La migrazione come conservazione

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Prima della dissoluzione della struttura rurale e del nascere del capitalismo i caratteri della mobilità erano particolari. Si parla di forte mobilità ma ciò che differenzia l’emigrazione attuale da quella di «ancien régime» è il ritorno.

Le assenze degli uomini nella popolazione «ancien régime» erano periodiche e avevano come carattere fondamentale un legame con la comunità di origine: lo scopo delle migrazioni era conservativo, si mirava alla sopravvivenza e a conservare le precedenti condizioni di vita, non a cambiarle.
La città preindustriale non fissava che in parte la popolazione e «si gonfiava e si sgonfiava come un polmone», tanto che anche i dati ricavati dagli stati d’anime rappresentano, in alcuni casi, solo indirettamente la realtà urbana. È il caso di Torino, come zona di attrazione di un vasto circondario, ma è anche il caso di Foggia, che a fine Settecento contava 17.000 abitanti, ma «esclusi i forestieri che in certi tempi dell’anno montano a più altre migliaia per essere la città l’emporio della negoziazione». Poiché, in gran parte, la mortalità era più alta della natalità e poiché, anche quando questo non avveniva, l’eccesso delle nascite sulle morti non era sufficiente per soddisfare la crescente domanda di manodopera, le città continuavano ad attrarre un numero crescente di abitanti delle campagne.
Pare quasi che il diverso rapporto tra le campagne e i grossi centri pugliesi nel Settecento passi dal matrimonio e che l’equilibrio demografico tra la città e le zone rurali sia regolato dalle alleanze matrimoniali e dalle combinazioni tra sposi forestieri e residenti al momento del sì.

– Due tendenze determinate dal matrimonio

 

Giovanna Da Molin, Professore Ordinario di Demografia Storica e Sociale, Dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia, Comunicazione; Università degli Studi di Bari «Aldo Moro»