Dubbi nucleari e legittimi sospetti

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Il nucleare è stato, per tanto tempo, lasciato in pasto (con curata e sapiente disinformazione, per attuare strategie di distrazione di massa) alle devastazioni degli scontri ideologici, alle distruttive convenienze partitiche (a volte solo per presunti vantaggi o per interessate partecipazioni a lauti profitti e riconoscimenti) che hanno trovato un deviato conforto nel rassicurante ma mistificante, senso comune delle cose: un sistema acritico di costruzione di convincimenti che spesso non sono neanche vane speranze, ma solo folli ed egoistiche alienazioni dalla realtà. Un sistema che, accettando il mondo così come è, induce a non preoccuparsi delle conseguenze o, quantomeno, a trascurarne gli impatti, perché «le cose, nel mondo, sono sempre andate avanti in questo modo» (come viene raccontato da un inetto perbenismo che amplifica, come successo, la misera opulenza del poter sempre consumare, come proprie e senza limiti, anche le risorse e gli equilibri vitali del pianeta che sono, però, essenziali per le future generazioni).

[vedi anche: Energia, ma è vera crisi? il «senso delle cose» e il «senso comune, in L’Energia che verrà, «Villaggio Globale» anno XI, n. 43, settembre 2008].

Sono, così, moltissimi quelli che alla fine potrebbero trovarsi a dare un consenso non deciso e non intenzionale: al millantato minor costo dell’energia elettrica prodotta dal vapore generato da un impianto nucleare, al conseguente possesso di un’immaginaria tecnologia avanzata, all’infondata necessità di una scelta competitiva insidiosamente considerata un bene, ad un minaccioso futuro di consumi e affari preordinato per un’avida e insostenibile rendita che potrà contare, poi, anche sulle redditizie gestioni dei disastri e delle complicazioni del post-nucleare (perché proprio le emergenze sono ottime occasioni per grandi affari, come anche recenti fatti della nostra storia hanno dimostrato).
Il nucleare è un estremo caso di quell’entusiasmante e rovinosa politica del «fare qualunque cosa si possa fare», in nome di mistificanti prospettive di sviluppo che sono, in realtà, solo interessate occasioni per devianti profitti. Un fare che, se pur anima buone ricerche e scoperte, alla fine viene consacrato, imbrigliato a produrre tecnologia, consumi senza senso e alti profitti, tutte cose, queste, che finiranno col disperdere risorse naturali ed energie umane per la mancanza di valutazioni su finalità e obiettivi (energia: ma per quale modello di economia? e soprattutto per quali utilizzatori?). In questo scenario non c’è da sorprendersi se poi vengono a mancare i tempi e le risorse per una ricerca di nuove e attese conoscenze, per migliori e condivisibili riflessioni e scelte operative a favore di un progresso umano.

[vedi anche: Energia, ma è vera crisi? Le ragioni del «no» a questo nucleare: Il prezzo del combustibile, in L’Energia che verrà, «Villaggio Globale» anno XI, n. 43, settembre 2008].

C’è chi si chiede per quanto altro tempo dovremo assistere all’agonia del dinosauro nucleare prodotto dalla modernità del secolo scorso, ieri così veloce nel dare l’idea di un entusiasmate avanzamento scientifico (deviato, in realtà, a soddisfare ben altro). Oggi, invece, così lento nel concludere il suo irreversibile coma profondo, anche perché sono molti i dottori che lo tengono in cura (per passioni tecnologiche, ma anche per interesse sinceramente scientifico, o per lucrosi profitti da mettere a segno o per eccitate incompetenze in materia). Alla fine, i più avveduti, hanno dovuto, però, prendere atto della non praticabilità, almeno di questo nucleare, e della mancanza di senso nel sostegno a questo malato che, così com’è oggi, è destinato all’estinzione.

C’è chi vorrebbe porre un limite, purtroppo improbabile, ai costi sempre più insostenibili (per la difesa della salute degli esseri viventi e dell’ambiente e non solo per la costruzione e gestione economica e per i tentativi di mettere in sicurezza provata, gli impianti) di un «accanimento terapeutico» per la sopravvivenza di questo nucleare, deciso alcune decine di anni fa, che non poteva, però, che portarlo all’attuale e preoccupante suo stato di agonia.
Già prima ancora di costruirne di nuove, negli anni passati si affacciarono i problemi della demolizione del nucleare, degli anni precedenti, giunto a fine corsa. Non si tratta, infatti, di semplici demolizioni, perché l’Uranio esausto non è un materiale inerte e perché neanche i materiali da costruzione, usati per le centrali nucleari, sono esenti da residui nocivi.
È, poi, del tutto infondata la convinzione di poter risolvere il problema dello smaltimento delle scorie. Si fa intendere come smaltimento, solo una costosissima messa in sicurezza temporanea del materiale radioattivo, mentre sull’ipotizzata messa in sicurezza finale si raccontano solo favole: dalle miracolose miniere di sale (che dovrebbero garantirne un improbabile riposo eterno), alla inclusione, per sicurezza, in appositi materiali che, compattando e trattenendo polveri e parti di materiali tossici e nocivi, servirebbe solo a confinarli in una matrice di contenimento per meglio controllare la loro eventuale dispersione nell’ambiente.

