In questo stato delle cose, che fare e con quali motivazioni

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C’è, oggi, anche chi sostiene, con argomentazioni retoriche (che, nelle mani degli incompetenti e degli imbonitori, diventano malefiche risorse), che i danni all’ambiente sono solo effetti collaterali e trascurabili rispetto allo sviluppo e successo del bene assoluto dell’economia dei consumi (che in realtà è solo fine a se stessa e che è, quindi, estranea a quel progresso che viene, invece, misurato dal miglioramento della qualità e del senso della vita umana). È indispensabile, allora, che l’ambiente ritorni a essere un luogo da curare e una fonte di risorse da gestire, perché possa offrire fertili occasioni di sviluppo della diversità, di riflessione sul senso delle cose e di sintonia con quegli equilibri naturali, nei quali siamo immersi e che sono fonte materiale e immateriale del nostro vivere.

Oggi, fermo restando il diritto alle libere opinioni in merito, è accertato, con dati ormai inconfutabili, che il problema del cambiamento climatico non è l’effetto di un’evoluzione epocale del pianeta Terra, ma è generato dalle attività produttive e dai consumi delle nostre società più avanzate. È un problema ambientale che per la prima volta riguarda pesantemente il presente. Sono in gioco effetti, di un degrado ambientale, che non peseranno solo sulle future generazioni (alle quali è già accertato che lasceremo un pianeta in condizioni peggiori rispetto a quelle nelle quali lo abbiamo ricevuto noi). Stiamo, infatti, rischiando di non riuscire neanche a salvare, le condizioni attuali del nostro pianeta, dagli effetti distruttivi della nostra civiltà dei consumi.
Stiamo andando incontro a catastrofi che ci riguardano in prima persona. Non possiamo, però, rimanere impotenti accettando di assistere con indifferenza al devastante sfruttamento dell’ambiente, non compatibile con gli equilibri che lo rendono vitale. Non possiamo adattarci cinicamente al degrado o immaginare, addirittura, che non si tratti di una disastrosa prospettiva, ma di una nuova e virtuosa colonizzazione del mondo: quella che alcuni sostengono sia la soluzione universale e senza alternative, offerta dall’asservimento dei molti al mercato dei liberi consumi e sostenuta dal motore del profitto.
Un profitto che, senza limiti, va sempre più a vantaggio di quei pochi che, sempre più, privano del necessario (cibo, ma anche accettabili condizioni di vita fisica e sociale) tutti gli altri. Siamo di fronte a un mercato che vorrebbe convincere sulla bontà di un equilibrio, immaginato virtuoso, fra domanda e offerta, ma che, sfruttando le debolezze della condizione umana, preordina, invece, con le mode e il culto della propria immagine, una sprovveduta corsa ai consumi e alla produzione di beni e servizi senza regole. Una corsa, soggetta a interferenze arbitrarie, che porta anche a rischiose scommesse sui risultati e alle relative truffe.
Truffe perfino moralmente giustificate come risarcimento del danno economico prodotto dall’esito rovinoso di sogni impossibili (dei quali però il mondo avrebbe sempre bisogno come unica ed efficace motivazione per andare avanti in uno sviluppo senza senso). Truffe che sono anche legittimate come un modo, comunque libero, per soddisfare un inesauribile ed essenziale affanno patologico di fare più profitti.
Siamo, di fatto, imprigionati in modello meccanico che si presenta come fosse espressione di una lucida volontà superiore contenuta naturalmente nelle cose di questo mondo, ma che brilla solo per l’assenza di creatività, di possibili alternative, di prospettive di qualità per il nostro vivere. Tutta un’assenza di valori umani surrogati da misure formali autoreferenti che danno i numeri su quantità documentate di cose senza senso, che accertano successi e performance di fenomeni economici (quantità delle ricchezze, numero dei mercati conquistati, numero di brevetti, costo dei prodotti, graduatorie di innovazione e di competizione, classificazioni dei leader del mercato, livelli di produzione di beni e servizio, livelli di consumi) tutte cose buone solo per un gioco di valutazioni statistiche. Un modello ripetitivo di eventi che intrattiene sulle probabilità di un esito piuttosto che di un altro.
Il determinismo preordinato di questo modello (c’è sempre una spiegazione, anche se solo a evento avvenuto) è presentato come un rassicurante monolite, sempre formalmente inattaccabile dalle alternative ed esonerato da errori (in quanto legittimato a fare esattamente ciò che fa), e soprattutto come riferimento per il sogno di una buona sorte individuale, di una vincita personale, come unica, pur improbabile, soluzione alla prepotenza del denaro e all’avvilimento del non possederne mai abbastanza. Un’alienazione, dalla realtà del nostro mondo, che ostacola la reciprocità dello scambio non solo di risorse, ma anche di conoscenze ed esperienze sul significato e sulle indicazioni offerte dai segni che possiamo rilevare dai fenomeni naturali e in particolare da quegli equilibri dinamici che rendono le risorse rinnovabili, e sempre disponibili, in una giusta misura, per i nostri bisogni. Un sistema, dunque, nel quale si collabora (e non si compete), che ha come finalità quella di dare futuro all’evoluzione di ogni singolo fenomeno (da quello della vita del più grande ecosistema o di un grande cetaceo, a quello della vita di un singolo filo d’erba o del più piccolo microrganismo).
