceversa. È un cambiamento notevole del paradigma sinora adottato.
Ed infatti prosegue: L’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme […] un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri.
D’improvviso, quasi colto di sorpresa dalla svolta radicale che questa nuova coscienza ecologica sta portando nella sua fede cattolica, avvisa i credenti che Invece di risolvere i problemi dei poveri e pensare a un mondo diverso, alcuni si limitano a proporre una riduzione della natalità. Non mancano pressioni internazionali sui Paesi in via di sviluppo che condizionano gli aiuti economici a determinate politiche di «salute riproduttiva». E il punto di vista innovativo che si stava configurando, crolla nuovamente quando al centro del discorso viene posto ancora l’uomo: la sua crescita (non quella economica) ma quella spinta vitale divina, non può limitarsi. Questo implica che ancora una volta, la contraccezione che ha una doppia utilità sociale ed ecologia nel ridurre natalità, ma allo stesso tempo mortalità dovuta alle malattie soprattutto nei paesi più poveri su cui si concentra l’attenzione papale, resta un tabù per la Chiesa. Eppure è proprio questo il nodo gordiano di tutte le problematiche sociali e ambientali: il numero di persone sulla Terra è insostenibile! Sembra che il Papa innovatore ed ecologista ne sia ben consapevole, ma venga forzato da qualcuno o da qualcosa a chiarire bene la posizione della Chiesa in merito: la crescita demografica è pienamente compatibile con uno sviluppo integrale e solidale». Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi. Basta una simile idea a vanificare lo sforzo d’apertura del cattolicesimo verso l’ambiente e la sua tutela. Certamente il consumo sproporzionato di risorse naturali crea disuguaglianza nelle responsabilità dei singoli essere umani nel mondo. Non si può pensare che un abitante di un villaggio africano abbia la stessa impronta ecologica di un cittadino americano. Però il minimo impatto ambientale del primo viene compensato dall’alto numero di figli messi al mondo. Figli che, sebbene in maniera di gran lunga inferiore ai consumi del mondo occidentale, necessitano di spazio (e quindi contribuiscono alla deforestazione per l’espansione di strade e abitazioni), cibo (e quindi riducono, inevitabilmente le risorse naturali), producono rifiuti (spesso senza alcuna forma di raccolta e riciclo), utilizzano combustibili fossili (ad esempio, nel Sud-est asiatico l’elevata natalità della popolazione, sebbene caratterizzata da minori consumi rispetto all’Occidente, impiega mezzi di trasporto, come le motociclette, che nel complesso sono altrettanto inquinanti a causa dell’elevato numero), etc.

