Troppi «13» in quella missione Apollo

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La missione di 50 anni fa. «Paura? All’inizio fu impossibile domarla. Non sapevamo cosa fosse successo. Eravamo convinti che un meteorite avesse colpito l’astronave. Ma il vero momento di panico, e può sembrare paradossale, l’abbiamo avuto quando capimmo che avevamo perso la Luna»

Esattamente cinquant’anni fa, un venerdì 17 aprile (come oggi) si concludeva la più drammatica odissea spaziale della storia.

Quella della missione Apollo 13, una serie di eventi incredibili e quasi romanzati, tanto da farne un film di successo, uscito nel 1995, tratto dal libro «Apollo 13», scritto dal suo comandante, James Lovell.

Da romanzo anche le coincidenze delle date. Un bel venerdì 17 per il ritorno a Terra, sani e salvi, degli astronauti Lovell, Haise e Swigert.

E poi quel «13» che negli Usa non porta fortuna (abbiamo constatato noi stessi che in alcuni hotel, dalla camera 12a e 12b si passa alla 14).

Poi, la partenza: ore 13, 13 ora di Houston. E il 13 aprile 1970, ecco l’incidente.

«Paura? All’inizio fu impossibile domarla. Non sapevamo cosa fosse successo. Eravamo convinti che un meteorite avesse colpito l’astronave. Ma il vero momento di panico, e può sembrare paradossale, l’abbiamo avuto quando capimmo che avevamo perso la Luna».

Fred Haise oggi ha 87 anni. È stato astronauta della Nasa dal 1966 al 1979. Era il pilota del modulo lunare, e con il comandante James Lovell doveva sbarcare sulla Luna, mentre Jack Swigert doveva attenderli in orbita lunare.

Un’avventura quella dell’Apollo 13, destinata e compiere il terzo allunaggio tra le desolate lande degli altpiani di Fra Mauro, che si concluse con pieno successo. Una missione che, proprio per l’odissea e le probabilità (alte) che gli astronauti non tornassero a terra, incollò il mondo intero davanti alla TV con una audience ancora maggiore rispetto a quella del primo storico allunaggio, del luglio 1969.

«Houston, abbiamo un problema»

E pensare che Apollo 13 era partito con una certa indifferenza. Era ormai la terza missione di allunaggio, la quinta traversata Terra-Luna. Meno spettatori a Cape Kennedy per il lancio (200.000, in confronto a 1.100.000 dell’Apollo 11), e poco spazio su giornali e TV, anche negli Usa. Poi, il 13 aprile, quando l’astronave era a due terzi del viaggio Terra-Luna, e quando tutto «filava liscio, da manuale», come disse il direttore della missione Gene Kranz, arriva la comunicazione dallo spazio, prima di Swigert e poi ripetuta da Lovell: «Houston, we’ve got a problem here», che dava l’inizio della più celebre odissea spaziale della storia. Un’odissea che ha 50 anni, quella della terza missione di sbarco lunare, quella dell’Apollo 13, dall’11 al 17 aprile 1970.

Cos’era successo? Fred Haise, rispondendo ad alcune nostre domande, ci ha raccontato quei momenti drammatici: «Mi è rimasto impresso quel rumore strano che fece scuotere l’astronave — ci ha ricordato una volta Fred Haise —. Un rumore sordo, metallico, causato dall’esplosione, che fece traballare tutto, dovevamo aggrapparci, c’era da sbattere la testa. Ricordo il suono stridente nella mia cuffia auricolare. Jack mi urlò che si era accesa una spia non prevista. Stavo definendo i preparativi per la discesa, facevo una revisione generale nel modulo lunare. Poi, il botto».

Come rientrare a Terra?

La navicella Apollo, già prima del lancio battezzata, per una incredibile combinazione «Odissea», era totalmente fuori uso. Si poteva però utilizzare il Lem, il modulo per lo sbarco lunare, come «scialuppa di salvataggio», che con le sue scorte di energia ancora intatte poteva consentire al complesso Apollo-Lem di tornare. Il problema che preoccupava a Houston e gli astronauti, erano le batterie e le riserve generali del modulo lunare, progettate per funzionare 44 ore, mentre ce ne volevano ancora circa 90 per tornare a casa.

Un veloce calcolo indicò che gli astronauti sarebbero rimasti privi di energia per molto tempo prima del rientro nell’atmosfera. Inoltre, scarseggiava l’ acqua per raffreddare i sistemi elettrici.

