L’«anello di fuoco» trema… un monito per l’Italia

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Figura 1 – Il cosiddetto «Anello di fuoco», lungo il quale hanno avuto luogo, nei primi mesi del 2016, molti dei terremoti violenti o, quantomeno, significativi.

Soprattutto devono farci pensare i danni provocati in Giappone (paese assai più avanzato di altri quanto a sicurezza sismica delle costruzioni) dai terremoti che hanno colpito l’isola di Kyushu, perché le caratteristiche di tali eventi sono state assai simili a quelle di terremoti che possono verificarsi anche in Italia: si ricordi, in particolare, che in Italia risultano essersi già verificati eventi di magnitudo nettamente superiore a 7,0 e che dal 70% all’80% del nostro edificato non è in grado di resistere ai sismi che possono colpirlo

Martelli2Figura 2 – Crollo provocato dal terremoto di Taiwan del 5 febbraio 2016 (M = 6,4).

 

Nel 2016 si sono già verificati numerosi terremoti in varie parti del pianeta1-4. Sono stati violenti (o, comunque, di magnitudo significativa) soprattutto lungo il cosiddetto «Anello di Fuoco» («Ring of Fire»), cioè in alcuni paesi asiatici, negli Oceani Indiano e Pacifico e nelle aree bagnate da quest’ultimo, dall’Alaska fino al Cile (Figura 1). Da citare sono soprattutto, per le conseguenze che hanno avuto in termini di vittime e danni (anche se per motivi diversi), i sismi che hanno colpito Taiwan il 5 febbraio, l’isola giapponese di Kyushu il 14 ed il 15 aprile e l’Ecuador il 16 aprile. Si noti che l’evento giapponese del 14 aprile era stato preceduto, il 10 aprile in Afghanistan e, soprattutto, il 13 aprile nel Myanmar, da terremoti di magnitudo (M) ben superiore rispetto a quella del primo evento dell’isola di Kyushu (nel caso dell’evento del Myanmar non molto più bassa di quella del secondo evento del 15 aprile).

1. Il terremoto di Taiwan del 5 febbraio

Il terremoto di Taiwan del 5 febbraio (M = 6,4) è stato un evento abbastanza superficiale (profondità = 16,7 km). È stato seguito da alcune repliche (aftershock) di entità significativa, anche in marzo ed aprile2. Sebbene tale evento sia stato assai meno violento di quello del 1999 (M = 7,6)5, anch’esso ha causato numerose vittime (almeno 114), gravi danni (Figura 2) e dissesti vari. Inoltre, il servizio ferroviario dell’alta velocità è stato a lungo sospeso, nella parte meridionale del paese. Le vittime, però, sono state in gran parte provocate dal crollo del Weiguan Jinlong, un edificio di 17 piani nella città di Tainan, poi risultato con gravi difetti di costruzione2. I feriti soccorsi dalle squadre intervenute sul posto del crollo sono stati circa 550 (di cui oltre 280 estratti dalle macerie). Tre ex alti dirigenti dell’impresa che aveva costruito l’edificio sono stati poi arrestati, perché sospettati di non aver rispettato i già allora vigenti standard di sicurezza nei lavori di costruzione (terminati nel 1994).

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Figura 3 – Danni causati ad una casa a Srinagar, in India (a più di 400 km dall’epicentro), dal terremoto dell’Afghanistan del 10 aprile 2016 (M = 6,6).

 

 

2. Il terremoto dell’Afghanistan del 10 aprile

Il 10 aprile si è verificato in Afghanistan, vicino alle frontiere con il Tagikistan ed il Pakistan, un terremoto di magnitudo momento Mw = 6,62. Esso ha causato danni e provocato frane, anche in Pakistan ed India, pure a diverse centinaia di chilometri dall’epicentro (Figura 3). Però, nonostante l’entità significativa dell’evento e la notevole vulnerabilità sismica di molte costruzioni presenti nelle aree colpite, l’evento non è stato devastante ed il numero di vittime è stato limitato (qualche giorno dopo il terremoto ne erano state accertate solo 6, in Pakistan). Ciò è stata una conseguenza non solo della scarsa popolazione presente nelle zone colpite, ma anche (e soprattutto) della notevole profondità dell’ipocentro (più precisamente denominata profondità «intermedia», come sono definite quelle comprese tra 70 e 300 km): infatti, secondo i dati diffusi dall’United States Geological Survey (Usgs), tale profondità è stata di ben 210 km (a ciò si deve pure il fatto che gli effetti del terremoto si siano sentiti anche tanto lontano dall’epicentro).