Qualità e quantità

La quantità, e non solo la quantità, conta. La Chiesa lo sa, ma sarebbe un passo troppo lungo invitare i fedeli alla contraccezione e a ridurre la popolazione. Eppure, paradossalmente, questo salverebbe molte più vite di qualunque azione volontaria umana. È vero che il problema della denutrizione è dovuto all’iniqua distribuzione delle risorse alimentari, ma per garantire sostentamento a 9 futuri miliardi di persone a quante altre specie sottrarremo ecosistemi e risorse? Già gli attuali 7 miliardi utilizzano 1,5 pianeti disponibili. Peccato che ne abbiamo solo uno.
Un po’ di riscatto lo si rinviene nel seguito, ma non è sufficiente: Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi […]Come spesso accade in epoche di profonde crisi, che richiedono decisioni coraggiose, siamo tentati di pensare che quanto sta succedendo non è certo. Se guardiamo in modo superficiale, al di là di alcuni segni visibili di inquinamento e di degrado, sembra che le cose non siano tanto gravi e che il pianeta potrebbe rimanere per molto tempo nelle condizioni attuali. Questo comportamento evasivo ci serve per mantenere i nostri stili di vita, di produzione e di consumo.
Poi, come se fosse un altro pontefice, quello nuovamente razionale ed ecologista a scrivere, le parole diventano nuovamente evocative e i pensieri potenti: alcuni sostengono ad ogni costo il mito del progresso […] Su molte questioni concrete la Chiesa non ha motivo di proporre una parola definitiva e capisce che deve ascoltare e promuovere il dibattito onesto fra gli scienziati, rispettando le diversità di opinione. […] la scienza e la religione, che forniscono approcci diversi alla realtà, possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe.
Quando si arriva alla discussione degli scritti biblici la doppia natura papale emerge come in una lotta tra il Davide credente e il Golia razionale. Se da una parte, ammette: I racconti della creazione nel libro della Genesi contengono, nel loro linguaggio simbolico e narrativo, profondi insegnamenti sull’esistenza umana e la sua realtà storica. […]L’armonia tra il Creatore, l’umanità e tutto il creato è stata distrutta per avere noi preteso di prendere il posto di Dio, rifiutando di riconoscerci come creature limitate. Questo fatto ha distorto anche la natura del mandato di soggiogare la terra (cfr Gen 1,28) e di coltivarla e custodirla (cfr Gen 2,15). Dall’altra, riconosce che: Noi non siamo Dio. La terra ci precede e ci è stata data.
Appare troppo difficile però andare oltre e rivalutare radicalmente il messaggio della Genesi. Perché da un lato Francesco continua a sostenere che l’uomo sia l’immagine di Dio (quindi il suo principale interesse) e a lui è stato affidato il compito di «soggiogare il creato» e dall’altro: oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature. La dicotomia e la contraddizione è difficilmente interpretabile logicamente. Certamente uno sforzo c’è stato, ma il principio della centralità umana non tende a una rielaborazione. L’uomo distrugge e l’uomo può proteggere. L’uomo soggioga e l’uomo coltiva: È importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a «coltivare e custodire» il giardino del mondo (cfr Gen 2,15).
Appare tutto più definito poco sotto: la Bibbia non dà adito ad un antropocentrismo dispotico che non si interessi delle altre creature. Ovvero, la Bibbia (e la chiesa) professano l’antropocentrismo, ma non quello dispotico. Oggi la Chiesa non dice in maniera semplicistica che le altre creature sono completamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in sé stesse e noi potessimo disporne a piacimento. Ovvero, le altre creature sono subordinate all’uomo, ma non completamente.
Il Papa della ragione torna a scrivere poche pagine più in là: L’universo non è sorto come risultato di un’onnipotenza arbitraria, di una dimostrazione di forza o di un desiderio di autoaffermazione. […] Se riconosciamo il valore e la fragilità della natura, e allo stesso tempo le capacità che il Creatore ci ha dato, questo ci permette oggi di porre fine al mito moderno del progresso materiale illimitato. E qui si entra nella parte più rivoluzionaria dell’enciclica, a mio parere. Il mito del progresso inizia ad essere profondamente criticato, così come appaiono accenni di apertura verso l’evoluzionismo: Egli è presente nel più intimo di ogni cosa senza condizionare l’autonomia della sua creatura, e anche questo dà luogo alla legittima autonomia delle realtà terrene. […] L’essere umano, benché supponga anche processi evolutivi, comporta una novità non pienamente spiegabile dall’evoluzione di altri sistemi aperti. Si passa, addirittura, a una critica «scientifica» della selezione naturale nella dimensione sociale: La visione che rinforza l’arbitrio del più forte ha favorito immense disuguaglianze, ingiustizie e violenze per la maggior parte dell’umanità, perché le risorse diventano proprietà del primo arrivato o di quello che ha più potere: il vincitore prende tutto. […] In tal modo aggiungiamo un ulteriore argomento per rifiutare qualsiasi dominio dispotico e irresponsabile dell’essere umano sulle altre creature. Lo scopo finale delle altre creature non siamo noi. Invece tutte avanzano, insieme a noi e attraverso di noi, verso la meta comune, che è Dio, in una pienezza trascendente dove Cristo risorto abbraccia e illumina tutto. […] ogni creatura ha una funzione e nessuna è superflua. […]

