Earth Day: 10 cose che mi ha insegnato questa pandemia …

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povertà sud miseria

…attraverso la voce di Luis Sepúlveda

Luis Sepúlveda era un vero abitante della Terra, che della Terra e dei suoi abitanti aveva capito abbastanza. Prima che un virus istigato proprio da coloro che denunciava nei suoi romanzi, colpevoli di maltrattare quella stessa Terra di cui siamo tutti parte, lo portasse via all’umanità, Luis ci aveva già detto molto di ciò che solo ora sembra stiamo imparando

Luis Sepúlveda 2014
Luis Sepúlveda in una immagine del 2014

Questo non è un Earth Day come tutti gli altri. Non è un Earth Day come tutti gli altri innanzitutto perché è il suo 50° anniversario da quando, nel 1970, migliaia di studenti e cittadini in tutto il mondo iniziarono a chiedere attenzione e azioni per i problemi dell’ambiente. Non è un Earth Day come tutti gli altri perché per la prima volta nella storia del nostro pianeta ci ritroviamo costretti a restare nelle nostre case perché una pandemia minaccia la nostra specie. Non è un Earth Day come tutti gli altri perché, dopo i molti segnali già ricevuti, Gaia, il nostro pianeta Terra, ci ha mandato un messaggio inequivocabile su quanto l’abbiamo ferita, danneggiata, maltrattata sino a costringerla in una risposta immunitaria estrema nei nostri confronti. Non è un Earth Day come tutti gli altri perché i patogeni che la nostra specie induce alla diffusione non distinguono tra buoni e cattivi e, spesso, colpiscono i più deboli.

Così, tra i tanti, questo virus ha ucciso anche lo scrittore, viaggiatore e attivista cileno Luis Sepúlveda. Nelle sue storie, nei suoi romanzi, nei suoi racconti e nelle sue parole sognava un mondo migliore di quello che lo ha fatto ammalare, privando l’umanità di una delle sue anime più pure. Ho letto d’un fiato i suoi romanzi, che sono stati grande fonte d’ispirazione in gioventù. Ho poi avuto la fortuna di incontralo e chiacchierare insieme a lui un paio di volte durante le presentazioni dei suoi libri in Puglia e a Roma, negli scorsi anni. Era una persona semplice e profonda, felice di scambiare idee e riflessioni. Durante uno di quegli incontri mi sembrava chiaro che dentro di lui vi fosse la convinzione, da me pienamente condivisa, che non è il mondo che dobbiamo cambiare, ma l’uomo stesso.

Penso che non ci sia modo migliore di ricordare Luis Sepúlveda che farlo in questa giornata speciale per il nostro pianeta Terra, riascoltando la sua voce e i suoi pensieri connessi a dieci cose che questa pandemia mi ha insegnato.