 

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Figura 4 – Danni alle strade provocati dal terremoto del Myanmar del 13 febbraio 2016 (M = 6,9).

 

3. Il terremoto del Myanmar del 13 aprile

Tre giorni dopo il terremoto in Afghanistan, il 13 aprile, si verificato un evento di magnitudo ancora maggiore (M = 6,9, secondo i dati divulgati dall’Usgs) nel Myanmar (già Birmania) occidentale2. Il terremoto è stato avvertito fino in Bangladesh, Cina ed India. I danni provocati dall’evento sono stati significativi, sia agli edifici che alle strade (Figura 4), ma, almeno inizialmente, non si aveva notizia di vittime. Anche in questo caso, sia il fatto che gli effetti del sisma si siano sentiti pure a tanta distanza dall’epicentro, sia quello che il numero di vittime sia risultato quantomeno assai limitato (nonostante la magnitudo significativa dell’evento e l’elevata vulnerabilità sismica di molta parte del costruito) sono da ascriversi alla consistente profondità ipocentrale (circa 140 km, cioè nuovamente «intermedia», anche se inferiore rispetto a quella del terremoto dell’Afghanistan).

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Figura 5 – Crollo causato dai terremoti che hanno colpito l’isola giapponese di Kyushu il 14 ed il 15 aprile 2016 (M = 6,1 e 7,0).

 

 

4. I terremoti dell’isola giapponese di Kyushu del 14 e 15 aprile

Giovedì 14 aprile (cioè il giorno successivo a quello del terremoto del Myanmar citato nel paragrafo precedente), quando in Giappone era tarda sera, si è verificato un primo terremoto violento, di magnitudo momento Mw = 6,1, ad est di Kumamoto, nell’isola di Kyushu, situata nella parte sud-occidentale del paese2. L’evento ha provocato le prime vittime ed un migliaio di feriti. Dopo una serie di aftershock significativi (alcuni di Mw > 4,5) e 20 ore con scosse di entità limitata, il 15 aprile si è verificata una seconda scossa, assai più violenta (20 volte) di quella del giorno precedente (Mw = 7,0), che è poi stata seguita da aftershock anch’essi piuttosto violenti (alcuni di Mw > 5,5), che hanno ostacolato le operazioni di soccorso. Il 19 aprile nell’isola di Kyushu si erano già verificate, dal 14 aprile, oltre 600 scosse2.
I terremoti suddetti sono stati assai «superficiali»: infatti, la profondità ipocentrale di ambedue gli eventi principali del 14 e del 15 aprile è stata alquanto bassa (11 km e 10 km, rispettivamente). Ciò li ha resi entrambi devastanti (nonostante la magnitudo «moderata» del primo), con valori dell’accelerazione orizzontale massima del terreno (Peak Ground Acceleration o Pga) assai elevati (fino ad oltre 0,8 g, cioè fino a valori della Pga pari a più dell’80% dell’accelerazione di gravità, non solo nell’area epicentrale ma, verso nord-est, anche a 50 km dall’epicentro). Più precisamente, entrambi tali eventi ed i loro aftershock hanno causato gravi danni (Figura 5) ed anche (cosa inusuale per il Giappone, abituato ad eventi ben più violenti) un numero non trascurabile di vittime: il 19 aprile, nella sola prefettura di Kumamoto, se ne contavano 44, oltre a 1.000 feriti (il numero totale dei feriti risultava maggiore di 2.000 già poco dopo la seconda scossa del 15 aprile).
Inoltre, gli sfollati erano 125.0002. Il vulcano Aso, il più attivo dell’isola, ha eruttato2. Non si è, invece, verificato alcun maremoto (tsunami), a causa sia della posizione degli epicentri, sia dell’entità non eccessiva dei sismi, sia del fatto che essi non hanno creato alcun crollo del fondale marino (l’allarme tsunami immediatamente diffuso è stato presto ritirato).
1.700 abitazioni sono state distrutte, più di 200.000 sono rimaste senza elettricità e 380.000 senza servizi idrici. Un incendio ha distrutto un edificio residenziale2. Frane hanno coinvolto le principali arterie stradali ed autostradali2, diversi ponti sono crollati e si è resa necessaria la chiusura dell’aeroporto di Kumamoto. Moltissime aziende sono state costrette ad interrompere la produzione e ad evacuare i loro dipendenti2.
Invece, non si sono riscontrate situazioni anomale nell’impianto nucleare della Kyushu Electric Power Company, situato a 120 km a nord-est dell’epicentro del primo terremoto principale del 14 aprile, neppure dopo il secondo evento del giorno successivo. Ciò si è verificato anche grazie agli ampi margini di sicurezza che sono da tempo adottati nella progettazione sismica degli impianti nucleari, almeno in paesi evoluti, come il Giappone (d’altra parte, anche in occasione del terremoto di Tohoku del 2011, i danni prodottosi nella centrale nucleare di Fukushima non furono dovuti al sisma, bensì al successivo tsunami da esso indotto, la cui possibile entità, invece, era stata sottovalutata6).
In generale, i due eventi principali del 14 e del 15 aprile sono stati risentiti in modo maggiore rispetto al già citato terremoto di Tohoku del 2011, nonostante quest’ultimo fosse stato di magnitudo molto più elevata (M = 8,9)6. Ciò è dovuto alle diverse posizioni degli epicentri, oltre che alla minore profondità ipocentrale ed alla lunga sequenza di forti scosse (nell’isola di Kyushu molte strutture colpite dalla scossa principale del 15 aprile erano già state danneggiate da quella del giorno precedente): mentre per i sismi di aprile 2016 questi erano situati nell’entroterra, l’epicentro del terremoto di Tohoku del 2011 era stato nell’Oceano Pacifico (a circa 50 km al largo del Distretto di Sendai, nella parte settentrionale del paese); inoltre, nel 2011, l’ipocentro era stato più profondo (circa 30 km).
Inoltre, è da notare che, sebbene il primo dei due eventi principali dell’isola di Kyushu (quello del 14 aprile) sia stato caratterizzato da una magnitudo assai inferiore a quelle di due sismi violenti che lo avevano di poco preceduto in Afghanistan e nel Myanmar, già esso ha causato un numero di vittime e danni maggiori. Ciò è dovuto non solo alla maggiore urbanizzazione, ma anche alla molto diversa profondità degli ipocentri: infatti, questi erano stati molto più profondi in Afghanistan e Myanmar.
Infine, si noti che sia la magnitudo, sia la profondità ipocentrale, sia la posizione degli epicentri dei terremoti dell’isola di Kyushu sono molto più simili (rispetto a quelle che avevano caratterizzato l’evento di Tohoku del 2011) a quelle di sismi che possono verificarsi (e si sono verificati) in Italia: c’è veramente da chiedersi se anche noi potremmo cavarcela, nel caso di eventi simili a quelli che hanno colpito l’isola di Kyushu, con il numero di vittime (certamente significativo, ma non enorme) ed i danni là verificatisi.