La rete della vita

La rete della vita emerge come radicale consapevolezza cristiana: noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale[…] ma poi frana, nuovamente, tornando alle vecchie idee sulla centralità dell’uomo: Questo non significa equiparare tutti gli esseri viventi e togliere all’essere umano quel valore peculiare che implica allo stesso tempo una tremenda responsabilità. […] Si avverte a volte l’ossessione di negare alla persona umana qualsiasi preminenza, e si porta avanti una lotta per le altre specie che non mettiamo in atto per difendere la pari dignità tra gli esseri umani. Certamente ci deve preoccupare che gli altri esseri viventi non siano trattati in modo irresponsabile, ma ci dovrebbero indignare soprattutto le enormi disuguaglianze che esistono tra di noi. Ed è in quel soprattutto che risiede la fallacia dialettica. Infatti, sebbene non ce ne sia ragione di una tale specifica, poiché appare del tutto implausibile che chi lotta per il benessere degli altri esseri viventi sia indifferente proprio a quello umano. Eppure Francesco, per non lasciare nulla all’interpretazione, lo sottolinea: È evidente l’incoerenza di chi lotta contro il traffico di animali a rischio di estinzione, ma rimane del tutto indifferente davanti alla tratta di persone, si disinteressa dei poveri, o è determinato a distruggere un altro essere umano che non gli è gradito. L’uomo, l’uomo, però non dimentichiamoci l’uomo sembra, che voglia urlare, eppure riconosce: è vero anche che l’indifferenza o la crudeltà verso le altre creature di questo mondo finiscono sempre per trasferirsi in qualche modo al trattamento che riserviamo agli altri esseri umani […] Ogni maltrattamento verso qualsiasi creatura «è contrario alla dignità umana». Ma come, il maltrattamento non dovrebbe esser contrario alla dignità universale, ovvero nel caso religioso a quella divina. E invece, un inciampo (lo stesso di quello legislativo italiano), è reato, è peccato perché lede la dignità umana, non quella dell’essere vivente che l’ha subito. È l’uomo, è l’uomo che si dispiace, che si mortifica, per cui «non maltrattare». Che «la creatura» si faccia del male viene dopo, in ordine d’importanza c’è l’uomo, l’uomo sempre al primo posto.
Sugli aspetti che riguardano primariamente l’uomo, però, il Papa diventa prima rousseauniano: Il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una «regola d’oro» del comportamento sociale, e il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale» e poi persino tolstojano La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata. Da ciò deriva che: L’ambiente è un bene collettivo, patrimonio di tutta l’umanità e responsabilità di tutti. Chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti. Ancora… patrimonio di tutta l’umanità? Non stiamo parlando mica delle piramidi egizie o di Castel del Monte, qui parliamo di ambiente. Che non è patrimonio dell’umanità, ma «dovere del padre», come l’etimologia della parola stessa stabilisce. Quindi lo stesso pontefice sembra confondere ciò che è di Dio (o della Natura) con ciò che è dell’uomo. Si cade così nello stesso errore ideologico riportato precedentemente nell’Enciclica: l’uomo si è illuso di esser Dio e che il mondo gli appartenga.
Le modifiche che l’uomo è in grado di apportare con la scienza e la tecnica alla natura vengono prese in rassegna a metà dello scritto e riprese più approfonditamente alla fine: L’intervento dell’essere umano sulla natura si è sempre verificato, ma per molto tempo ha avuto la caratteristica di accompagnare, di assecondare le possibilità offerte dalle cose stesse. […] Viceversa, ora ciò che interessa è estrarre tutto quanto è possibile dalle cose attraverso l’imposizione della mano umana, che tende ad ignorare o a dimenticare la realtà stessa di ciò che ha dinanzi.
Intanto il pontefice critica, con sorprendente chiarezza, la crescita economica invocata da molti politici ed economisti ed invita alla decrescita: Da qui si passa facilmente all’idea di una crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli economisti, i teorici della finanza e della tecnologia. Ciò suppone la menzogna circa la disponibilità infinita dei beni del pianeta, che conduce a «spremerlo» fino al limite e oltre il limite. Si tratta del falso presupposto che «esiste una quantità illimitata di energia e di mezzi utilizzabili, che la loro immediata rigenerazione è possibile e che gli effetti negativi delle manipolazioni della natura possono essere facilmente assorbiti». […] Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane.

