Ma perché accettare di comprare… rifiuti?

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foto di V. Stano
foto di V. Stano

È quello che facciamo quando acquistiamo prodotti non progettati correttamente… ma progettisti e produttori da quell’orecchio ancora ci sentono poco. Un sistema che tira e fa girare economia non cambia spontaneamente, e per ora grandi incentivi e pressioni istituzionali per accelerare questa prevenzione anti rifiuto non è che se ne vedano. Ecco quello che potremmo fare

Tutti produciamo ogni giorno rifiuti: in casa, al lavoro, a scuola, nei bar e ristoranti, persino quando siamo in ospedale, e per noi è normale. Ci pare normale persino che la parte più grossa dei rifiuti che produciamo in casa si venda già come tale, e si paghi anche profumatamente.

Imballaggi, confezioni, contenitori a perdere, infatti, pesano sul prezzo e talvolta sono il costo maggiore del prodotto che acquistiamo, ma sono già rifiuti predestinati come tali, senza nessun ulteriore impiego da parte nostra e senza nessuna trasformazione. E ci pare normale.

Poi paghiamo per smaltirli, ma questo, forse, ci pare meno normale, o quanto meno sicuramente fastidioso. Per cui, quando ci informano che dovremo anche fare la differenziata, talvolta saltano i nervi, che qualcuno sfoga col classico lancio del sacchetto di spazzatura dall’auto incorsa. Ancora più fastidioso ci appare il fatto che dobbiamo ricomprare un intero costoso oggetto perché si è rotto un pezzettino e non ci sono ricambi, o quando un elettrodomestico si guasta a pochi giorni dalla scadenza della garanzia, e ripararlo costa più che comprarlo nuovo. Oltre al danno, anche la beffa di dover smaltire rifiuti ingombranti, o magari di cui non ci ricordiamo affatto se vadano nella plastica, nell’indifferenziato o se dobbiamo portarli chissà dove e quando, come se non avessimo nulla da fare dalla mattina alla sera.

Insomma, quello dei rifiuti è un guaio di cui non ci liberiamo mai, compreso il ritrovarceli in giro per strade e boschi, in spiaggia o mentre facciamo il bagno, come puzza dell’impianto a poca distanza da casa e addirittura mentre puliamo il pescione appena pagato come freschissimo alla pescheria all’angolo. Segno dei nostri tempi, si direbbe; ma è proprio così?

Beh, tanto per cominciare c’è chi dice «ogni rifiuto è un errore di progettazione», a lasciarci intendere che, volendo, si potrebbero riprogettare le cose che utilizziamo in maniera che non generino rifiuto, semplicemente facendole durare molto di più (intere o in parte), oppure generando, una volta inservibili, materiali facili da separare e riutilizzare. Studiando il ciclo di vita di un prodotto, tutto ciò si potrebbe fare. Ma progettisti e produttori da quell’orecchio ancora ci sentono poco. Un sistema che tira e fa girare economia non cambia spontaneamente, e per ora grandi incentivi e pressioni istituzionali per accelerare questa prevenzione anti rifiuto non è che se ne vedano. Voci flebili e poche risorse.

Quindi, come al solito, tocca a noi determinare il cambiamento, dare una scossa, esercitare una pressione. E per noi intendo i cittadini, anzi i «consumatori» come preferiscono chiamarci nel commercio e nell’industria.

Già, abbiamo noi il potere e non ce ne accorgiamo. Per esempio, basta che per poco tempo cominciamo a servirci di prodotti sfusi (portandoci i contenitori da casa), che il mercato registrerà la tendenza e comincerà ad aumentare le offerte di questo tipo; oppure, se cominceremo a scegliere oggetti fatti solo di materiale riciclato (indicato in etichetta) vedremo aumentare sempre più produttori che si attrezzano a farlo.

Questo ci tornerà molto utile in due modi, entrambi col loro valore economico: nel primo caso produrremo meno rifiuti da imballaggio e spenderemo meno di tariffa rifiuti; con la seconda azione, il valore delle materie riciclate crescerà con la crescita del loro mercato, e i nostri sforzi di differenziare a casa i rifiuti faranno guadagnare di più alle nostre amministrazioni comunali, che ci abbasseranno ancora di più la tariffa o ci daranno qualche servizio migliore. E questi sono solo due dei gesti utili a noi stessi che potremmo compiere.

Comunque sono molte le domande che un cittadino si pone di fronte alla questione rifiuti. Ad esempio: «è proprio necessario separare l’umido in casa» oppure «non sarebbe meglio la separazione fatta dalle macchine negli impianti» e ancora, «ma frazioni che separiamo, le rimischiano insieme» quindi «che ne facciamo della plastica»? Quando ci si sposta sul tema impianti, parte la questione «piccoli o grandi» oppure «aerobici o anaerobici» e ancora «è meglio la discarica del tal quale o l’inceneritore», per finire al classico «il termovalorizzatore chiude il ciclo»?

Una domanda strana, tipica di un bambino molto intelligente, è la seguente: perché gli altri animali non fanno la differenziata? Provando a parlare di questo forse riusciamo a fissare un concetto base fondamentale per tutta le successive considerazioni. E non sembri neanche stupida la domanda: quanti hanno mai pensato che gli altri esseri «superiori» non usano discariche o inceneritori e nonostante ciò non affogano nei loro scarti, ma solo nei nostri?

Sembra ovvio, ma è interessante rifletterci. È solo questione di numero totale, o di affollamento urbano? Certamente questo è il motivo principale: nessuna specie si ammassa come noi in un posto fisso. Anche le grandi mandrie migrano, proprio per lasciare riposare le aree che hanno razziato di cibo e caricato di rifiuti. Ma il mondo animale produce solo scarti biodegradabili, ed è questa l’altra grande differenza. Ciò che rilasciano si ricicla utilmente da solo.

Noi, invece, inventiamo continuamente materie e oggetti che il sistema terra non ha mai visto; quando questa roba viene rilasciata, la terra fa la differenziata: tratta il degradabile e scarta il non, lasciandolo in giro. È il destino della plastica, come sappiamo, ma anche di sostanze non solide, molto più insidiose.

Abbiamo solo due alternative: tornare al nomadismo della preistoria o usare l’enorme capacità tecnologica acquisita per riallinearci con i bilanci della biosfera. Ma dobbiamo fare in fretta: la Terra potrebbe passare alla differenziata spinta, e al compostaggio ci finiamo noi.

 

Massimo Blonda, Biologo ricercatore Cnr