 

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Figura 6 – Edifici crollati durante terremoto in Ecuador del 16 aprile 2016 (M = 7,8).

 

5. I terremoti dell’Ecuador del 16 aprile

Infine, il 16 aprile, cioè il giorno dopo la seconda scossa principale che aveva colpito l’isola giapponese di Kyushu, un terremoto ancora più violento (Mw = 7,8, con profondità ipocentrale di 20 km) si è verificato dall’altra parte dell’Oceano Pacifico. L’epicentro è stato nell’oceano, a circa 25 km dalla costa ecuadoriana2. Tale terremoto è stato seguito da una serie di violenti aftershock2. Ha devastato le città costiere (Figura 6), lasciando migliaia di edifici senza energia elettrica e rendendo molti ospedali inutilizzabili, ma è stato avvertito anche a centinaia di chilometri di distanza, pure nella capitale Quito (cioè a 170 km) ed a Guayaquil2.
Le vittime accertate il 21 aprile risultavano 525 ed i feriti almeno 2.0002. Vi era però ancora grande incertezza sul numero dei dispersi (e, quindi, sul reale numero di vittime): il 20 aprile, secondo il ministero degli Interni, circa 2.000 persone risultavano scomparse2.
Fortunatamente, neppure questo terremoto ha innescato alcuno tsunami, nonostante l’epicentro nell’oceano e l’elevata magnitudo (quest’ultima, probabilmente, non era ancora sufficiente, in assenza di cedimenti del fondale dell’oceano in corrispondenza dell’epicentro, a provocare uno tsunami).