L’architettura

E anche la scienza e la cultura ecologica vengono criticate in maniera costruttiva e innovativa: La frammentazione del sapere assolve la propria funzione nel momento di ottenere applicazioni concrete, ma spesso conduce a perdere il senso della totalità, delle relazioni che esistono tra le cose, dell’orizzonte ampio, senso che diventa irrilevante. […] Una scienza che pretenda di offrire soluzioni alle grandi questioni, dovrebbe necessariamente tener conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle altre aree del sapere, comprese la filosofia e l’etica sociale. […] La cultura ecologica non si può ridurre a una serie di risposte urgenti e parziali ai problemi che si presentano riguardo al degrado ambientale, all’esaurimento delle riserve naturali e all’inquinamento. Dovrebbe essere uno sguardo diverso, un pensiero, una politica, un programma educativo, uno stile di vita e una spiritualità che diano forma ad una resistenza di fronte all’avanzare del paradigma tecnocratico. […] Se l’architettura riflette lo spirito di un’epoca, le megastrutture e le case in serie esprimono lo spirito della tecnica globalizzata, in cui la permanente novità dei prodotti si unisce a una pesante noia. Non rassegniamoci a questo e non rinunciamo a farci domande sui fini e sul senso di ogni cosa.
Ma è l’analisi degli effetti della tecnologia che, più d’ogni altro aspetto, risulta dettagliata e interessante: L’antropocentrismo moderno, paradossalmente, ha finito per collocare la ragione tecnica al di sopra della realtà, perché questo essere umano «non sente più la natura né come norma valida, né come vivente rifugio. La vede senza ipotesi, obiettivamente, come spazio e materia in cui realizzare un’opera nella quale gettarsi tutto, e non importa che cosa ne risulterà».
Una cattiva interpretazione dell’antropocentrismo moderno è dunque, secondo il Papa, la causa dei problemi ambientali, non l’antropocentrismo di per se. Non si riscatta, infatti, quando scrive: Una presentazione inadeguata dell’antropologia cristiana ha finito per promuovere una concezione errata della relazione dell’essere umano con il mondo. Molte volte è stato trasmesso un sogno prometeico di dominio sul mondo che ha provocato l’impressione che la cura della natura sia cosa da deboli. Invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di intenderlo come amministratore responsabile. Infatti, è sempre l’uomo a esser stato incaricato dal divino di amministrare la Natura.
Nuovamente il raziocinio dell’uomo scevro dei dogmi sempre riemergere: Tutto è connesso. Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola, perché «Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura». […] Ma non si può prescindere dall’umanità. Non ci sarà una nuova relazione con la natura senza un essere umano nuovo. Ma il castello costruito su nuove fondamenta frana definitivamente a in questo passaggio: Quando la persona umana viene considerata solo un essere in più tra gli altri, che deriva da un gioco del caso o da un determinismo fisico, «si corre il rischio che si affievolisca nelle persone la coscienza della responsabilità». Un antropocentrismo deviato non deve necessariamente cedere il passo a un «biocentrismo», perché ciò implicherebbe introdurre un nuovo squilibrio, che non solo non risolverà i problemi, bensì ne aggiungerà altri. È questo, a mio parere, il pensiero più «peccaminoso» dell’Enciclica. E non è un caso: Quando il pensiero cristiano rivendica per l’essere umano un peculiare valore al di sopra delle altre creature, dà spazio alla valorizzazione di ogni persona umana, e così stimola il riconoscimento dell’altro.
Un flebile ripensamento c’è, ma la sostanza non muta: Quando l’essere umano pone sé stesso al centro, finisce per dare priorità assoluta ai suoi interessi contingenti, e tutto il resto diventa relativo. Perciò non dovrebbe meravigliare il fatto che, insieme all’onnipresenza del paradigma tecnocratico e all’adorazione del potere umano senza limiti, si sviluppi nei soggetti questo relativismo, in cui tutto diventa irrilevante se non serve ai propri interessi immediati. Anzi, direi che peggiora quando dice: il Catechismo insegna che le sperimentazioni sugli animali sono legittime solo se «si mantengono in limiti ragionevoli e contribuiscono a curare o a salvare vite umane». Ovvero, siate rispettosi fratelli, ma se ne va della vostra vita uccidere è giusto. Certo, fatelo con rispetto: «è contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita». Qualsiasi uso e sperimentazione «esige un religioso rispetto dell’integrità della creazione». Eppure, quando parla di sperimentazioni sugli embrioni è categorico: Spesso si giustifica che si oltrepassino tutti i limiti quando si fanno esperimenti con embrioni umani vivi. Si dimentica che il valore inalienabile di un essere umano va molto oltre il grado del suo sviluppo. Ma la vita non è vita sia che si tratti di un embrione umano sia che si tratti di un ratto? Il dilemma etico resta irrisolto.