  1. Ho imparato come sarebbe la nostra Terra se fossimo solo un miliardo di persone sul pianeta e non gli attuali sette (in crescita esponenziale verso gli 11 del 2050). In questi giorni di distanziamento sociale, infatti, quando all’incirca 6 persone su 7 erano chiuse in casa, credo sia capitato a molti di guardarsi intorno e vedere strade con pochi passanti, supermercati semideserti, città libere dal traffico e dall’inquinamento, etc. Che bella sensazione vivere in un mondo non sovraffollato dagli individui della propria specie, nel quale piante e animali ritrovano il proprio spazio, i cervi ritornano a valle, gli uccelli cantano più forte e persino le stelle ci appaiono più luminose. Eravamo un miliardo fino agli inizi dell’800, poi la nostra specie è esplosa raddoppiando la popolazione nel 900, sino a vederla triplicata agli inizi del XXI secolo in una corsa senza meta, ma con un’unica conseguenza: la devastazione della nostra Terra. Scriveva Sepúlveda in «Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare»: «- Bene, gatto. Ci siamo riusciti – disse sospirando – Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante – miagolò Zorba – Ah sì? E cosa ha capito? – chiese l’umano – Che vola solo chi osa farlo – miagolò Zorba». E noi impareremo mai davvero a volare?
  2. Ho imparato che per quanto bella e confortevole possa essere la nostra casa, è necessario uscire per occuparci della bellezza e della confortevolezza della nostra Terra. Solo se sapremo vivere nel mondo, potremo continuare a esistere su questo pianeta. E per vivere nel mondo c’è bisogno di fare un passo indietro, rinunciare alle false certezze, all’idea di controllo, di dominio e di supremazia sugli altri, sugli altri popoli, sulle altre specie che affascina da sempre i più orbi della nostra specie e, in un atto di umiltà, tornare a essere parte e non gestori della Natura. Scriveva Sepúlveda in «Ingredienti per una vita di formidabili passioni»: «La vera possibilità di mettere fine a questo ricatto è nelle mani di noi cittadini e inizia dalla presa di coscienza che il sistema capitalistico nella sua espressione più perversa e disumana, il neoliberismo, ha ormai toccato il fondo. È vero che non abbiamo un’alternativa chiara, concreta, realizzabile a breve termine, ma c’è già il germe della più urgente delle rivoluzioni: la rivoluzione dell’immaginario di società, di paese, di comunità umana che vogliamo lasciare in eredità ai nostri figli. Dobbiamo decidere se vogliamo essere cittadini o consumatori, se abbiamo davvero bisogno di una sovrapproduzione di beni deperibili, di brevissima durata. E soprattutto dobbiamo capire che la democrazia non consiste nell’andare a votare ogni quattro anni per poi dimenticarsi dell’argomento».
  3. Ho imparato che, come cantava G.G., «libertà è – davvero – partecipazione». Perché possiamo sentirci uomini liberi anche stando chiusi dentro casa, ma la musica intonata dalle finestre, le bandiere sui balconi, la solidarietà persino tra sconosciuti mostrano un’esigenza innata della nostra specie di partecipare, partecipare a tutto, nel bene e nel male. Allora davvero riusciamo ad essere liberi solo se ci sentiamo parte di qualcosa. È arrivato il momento di sentirci, finalmente, parte della nostra Terra. Scriveva Sepúlveda in «Storia di un gatto e del topo che diventò suo amico»: «La libertà è uno stato di grazia e si è liberi solo mentre si lotta per conquistarla».
  4. Ho imparato che la Natura può spazzarci via in un sol colpo, se volesse. E che, per quanto ci riteniamo esseri superiori, dei sapiens sapiens ci siamo autonominati, se non smetteremo di minacciare questa Terra che, se davvero volesse, ci farebbe fuori in un attimo saremo vittime della nostra stessa arroganza. Un Homo stupidus stupidus ci definiranno le prossime specie dotate di scrittura, che si evolveranno su questo o su altri pianeti, guardando il disastro che abbiamo combinato alla meraviglia della vita che ci è stata concessa dal caso. Scriveva Sepúlveda in «Il mondo alla fine del mondo»: «La lotta contro i nemici dell’umanità si combatte in tutto il mondo, non richiede né eroi né messia, e inizia dalla difesa del più fondamentale dei diritti. Il Diritto alla Vita».