I momenti più difficili?: «Quando dodici ore prima del rientro avevo le ossa gelate e quasi ero paralizzato dal freddo — spiega Haise —. Ne avevo patito parecchio, così come Jim e Jack: fu la causa dell’infezione al rene. Poi salii nel modulo di comando dell’Apollo dove la temperatura era un po’ meno bassa: ci vollero quattro ore prima che smettessi di tremare».

Fu dura. Tra correzioni di rotta per evitare che l’Apollo si perdesse nello spazio, e il basso livello di anidride carbonica che stava intossicando gli astronauti, in straordinaria cooperazione tra astronauti e centro di Houston, Apollo 13 riesce ad arrivare in prossimità della Terra, poi sgancia il glorioso Lem che li aveva salvati come scialuppa, e si tuffa negli strati atmosferici. C’era il terrore che l’esplosione avesse danneggiato lo scudo termico. L’ammaraggio perfetto nel Pacifico e l’arrivo degli elicotteri di recupero sancirono la conclusione trionfale del dramma.

Oggi James Lovell ha 92 anni. Dopo Apollo 13 si ritirò dal servizio attivo come astronauta, dopo quattro missioni (Gemini 7, Gemini 12, Apollo 8 e Apollo 13). Il suo libro «La Luna perduta» ha ispirato il film «Apollo 13» di Ron Howard, del 1995.

Swigert restò alla Nasa per alcuni anni, poi appena entrato in politica mori per un cancro nel 1982 (a 51 anni).

Haise invece restò in sella alla Nasa fino al 1979. Fu il comandante-pilota dei voli atmosferici del primo Shuttle, nel 1977, e sperava quindi, come era previsto, di comandare la prima, storica missione del 1981. Ma il suo posto fu preso da John Young, e lui darà le dimissioni, per poi andare a dirigere il comparto della ex Grumman che si occupava del programma della Stazione Spaziale.

Cosa era successo? Parmitano: «Una grande operazione Terra-Spazio»

A spiegarci cosa accadde in quel celebre dramma è l’ingegner Mario Ferrante, che per molti anni ha guidato il settore qualità e sicurezza di Thales Alenia Space Italia, occupandosi quindi dei fattori sicurezza e rischio per i moduli della Stazione Spaziale: «La serie di eventi che hanno portato al dramma Apollo 13 era iniziata cinque anni prima con una semplice modifica del design dell’Apollo — spiega Ferrante —. I sistemi a bordo dei moduli di comando e servizio erano stati progettati per funzionare a 28 volt. Tuttavia, durante i test di verifica presso il Kennedy Space Center, le specifiche originali furono cambiate decidendo per apparati funzionanti a 65 volt. Quell’anno, gli ingegneri diedero quindi indicazioni che i componenti dell’Apollo fossero riprogettati per accettare entrambi i livelli di tensione».

«Questa direttiva doveva riguardare anche i termostati che facevano intervenire dei “riscaldatori” per regolare la temperatura all’interno dei serbatoi. Ma questa modifica non avvenne per l’Apollo 13 che continuò a montare termostati a 28 volt. In una commissione di inchiesta la seconda domanda tipica è: “perché non se ne sono accorti durante le prove?” I collaudi non prevedevano questa prova poiché i termostati sarebbero intervenuti solamente nel caso di surriscaldamento dei serbatoi prova che a terra non veniva fatta»…

«Quindi con una tensione di 65 volt al posto di 28 volt il termostato andò in corto circuito saldando insieme i sottili contatti dell’interruttore e continuando ad alimentare i riscaldatori. Questo scenario causò un aumento della temperatura all’interno del serbatoio danneggiando l’isolamento dei fili elettrici e provocando le scintille che fecero esplodere il serbatoio».

«Non ero ancora nato ai tempi delle missioni Apollo — dice invece Luca Parmitano, astronauta italiano dell’Agenzia spaziale europea — ma documentandomi con passione, credo che Apollo 13 sia quella che mi ha colpito maggiormente, perché ha rappresentato una straordinaria cooperazione tra equipaggio e centri di terra. E poi perché in quella grave avaria rivedo un po’ ciò che ho vissuto io nella missione del 2013, con il problema, ad alto rischio, del guasto che fece penetrare acqua nel mio casco. Anche in quel caso, ho notato come in certe emergenze astronauti e team di terra lavorano in modo splendido per far fronte ai problemi e risolverli».

Antonio Lo Campo