Gli Ogm

Il Santo Padre appare, invece, più cauto e oculato sulla questione Ogm accennata precedentemente: circa l’intervento umano sul mondo vegetale e animale, che implica oggi mutazioni genetiche prodotte dalla biotecnologia […] è legittimo l’intervento che agisce sulla natura «per aiutarla a svilupparsi secondo la sua essenza, quella della creazione, quella voluta da Dio». È difficile emettere un giudizio generale sullo sviluppo di organismi geneticamente modificati (Ogm) […] Tuttavia in natura questi processi hanno un ritmo lento, che non è paragonabile alla velocità imposta dai progressi tecnologici attuali, anche quando tali progressi si basano su uno sviluppo scientifico di secoli. […] In molte zone, in seguito all’introduzione di queste coltivazioni, si constata una concentrazione di terre produttive nelle mani di pochi […] L’estendersi di queste coltivazioni distrugge la complessa trama degli ecosistemi, diminuisce la diversità nella produzione e colpisce il presente o il futuro delle economie regionali. In diversi Paesi si riscontra una tendenza allo sviluppo di oligopoli nella produzione di sementi e di altri prodotti necessari per la coltivazione, e la dipendenza si aggrava se si considera la produzione di semi sterili, che finirebbe per obbligare i contadini a comprarne dalle imprese produttrici.
Un altro tema che l’Enciclica affronta «senza Mitra sulla testa» è quello dei diritti dei popoli indigeni e la loro importanza: Sappiamo, per esempio, che Paesi dotati di una legislazione chiara per la protezione delle foreste, continuano a rimanere testimoni muti della sua frequente violazione. […] La scomparsa di una cultura può essere grave come o più della scomparsa di una specie animale o vegetale. […] è indispensabile prestare speciale attenzione alle comunità aborigene con le loro tradizioni culturali. Non sono una semplice minoranza tra le altre, ma piuttosto devono diventare i principali interlocutori, soprattutto nel momento in cui si procede con grandi progetti che interessano i loro spazi. Per loro, infatti, la terra non è un bene economico, ma un dono di Dio e degli antenati che in essa riposano, uno spazio sacro con il quale hanno il bisogno di interagire per alimentare la loro identità e i loro valori. Quando rimangono nei loro territori, sono quelli che meglio se ne prendono cura. Tuttavia, in diverse parti del mondo, sono oggetto di pressioni affinché abbandonino le loro terre e le lascino libere per progetti estrattivi, agricoli o di allevamento che non prestano attenzione al degrado della natura e della cultura. Il messaggio è potente e diretto. Non una piega. Forse perché l’uomo, anche se quello indigeno, è il soggetto. Sono di straordinaria importanza, però, queste parole!
Verso la fine della discussione sulle problematiche ecologiche l’attenzione passa ai beni comuni e alla responsabilità verso chi verrà dopo di noi: Tutta la società – e in essa specialmente lo Stato – ha l’obbligo di difendere e promuovere il bene comune. […] la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno. […] L’attenuazione degli effetti dell’attuale squilibrio dipende da ciò che facciamo ora, soprattutto se pensiamo alla responsabilità che ci attribuiranno coloro che dovranno sopportare le peggiori conseguenze. […] l’umanità del periodo post-industriale sarà forse ricordata come una delle più irresponsabili della storia, c’è da augurarsi che l’umanità degli inizi del XXI secolo possa essere ricordata per aver assunto con generosità le proprie gravi responsabilità.
E agli aspetti pratici: [i Paesi poveri] devono anche sviluppare forme meno inquinanti di produzione di energia, ma per questo hanno bisogno di contare sull’aiuto dei Paesi che sono cresciuti molto a spese dell’inquinamento attuale del pianeta. […] si stabiliscano meccanismi e sussidi in modo che i Paesi in via di sviluppo possano avere accesso al trasferimento di tecnologie, ad assistenza tecnica e a risorse finanziarie. […] La maggior parte degli abitanti del pianeta si dichiarano credenti, e questo dovrebbe spingere le religioni ad entrare in un dialogo tra loro orientato alla cura della natura, alla difesa dei poveri, alla costruzione di una rete di rispetto e di fraternità. È indispensabile anche un dialogo tra le stesse scienze, dato che ognuna è solita chiudersi nei limiti del proprio linguaggio, e la specializzazione tende a diventare isolamento e assolutizzazione del proprio sapere. […] Il consumismo ossessivo è il riflesso soggettivo del paradigma tecno-economico. […] Più il cuore della persona è vuoto, più ha bisogno di oggetti da comprare, possedere e consumare. […] Un cambiamento negli stili di vita potrebbe arrivare ad esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale. È ciò che accade quando i movimenti dei consumatori riescono a far sì che si smetta di acquistare certi prodotti e così diventano efficaci per modificare il comportamento delle imprese, forzandole a considerare l’impatto ambientale e i modelli di produzione. È un fatto che, quando le abitudini sociali intaccano i profitti delle imprese, queste si vedono spinte a produrre in un altro modo. Questo ci ricorda la responsabilità sociale dei consumatori. «Acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico». Per questo oggi «il tema del degrado ambientale chiama in causa i comportamenti di ognuno di noi».
Non mancano le riflessioni sul potere dell’educazione e delle nuove generazioni: Nei Paesi che dovrebbero produrre i maggiori cambiamenti di abitudini di consumo, i giovani hanno una nuova sensibilità ecologica e uno spirito generoso, e alcuni di loro lottano in modo ammirevole per la difesa dell’ambiente, ma sono cresciuti in un contesto di altissimo consumo e di benessere che rende difficile la maturazione di altre abitudini. […] L’educazione ambientale è andata allargando i suoi obiettivi. Se all’inizio era molto centrata sull’informazione scientifica e sulla presa di coscienza e prevenzione dei rischi ambientali, ora tende a includere una critica dei «miti» della modernità basati sulla ragione strumentale (individualismo, progresso indefinito, concorrenza, consumismo, mercato senza regole) […] Affinché la norma giuridica produca effetti rilevanti e duraturi è necessario che la maggior parte dei membri della società l’abbia accettata a partire da motivazioni adeguate, e reagisca secondo una trasformazione personale.