6. Monito conclusivo, per noi italiani

I danni provocati dai recenti eventi sismici prima descritti testimoniano, ancora una volta, gli effetti devastanti che un terremoto violento può produrre, soprattutto nei paesi ove l’edificato è molto vulnerabile (come, del resto, era già accaduto un anno fa in Nepal7). Soprattutto devono farci pensare i danni provocati in Giappone (paese assai più avanzato di altri quanto a sicurezza sismica delle costruzioni) dai terremoti che hanno colpito l’isola di Kyushu, perché le caratteristiche di tali eventi sono state assai simili a quelle di terremoti che possono verificarsi anche in Italia: si ricordi, in particolare, che in Italia risultano essersi già verificati eventi di magnitudo nettamente superiore a 7,0 e che dal 70% all’80% del nostro edificato non è in grado di resistere ai sismi che possono colpirlo7,8.
In generale, poi, è da sottolineare come la magnitudo di un terremoto non sia l’unico parametro a determinarne le conseguenze: esse sono ovviamente molto influenzate, oltre che dalla pericolosità sismica, anche dall’urbanizzazione dell’area colpita e dalla vulnerabilità sismica e dall’esposizione del costruito in essa esistente. La pericolosità sismica, poi, dipende anche da parametri come la profondità ipocentrale, l’estensione della rottura della faglia interessata dal terremoto (dato non noto all’autore, per i terremoti decritti in questo articolo) e, in modo consistente, dalle amplificazioni locali (che dipendono dal tipo di terreno sul quale sorgono le costruzioni, più o meno soffice, presente al di sopra del cosiddetto bedrock o «suolo rigido», al quale si riferiscono i valori di Pga).

Bibliografia

1 Alessandro Martelli (2016), «Continua la battaglia (improba?) dell’associazione per una seria politica di prevenzione sismica in Italia – Le prime attività effettuate e previste dal GLIS nel 2016, per la corretta applicazione delle moderne tecnologie antisimiche», 21mo Secolo – Scienza e Tecnologia, N. 1/2016 (aprile), in stampa.
2 Alessandro Martelli (2016), «Esempi di come la magnitudo non sia il solo parametro a determinare la pericolosità sismica e le conseguenze di un terremoto: un monito anche per l’Italia – Alcuni primi eventi del 2016, che hanno provocato vittime e danni consistenti a Taiwan il 5 febbraio, in Giappone il 14 ed il 15 aprile ed in Ecuador il 16 aprile – Note basate sulle informazioni in parte fornite dal Global Disaster Information Network o rese disponibili dal Gruppo Facebook Terry-1.Italia», 21mo Secolo – Scienza e Tecnologia, N. 1/2016 (aprile), in stampa.
3 Walter Hays (2016), Informazioni sui terremoti dell’isola di Kyushu del 14 e 15 aprile 2016 e sul terremoto dell’Ecuador del 16 aprile 2016 , distribuite agli aderenti al GDIN.
4 Massimo Valle et al. (2016), Informazioni distribuite agli aderenti al Gruppo Facebook Terry-1.Italia sui terremoti avvenuti, a livello mondiale, nel 2016.
5 Alessandro Martelli (2015), «I seminari annuali del GLIS di Avezzano e la 14th Conference dell’ASSISi di San Diego – Note sui due seminari (29-30 maggio), sulla conferenza (9-11 settembre) e sulle altre recenti e prossime manifestazioni del GLIS», 21mo Secolo – Scienza e Tecnologia, N. 2/2015 (ottobre), pp. 14-22.
6 Alessandro Martelli e Giuliano Panza (2011), «Il terremoto di Christchurch ed il terremoto e maremoto di Tohoku – Il 2011 inizia con due violenti eventi sismici, il primo il 21 febbraio in Nuova Zelanda ed il secondo, ancora più forte e seguito da un devastante tsunami, l’11 marzo in Giappone. Gravi i danni e le distruzioni causati dai due eventi, ma nuove evidenze dell’efficacia dell’isolamento sismico – Le attività già effettuate dal GLIS nel 2011 e quelle previste, anche a seguito degli eventi suddetti», 21mo Secolo – Scienza e Tecnologia, N. 1-2011 (maggio), pp. 5-16.
7 Alessandro Martelli (2015), «Quando il sisma è violento e l’edificato è molto vulnerabile – I terremoti che hanno devastato il Nepal il 25 ed il 26 aprile – Alcune prime informazioni del Global Disaster Information Network», 21mo Secolo – Scienza e Tecnologia, N. 1/2015 (aprile), pp. 25-27.
8 Alessandro Martelli (2015), «Tuttora in attesa di serie politiche di prevenzione sismica – Verso il 2016, non dimenticando chi perse la vita nel 2009 in Abruzzo e nel 2012 in Emilia – Le più recenti manifestazioni patrocinate dal GLIS e gli eventi già programmati, per promuovere una più vasta, ma corretta, applicazione dei sistemi antisismici», 21mo Secolo – Scienza e Tecnologia, N. 3/2015 (dicembre), pp. 12-28.