Dovremmo renderci conto, sulla base dei sostanziali fallimenti delle attuali conferenze sull’ambiente, che l’approccio di tipo economico, con le sue devianti mediazioni fra interessi di parte, non è in grado di rispondere a un’emergenza che rischia di destinarci a una crisi epocale. Al suo epilogo, la privazione di occasioni per comportamenti collaborativi e per decisioni responsabili (imposta dalle sottomissioni e dai ricatti esercitati da un sistema economico-finanziario che doveva, invece, essere fermato perché causa unica e profonda dei disastri di questa nostra epoca), potrà essere interpretata solo come un’implicita strategia omicida (condotta in linea con quella pur nota banalità del male, che è sempre pronta a infierire su masse, pur ingiustificabili, di sprovveduti) e come il suicidio inconsapevole di un alienato gruppo di nostri rappresentanti a livello mondiale.
Una tale prospettiva è disperante e umanamente insopportabile e, forse, è anche l’ultimo allarme che può convincerci a passare dallo sfavillante degrado (nel quale irresponsabilmente abbiamo coltivato la nostra inettitudine verso lo spreco di un’immensa quantità di beni comuni) alla ricerca di altre e sostenibili direzioni, da offrire al nostro futuro, e di un senso umano che qualifichi il nostro esistere.
Le responsabilità sono sempre individuali, e non vengono mai meno, neanche quando le volessimo annullare nelle mitiche anonime responsabilità sociali. Ma le responsabilità individuali, in una società civile, devono, poi, diventare collettive ed esprimersi come risultato di un continuo confronto (critico e consapevole fra le nostre diversità), come processo di rielaborazione, del senso delle cose, per definire e ridefinire, in situazione e responsabilmente, scelte e decisioni. Un processo che si fonda sulla riflessione e non sullo stupido convincimento che esista un’unica verità e, addirittura, un suo carismatico interprete. Un processo che si fonda su Istituzioni che devono essere capaci di dare sostegno alla condivisione delle diversità e alla costruzione delle sinergie che da esse ne derivano. Un processo che garantisca revisioni funzionali alla «tenuta» in tempo reale di obiettivi e finalità, sempre da verificare, e non a un’«ideale» che, di fatto, diventerebbe un’astratta e infertile ricetta.
Un processo che richiede una società culturalmente attrezzata e consapevole delle responsabilità e delle opportunità che è necessario condividere. Un processo che non deve sterilmente cadere nelle trappole dell’assoluto delle proprie verità e di un pregiudizio di inadeguatezza delle proposte alternative. Un processo che non si confonda con quelle competizioni che svalutano le diversità, che livellano verso il basso la qualità delle vocazioni personali, che si oppongono, come fosse un ostacolo, a quel progresso umano che sviluppa, con la qualità del vivere umano, anche il benessere condiviso e spazi fisici vitali per tutti. Un processo che non impone i rischi delle scommesse o le mete di quel successo, solo individuale, che è anticamera del potere e delle tragiche derive del suo esercizio.
Per trovare una direzione ai nostri propositi, possiamo anche riflettere sul fatto che fino a poche decine di anni fa, le esperienze e le consapevolezze, sul senso di una nostra relazione con le cose del mondo, avevano non solo un loro peso operativo ma anche formativo. Oggi, può tornare utile, rivisitare quelle prime esperienze, per comprendere il perché della loro limitata stagione e per provare a ipotizzare alternative al ristagno dell’attuale modello socio-economico.
Si pensava, allora, che l’impostazione critica (che permetteva di trasformare ogni ipotesi in alternative da mettere alla prova in situazione, per continuare, poi, con percorsi iterativi e continui di verifica e di cambiamento), potesse anche consolidarsi nel tempo e diffondersi attraverso la crescita delle consapevolezze e del senso di responsabilità dei singoli individui.
Nella ricerca scientifica, nelle attività, educative e formative che, in quegli anni, hanno caratterizzato lo sviluppo dell’interesse verso le tematiche ambientali (messa da parte qualche intemperanza velleitaria) non c’era modo di imporre riferimenti o monopoli ideologici: non trovavano consenso gli assoluti già pronti e solo da realizzare. Ma, in questa prospettiva, la cultura ambientale non ha avuto, poi, modo di continuare a svilupparsi.
Ha fatto presa, invece, una scelta, socialmente diffusa, puntata solo sui problemi esistenziali quotidiani di ogni singolo individuo. I meccanismi di gratificazione più immediata, attivati poi dai suggestivi consumi alla moda, quelli culturali compresi, hanno completato un’azione che ha cambiato le relazioni sociali e che, ancora oggi, incide profondamente sui modi di pensare e di comportarsi. La potenza del libero mercato dei consumi e l’ideologia liberista hanno invaso, così, non solo gli spazi, ma anche i tempi e i significati del nostro vivere.
Dobbiamo prendere atto che i consumi, a danno dell’ambiente, e le ideologie (che premiano le infertili paralisi imposte al cambiamento, per lucrosi vantaggi di posizione precostituite) sono diventati oggi l’asse portante delle nostre civiltà più avanzate. C’è da interrogarsi, allora, su come tutto ciò possa essere avvenuto nella sostanziale e diffusa indifferenza di una maggioranza (forse solo troppo silenziosa) che si è mostrata impotente di fronte a quegli evidenti effetti distruttivi (sulla qualità dell’ambiente e della vita socio-politico-culturale umana) dei quali è stata, pur sempre, almeno spettatrice.

Speranze o vere prospettive?