La percezione del vivere

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Il mondo non è un insieme di cose da trasformare solo in consumi e noi non possiamo vivere solo nell’attesa fisica di aggiornate vetrine che ci offrano continue occasioni per consumare emozioni o per sentire l’eccitante disorientamento di cose inattese e per lasciarci confortare, infine, dall’appagamento del possesso di quelle stesse cose.

Volare, nella percezione del nostro vivere, vuol dire andare oltre quelle due dimensioni che, in sostanza, caratterizzano il nostro libero andare, vincolato, però, dal dover tenere i piedi per terra. Volare non è una capacità consentita al corpo umano: l’uomo può, infatti, volare solo con macchine ed energie, separate dal suo corpo, che impongono la sua sottomissione a dispositivi e protocolli esterni di sicurezza. Volare, come espressione diretta di un’abilità fisica del corpo umano, è una fantasia che trova spazio, nella nostra mente, ma che, per i limiti imposti dalla condizione umana, può solo portarci a immaginare di diventare altro in un altro mondo. Un desiderio frequente che spinge l’uomo ad andare anche oltre le dimensioni limitate della realtà (che può essere concepita nella sua mente) e che rischia di alterare i suoi pensieri e i suoi comportamenti.
Vi sono, dunque, storie che possono essere lette per rielaborare realtà vissute da altri, diversi da noi, ma anche per essere trasformate in occasioni per un dinamico poter sempre disporre di alternative alle proprie visioni delle cose. Di queste ultime storie diventiamo attori se sappiamo dare o riconoscere ad esse un senso (alla luce dello sviluppo delle nostre autonome e personali visoni delle cose e dei confronti con i racconti di chi li ha vissuti). Siamo attori se sappiamo interpretare le diversità dei racconti, riconoscibili dalle loro dinamiche, per integrarle liberamente nel divenire delle nostre esperienze dirette e nei conseguenti comportamenti (come avviene nei fatti della vita reale se non è ridotta a una sequenza di eventi che trova ragioni di esistere solo nella continuità e coerenza formale di una preordinata successione di immagini statiche). Possiamo trovarci, così, ad esplorare il nostro mondo con più ampi patrimoni, di esperienze e conoscenze, e perfino con inavvertite ma fertili alternative alle nostre eventuali intenzioni e convinzioni iniziali.

Nel senso comune delle cose, il riflettere sulle letture alternative della realtà, si presenta come un seducente impegno che distrae, però, da doveri impliciti, rituali e assoluti, di un nostro esistere sottomesso a un imperioso «fare le cose», concessionario unico di opportunità di sopravvivenza nella nostra modernità. In quest’ultima deviante prospettiva, vi è, quindi, una sottrazione di tempo personale che è, invece, necessario, sia per interpretare i fenomeni e progettare sintonie, sia per cercare alternative a quel «fare le cose» che l’attuale ideologia liberista, in tutte le sue versioni praticata (democratiche, tiranniche, populiste, neocomuniste…), considera finalità unica e indiscutibile del comune vivere umano. I doveri impliciti, imposti dal senso comune (infida categoria di obblighi che disincentivano le alternative) se soddisfatti, possono, forse, premiare solo qualcuno, a danno di altri, con una ricchezza economica (fonte delle sicurezze assolute offerte dall’avere un potere sulle cose e sugli uomini). Una ricchezza economica che per tutti gli altri competitori rimarrebbe, così, solo come sogno di una loro possibile, ma ancora futura, fortuna di benessere e che, nelle contingenze del loro vivere, pur se ridotta ad un suo insignificante sottomultiplo, può consolarli rispetto ad un temuto peggio.
In realtà c’è una riflessione che permette di entrare nel merito del senso delle cose (e non solo nei preordinati meccanismi del saperle fare). È un’opportunità, che nella pratica della comparazione/riflessione (fra i diversi sensi delle cose offerti da più prospettive), propone motivazioni fondate per una scelta consapevole e responsabile. Allora (come avviene in un vivere non preordinato dal senso comune delle cose) a una nostra esperienza diretta potranno affiancarsi storie di esperienze diverse. Le nuove relazioni, che saranno così attivate, potranno, poi, arricchirci di ancora nuove connessioni con altre esperienze e alcune potranno integrarsi fino ad acquisire il valore sostanziale delle stesse nostre riflessione e consapevolezze sulla pratica del vivere; le scelte potranno essere decise confrontando diversi criteri di selezione e valutazione; gli esiti dei nostri impegni, ad affrontare le situazioni del nostro vivere, potranno, così, rispondere meglio, con nuove sinergie, alla complessità di attese non più solo individuali.
Nuovi scenari, quindi, potranno aprirsi se arriveremo a troncare quelle sequenze uniche di lettura di fatti e di sentimenti che, pur se rassicuranti (perché comuni a un sempre più ampio insieme di nostri simili), sono senza alternative e inducono, acriticamente, solo a comportamenti e consumi di massa ad esse connesse.
Oggi, siamo portati a seguire le tendenze e, quindi, a dare sostegno non a un’economia consapevole (del senso delle cose) e responsabile (dell’uso delle risorse), ma alla diffusione di mode che conformano, i nostri pensieri e comportamenti, a una stessa e unica lettura del mondo, a uno stesso e unico modo di valutare e fare scelte: quello del «senso comune», che vuole una società di consumi che sappia muovere l’economia (anche se non si sa «perché» e «verso dove» sia diretta), un senso comune estraneo alla nostra autonomia di giudizio e alla nostra responsabilità di valutare le scelte.

– Vivere liberamente un’esperienza