  5. Ho imparato che siamo tanti individui, ma di un’unica specie. Perché mai come in questa situazione abbiamo la certezza che da soli non saremmo nulla e avremmo davvero poche speranze di sopravvivere su questa Terra. Perché siamo tutti cittadini del mondo, siamo una specie sociale e qualunque discriminazione, razzismo e intolleranza dell’altro sono solo l’ennesimo sintomo di qualcosa che stiamo sbagliano. Quello stesso qualcosa che ora ci costringe a stare lontano dall’altro, nonostante – mai come ora – vorremmo tanto essergli vicino. Scriveva Sepúlveda in «Patagonia Express»: «Uno è del posto in cui si sente meglio».
  6. Ho imparato che potremo imparare quanto sia bello abbracciare, baciare, toccare qualcuno là fuori solo se avremo imparato a farlo qua dentro, nelle nostre quattro mura. Solo rivalorizzando gli affetti veri e sinceri saremo capaci di esprimere le nostre emozioni più vere in ogni angolo del nostro pianeta. In questi giorni di vita forzatamente domestica in molti stanno riscoprendo l’importanza delle piccole cose quotidiane e, soprattutto, delle persone che ci sono più vicine, ma che spesso sono quelle che diamo più per scontato. Quando ritorneremo nel mondo non dobbiamo dimenticarlo. Scriveva Sepúlveda in «Ingredienti per una vita di formidabili passioni»: «Si può ridere vedendo un farabutto che mangia l’uva a un povero cieco, ma quando il picarismo diventa la strategia per affrontare la vita quotidiana, a tutti i livelli, e ancora peggio per governare, i risultati si vedono e si vedranno sempre, perché ogni malefatta altrui resterà lì immutabile a ricordarci le nostre».
  7. Ho imparato che per la Natura siamo davvero tutti uguali (bianchi, neri, gay, etero, polentoni, terroni, etc.) nella nostra straordinaria diversità. E lo siamo per il semplice fatto che apparteniamo a un’unica specie in grado di inventare il cinema, di viaggiare intorno alla propria Terra e dipingere il Giudizio Universale, immaginando che ce ne possa essere uno, ma allo stesso tempo ha la capacità di vanificare tutta questa bellezza con piccoli gesti di quotidiana stupidità. Ecco che per la Natura non fa alcuna differenza l’orientamento sessuale, il credo religioso, la nazionalità, etc. Ciò che per lei conta è solo se sei in grado di produrre bellezza o creare orrore. Solo chi rifiuta l’ingordigia e sceglie lo stupore può davvero capire che sentirsi uguali dipende da quanto siamo in grado di apprezzare il privilegio di essere diversi. Diceva Sepúlveda: «Viaggiando in lungo e in largo per il mondo ho incontrato magnifici sognatori, uomini e donne che credono con testardaggine nei sogni. Li mantengono, li coltivano, li condividono, li moltiplicano. Io umilmente, a modo mio, ho fatto lo stesso».
  8. Ho imparato che se per anni i meridionali (quelli del Sud in Italia e di ogni parte del mondo) sono stati accusati da Salvini, Trump e dai loro amici di far andare in malora le nazioni, cosa dovremmo pensare ora che ad esser stati maggiormente contagiati sono proprio i Padani, i Lombardi, i “veri” americani del nord, etc.? E noi, invece, non pensiamo proprio nulla di male perché siamo fieri di essere del Sud, ma non siamo come loro. Sappiamo che non è il luogo in cui nasci a fare la differenza sul rispetto per l’esistenza degli altri. Sappiamo che non è colpa della metà del mondo da cui provieni a renderti una minaccia per l’altra metà. Sappiamo che se sei del Sud non hai, per nessuna ragione logica, maggiori probabilità di essere migliore o peggiore di uno che è del Nord. Però se, in questa situazione, al Nord sono più a rischio di contagio da questa pandemia, possiamo solo dimostrare a quelli della Lega, ai Repubblicani americani, e a tutti coloro che per decenni ci hanno discriminato, offeso, scacciato che siamo migliori di loro, che un letto e un’assistenza in un ospedale di Bari o di Palermo ma anche di Cuba o del Messico li offriamo anche a un infetto che viene dal Nord, senza costruirgli muri, perché quel che conta è solo la vita e il suo rispetto. Il resto è niente. Diceva Sepúlveda: «Essere del Sud segna la vita, a volte con una certa fatalità, a volte con una nostalgia più intensa della nebbia scandinava, ma anche con una luminosità più forte dell’aurora boreale, perché è la luce della gente del Sud, del mio Sud, un territorio senza frontiere assurde a cui si arriva senza altro requisito che amare il Sud. E quando uno è al Sud, in pochissimo tempo scopre che quel territorio gli entra sotto la pelle e nel sangue. Allora uno è del Sud».