[vedi anche:  Energia, ma è vera crisi? Le ragioni del «no» a questo nucleare. Problema scorie, in L’Energia che verrà, «Villaggio Globale» anno XI, n. 43, settembre 2008].

In Germania, per la dismissione delle centrali nucleari, hanno già dirottato 30 Mld di euro prelevati dalle tasche dei cittadini tedeschi per mettere un velo pietoso sulla scelta nucleare di diverse decine di anni fa. Ma neanche quei 30 Mld di euro saranno sufficienti e comunque il materiale radioattivo, potrà essere solo spostato e, quindi, diversamente da ciò che si vorrebbe far intendere, in qualsiasi posto sarà destinato ad essere conservato, continuerà ad essere un’allarmante presenza per la salute degli esseri viventi (soprattutto in tempi di terrorismo internazionale e nonostante i costosissimi sistemi di sicurezza che saranno messi in atto, con specialisti della sicurezza armati e con le costose tecnologie che sarà sempre necessario aggiornare, pagare e gestire).
L’avventura nucleare italiana si è onerosamente protratta per qualche decina di anni, sopravvivendo fra piani di acquisizione di brevetti, di costosissime e sofisticate apparecchiature e software per il controllo dei reattori; fra costi indefiniti delle centrali (per opere consentite in assenza di capitolati di spesa); fra costi dell’Uranio arricchito (del quale non ne disponiamo in modo assoluto) per il funzionamento dei reattori; fra costi dovuti a false partenze e arresti, a controlli e manutenzioni, a riparazioni obbligatorie e costi dovuti per la chiusura finale degli impianti nucleari (per limiti di sicurezza superati); fra finanziamenti a fondo perduto per il presidio degli impianti chiusi e dei materiali radioattivi prodotti e per la fase intermedia di demolizione e del cosiddetto smaltimento e trasferimento (ovvero per una messa in sicurezza solo vantata e fatta immaginare) dei materiali radioattivi delle centrali.
Oggi, a fronte anche solo di tanto danno (economico, ambientale e per la salute umana) che viene procurato, sorge il giustificato dubbio che queste centrali abbiano almeno prodotto tanta energia da controbilanciare quella andata persa e che si continuerà a perdere, in termini economici e di impatto ambientale e sociale, dal momento della progettazione al momento finale della loro almeno formale, ma sempre minacciosa, sepoltura tombale.
Ma in questo settore c’è da aspettarsi anche di peggio: la gestione della fine del nucleare, potrebbe portare anche alla sua resurrezione. Come l’araba fenice e in nome delle economie di scala, che verrebbero realizzate, il nucleare potrebbe tornare e completare la sua dannosa missione. Infatti c’è chi vorrebbe portarci a «scoprire» che il danno è ormai irrecuperabile e che quindi la produzione di altro materiale radioattivo cambierebbe solo la quantità delle scorie (un fattore socio-ambientale ritenuto di poco conto) che sarebbe provvidenzialmente compensato, in questo caso, da una nuova fonte di energia elettrica strategica (si può immaginare quanto sia strategica se ci rendiamo conto che un’Italia nuclearizzata la produzione da questa fonte non potrà superare il solo 10% dell’energia totale aumentando, però, a percentuali indefinibili, i devastanti rischi, per la popolazione e per l’ambiente, e i costi di una gestione, anche militarizzata, dell’attuale regime di sicurezza). In realtà sarebbe solo un vera, nuova e lucrosa fonte di business e non altro.

[vedi anche: Energia, ma è vera crisi? Le ragioni del «no» a questo nucleare. La sostenibilità del contributo, quantitativamente significativo, del nucleare ai consumi energetici nazionali, in L’Energia che verrà, «Villaggio Globale» anno XI, n. 43, settembre 2008].

