Far rivivere i ricordi

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I ricordi non sono solo un archivio di eventi, ma sono, anche loro, uno spazio vitale, fonte di risorse uniche per creare sinergie. Leggere o ascoltare e affidare a sentimenti estemporanei le analogie, fra i ricordi e i fatti della vita, se può inebriare la mente (fino a farci volare leggeri in un’affascinante realtà virtuale) può produrre, però, profonde alienazioni e allontanare dalla ricerca di quel senso della vita che solo ciascuno può definire con le proprie mani. I ricordi, di varia provenienza, possono essere rivissuti (nei nostri piccoli o grandi progetti di vita) per integrare le nostre intuizioni e le nostre aspettative. Se le nostre proiezioni nel futuro sono supportate dalla diversità di più punti di vista, possiamo, infatti, interpretare più compiutamente quella complessità che permette di vivere, con più qualità e partecipazione, il nostro esistere.

Nella ricerca del senso delle cose (essenziale per definire «perché» fare le cose) e nelle scelte dei modi di vivere (essenziali per definire «come» fare le cose che hanno senso), un ruolo rilevante, viene svolto dai modelli che possiamo, almeno in prima approssimazione, considerare sufficientemente affidabili, per ricostruire, nella nostra mente, una rappresentazione efficace della realtà. Diventa, allora, necessario impegnarsi nel controllo-confronto delle applicazioni dei modelli, dei loro risultati e del senso che può emergere dalle valutazioni dei diversi comportamenti umani, quelli personali compresi. In questa prospettiva, dunque, i modelli approssimati (per i nostri limiti nel concepirli) dovranno essere, poi, sempre criticamente revisionati (attraverso le nostre capacità di analisi, riflessione, valutazione e cambiamento, fino ad arrivare, eventualmente, anche a confutarne la fondatezza) in relazione ad una loro specifica applicazione.
Abbiamo strumenti che permettono di affrontare (pur senza incorrere nell’illusione di arrivare a possedere una verità) aspetti essenziali, dei processi fisici e mentali, che altrimenti rimarrebbero del tutto ignoti e inutilizzati. L’incompiutezza delle nostre conoscenze e le abilità, solo istintive e peculiari della condizione umana, non permettono il pieno controllo sia della conoscenza dei fenomeni complessi, sia delle applicazioni delle leggi che ne facciamo derivare, sia di quel senso delle cose che guida i nostri pensieri nei momenti delle scelte.

Dunque le storie, ascoltate o messe su carta, non sono solo quelle che coinvolgono il lettore in un avvincente succedere di eventi o nelle intriganti complicazioni di suggestive sceneggiature che lo alienano da se stesso. Vi sono, cioè, storie che non intendono affascinare e sedurre l’attenzione del lettore con accattivanti capitoli di parole capaci di allontanarlo da una realtà, che forse rifiuta, per condurlo in un mondo virtuale che lo accoglie e lo conforta in fantasiosi luoghi del «nulla di vero». Vi sono, infatti, anche storie che non sono prodotte per il consumo passivo, di sorprendenti o sofisticate fantasie. Si tratta di storie di esperienze provate che, sostanziate in una ricostruzione di realtà vissute, propongono al lettore o all’ascoltatore di sintonizzarsi (senza tradire la realtà, ma esplorando e riconoscendo altri ambienti fisici e relazioni immateriali) con un argomentato e personale andare oltre se stesso, in altri spazi e in altri tempi e quindi con dimensioni più ampie di quelle dei soli fenomeni vitali da lui vissuti in tempo reale.
Dopo aver visto, ascoltato, toccato, provato i fenomeni, dei nostri contesti di vita, e i loro limiti, dopo aver lasciato in attesa di risposte i nostri dubbi e il desiderio di poter continuare a conoscere nuove cose, che fare, se non andare oltre se stessi? Che fare, se non disancorarci dalla sola applicazione, formale e assoluta, del principio di non contraddizione che vorrebbe dare un’irraggiungibile compiutezza alle nostre non esaustive capacità di conoscere le cose? Che fare, se non ricercare e strutturare altri scenari di consapevolezze e responsabilità, non obbligati, però, dalle coercizioni delle sole prove sperimentali fisiche (ridotte nelle misure approssimate che la nostra mente può percepire e nelle forme arbitrarie che a loro attribuiamo)? Che fare se non smascherare anche il sostegno interessato che il potere, nelle sue diverse espressioni, offre a quel senso comune delle cose con il quale vorrebbe convincerci sul determinismo di processi cognitivi proposti come percorsi di verità (per conformare la mente umana ad un ordine mentale e a una pratica ideologica della libertà, della cultura, della politica, dell’economia)? Che fare se non denunciare il ritmo estremo di un «fare le cose» che sottrae i tempi necessari per una personale e inalienabile valutazione del senso di quelle stesse cose?
Oggi, c’è un ritmo di vita che rimuove i tempi necessari per le consapevolezze. Un ritmo che ci affida, invece, a pronostici preordinati, se non anche a un destino infidamente confezionato, che può essere imposto per procurare una nostra impotente sottomissione ai meccanismi, deviati e devianti, e non certo unici, dell’economia dei consumi e dello sviluppo tecnologico fine a se stesso. Un ritmo di vita che ci distrae dai bisogni e che induce, invece, distruttive e mortali alienazioni competitive in un sistema gestito e incentivato dai fuori giri dei motori dei profitti.

– La percezione del vivere