  9. Ho imparato che nonostante i muri (vedi, ad esempio, quello tra Usa e Messico) e gli individualismi (vedi ad esempio la Brexit e le assurdità dell’immunità di gregge del Premier inglese, vittima della sua stessa indifferenza), il vero pericolo per i cittadini del Mondo deriva da chi viene eletto per amministrare le nazioni dall’interno e isolarle dall’esterno. Perché spesso crediamo che il pericolo sia là fuori e non ci accorgiamo di quanto pericoloso sia il mondo che abbiamo contribuito, con azioni inopportune o indifferenza, a costruire qui dentro. Dentro i ridicoli confini nazionali, dentro i nostri gruppi sociali, dentro le nostre case. Se solo iniziassimo a temere più il frutto delle nostre cattive intenzioni e delle nostre scelte (anche e soprattutto politiche) che il rischio potenziale di tutto ciò che è diverso da noi, smetteremmo di cercare la normalità della nostra vita a tutti i costi, perché la vera bellezza è in tutto ciò che ci sembra poco normale, anche se non lo comprendiamo. Scriveva Sepúlveda in «Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare»: «Miagolare l’idioma degli umani è tabù. Così recitava la legge dei gatti, e non perché loro non avessero interesse a comunicare. Il grosso rischio era nella risposta che avrebbero dato gli umani. Cosa avrebbero fatto con un gatto parlante? Sicuramente lo avrebbero chiuso in una gabbia per sottoporlo a ogni genere di stupidi esami, perché in genere gli umani sono incapaci di accettare che un essere diverso da loro li capisca e cerchi di farsi capire. I gatti sapevano, per esempio, della triste sorte dei delfini, che si erano comportati in modo intelligente con gli umani e così erano stati condannati a fare i pagliacci negli spettacoli acquatici. E sapevano anche delle umiliazioni a cui gli umani sottopongono qualsiasi animale che si mostri intelligente e ricettivo con loro. Per esempio i leoni, i grandi felini, obbligati a vivere dietro le sbarre e a vedersi infilare tra le fauci la testa di un cretino; o i pappagalli, chiusi in gabbia a ripetere sciocchezze. Perciò miagolare nel linguaggio degli umani era un grandissimo rischio per i gatti».
  10. Ho imparato che la velocità e la quantità sono valori solo in un mondo che corre verso il baratro. Ora che non c’è nulla per cui correre, niente shopping compulsivo, niente produzione da incrementare, niente frivolezze da accumulare cos’ha assunto davvero valore? La lentezza e la qualità. Sono le uniche due cose che ci danno gioia e speranza ora che la Terra ci ha messo con le spalle al muro. Scriveva Sepúlveda in «Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza»: «Quando un umano faceva domande scomode, del tipo: “È necessario andare così in fretta?” oppure “Abbiamo davvero bisogno di tutte queste cose per essere felici?”, lo chiamavano Ribelle».

terra clima pianetaLuis Sepúlveda era un vero abitante della Terra, che della Terra e dei suoi abitanti aveva capito abbastanza. Prima che un virus istigato proprio da coloro che denunciava nei suoi romanzi, colpevoli di maltrattare quella stessa Terra di cui siamo tutti parte, lo portasse via all’umanità, Luis ci aveva già detto molto di ciò che solo ora sembra stiamo imparando. Forse, per l’ultima volta, come vittima simbolo delle conseguenze dovute alla devastazione della nostra Terra, ha voluto lasciarci un messaggio di speranza: «La vita si misura dall’intensità con cui si vive».

Ciao Luis, hai vissuto intensamente e voglio ricordarti proprio in questo Giorno della Terra 2020, che mai sarà più intenso di com’è oggi: triste, amaro, ma anche pieno di speranze e di voglia di rinascere.

 

Roberto Cazzolla Gatti, Ph.D., Biologo ambientale ed evolutivo, Professore associato, Biological Institute, Tomsk State University, Russia, Research Fellow, Konrad Lorenz Institute for Evolution and Cognition Research, Austria