C’è chi, ancora infatuato dalla capacità dell’uomo di ridurre ogni fenomeno a un processo deterministico, scommette su un prossimo sistema nucleare sicuro (quello di 4° generazione ed oltre), su fonti inesauribili di materiale fissile (sempre disponibili e a basso prezzo) o spera, almeno, nella rivalsa di un drammatico giorno nel quale, terminate le risorse minerali fossili tradizionali (necessarie per trasformare calore in energia elettrica) e con l’effetto serra, che offuscherà le energie rinnovabili di fonte solare, tutti dovranno riconoscere il valore unico del nucleare: sarà una grande vittoria dell’impegno distruttivo per il «bene» del consumo dell’energia. Un consumo che continuerà ad essere immaginato, nella disperata mente dei kamikaze del progressismo tecnologico, continuo e senza limiti.
Oggi sembra che sia possibile morire solo di fame, ma non è consentito morire per mancanza di energia elettrica anche se da destinare solo a usi insensati se non del tutto inutili. Eppure tutta l’energia elettrica consumata, anche irrazionalmente nel nostro paese è solo il 30% dell’energia necessaria e il contributo nucleare sarebbe, a sua volta, solo una quota di questo 30% (realisticamente, come già ricordato, solo il 10% per un’Italia nuclearizzata, che deve prevedere però, anche un’esposizione di diversi milioni di cittadini ai rischi degli incidenti nucleari).
Dovremmo chiederci, allora, se vale la pena, per questo incerto 10% di energia, innescare problemi che (a parte i costi impresentabili di costruzione e manutenzione degli impianti nucleari) già oggi, in Italia e con il nucleare sospeso, di fatto non trovano soluzione.
È purtroppo vero, però, che se la crescita continuerà a connotarsi come potente generatore di fenomeni entropici, fisici e sociali (distruzione della qualità delle risorse, accumulo di rifiuti, degrado individualista della convivenza umana, perdita dei vitali equilibri naturali) in fondo al barile della nostra sopravvivenza, prima della fine, troveremo solo il nucleare: il che, però, non migliorerà le condizioni della nostra fine.
Siamo nella paradossale condizione di vedere avanzare da una parte l’impegno a raggiungere nuove conoscenze e creare occasioni per acquisire sempre più consapevolezze per fare scelte responsabili, mentre da un’altra parte queste stesse conoscenze vengono sfruttate (trasformandole in nuove tecnologie) da un piccolo insieme di individui pervasi dal pensiero unico del libero mercato dei consumi e dalle inconsapevolezze che lo alimentano. In quest’ultimo scenario si vorrebbe, addirittura, far immaginare la possibilità di raggiungere un «bene» assoluto, effetto automatico dello sviluppo tecnologico. Ma la tecnologia e la scienza non affrontano i «perché» dei fenomeni che possono dare risposte e senso alle cose (entrando nel merito di ciò che è bene per l’uomo e che può essere solo il risultato di autonome riflessioni personali, del loro confronto e dell’assunzione diretta di responsabilità operative personali, collettive e condivise. La scienza si interroga solo su «come» avvengono i fenomeni e la tecnologia su «come» applicarli a qualsiasi cosa che l’uomo già fa, per rispondere ai propri bisogni, ma soprattutto a qualsiasi cosa che potrebbe essere indotto a fare affascinato dai meccanismi mitici dei consumi, segni di un trionfante sviluppo anche se destinato a finire, prima o poi, con l’esaurimento delle risorse.
Da una parte ci sono alcuni, mentalmente privi di pensieri alternativi e fatalmente disorientati e deviati (da scelte ideologiche), che mostrano un’ampia vocazione a imporre soluzioni limitate dalla loro assolutezza (magari appellandosi al bene deformato dal senso comune che immagina realtà immutabili destinate ad essere le stesse «ora e per sempre»). Da un’altra parte vi sono, invece, tutti gli altri che, sottoposti al dominio dei primi, si trovano quasi destinati a subire le conseguenze di questo disarticolato e distruttivo stato delle cose.
C’è, forse, anche un malvagio programma, presentato come scelta politica, che si propone di creare un consenso (in qualsiasi modo e senza verifiche) solo per legittimare interessate convinzioni, di un manipolo di prepotenti, e per rendere inutile ogni critica, a risoluzioni preordinate e a convenienze universali inventate, ma somministrate come vere. Si tratta di un manipolo di disorientati ma potenti distruttori di risorse, che probabilmente non riescono ancora ad attivare i propri legittimi e sereni meccanismi di autostima e che non riescono, quindi, ad abbandonare i minacciosi propositi ideologici del successo tecnologico che hanno solo deciso di cavalcare come opportunità e convenienze per l’esercizio di un potere e per disporre dei vantaggi che ne conseguono. Un manipolo di esseri umani che inibiscono anche le proprie e uniche qualità creative, quelle che permettono di accedere alle conoscenze e di interpretarne il senso: c’è tutto un mondo di relazioni con quell’armonia degli equilibri naturali che loro sembrano impegnati solo a sottovalutare se non proprio a ignorare.

Le convinzioni sull’assoluto e le mancate riflessioni sulla condizione umana