Infine, una critica ai fedeli indifferenti: Tuttavia dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le proprie abitudini e diventano incoerenti. Manca loro dunque una conversione ecologica […] Implica pure l’amorevole consapevolezza di non essere separati dalle altre creature, ma di formare con gli altri esseri dell’universo una stupenda comunione universale. [Il credente] Non interpreta la propria superiorità come motivo di gloria personale o di dominio irresponsabile, ma come una diversa capacità che a sua volta gli impone una grave responsabilità che deriva dalla sua fede.

L’invito di chiosa è all’azione concreta (quasi al boicottaggio): Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo. Viceversa, il mondo del consumo esasperato è al tempo stesso il mondo del maltrattamento della vita in ogni sua forma.

La grande attesa per questa prima enciclica ecologica nella storia della Chiesa cattolica lascia un po’ di amaro in bocca. Poco è cambiato rispetto alle idee di centralità dell’uomo, del suo diritto e dovere di amministrare la Natura e di disporre, senza abusare ma per il suo beneficio, dell’esistenza degli altri esseri viventi. D’altra parte alcuni passaggi sono estremamente coraggiosi e promettenti. In questo scritto non c’è nulla di più di quanto sia stato già detto da centinaia di ecologisti, scienziati, filosofi e pensatori. C’è però, per la prima volta nella storia umana, un invito a prender coscienza dell’impatto della nostra specie sulla Natura da parte del capo di una fede monoteista. Certo, ancora molta strada dev’essere percorsa dalle religioni verso una ridefinizione del posto dell’uomo nell’universo e nel mondo, verso l’accettazione dell’evoluzione delle specie e di un essere umano visto non come un fine ultimo, ma come un risultato importante e non indispensabile delle leggi naturali. Molto ancora deve esser riconosciuto da un punto di vista morale ed etico alle altre specie, affinché i diritti che ci arroghiamo e l’importanza spirituale di cui ci siamo ammantati siano equamente redistribuiti a ogni forma di vita.
La tanto attesa posizione della Chiesa sull’ecologia ha, però, la forza di raggiungere, pur con qualche ammaccatura (e alcune davvero importanti, come l’invito a non sostituire l’antropocentrismo con il biocentrismo), una platea più ampia di qualunque concerto, di qualunque summit, di qualunque manifestazione che sia mai stato organizzato in favore della tutela dell’ambiente.
Non è tutto ecologismo quello che luccica, ma è segno che anche la religione ha compreso la necessità di un’azione seria affinché quello che spesso i credenti definiscono Creato, e che sarebbe molto più semplice chiamare Natura, non si disintegri per opera del figlio di un dio che, invece di soggiogare, coltivare e poi d’un tratto accorgersi di dover custodire, avrebbe fatto molto meglio a vivere, semplicemente, come fanno tutti gli altri esseri…

 

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D., Associate Professor, Biodiversity and ecology laboratory, Biological Institute, Tomsk State University, Russia