Belìce Punto Zero

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Il libro fotografico dell’Ingv rappresenta un viaggio alla scoperta delle conseguenze di un terremoto. «C’è un momento in cui il viaggio iniziato non può più essere interrotto, corriamo verso una frontiera, passiamo attraverso una porta misteriosa e ci svegliamo dall’altra parte, in un’altra vita»

Il respiro della Terra è talora accompagnato da colpi di tosse che diventano drammatici per la sola ragione che non siamo sufficientemente preparati a sopportarli. I terremoti sono la manifestazione della vitalità naturale e inarrestabile del pianeta: conoscerne la fisiologia è la chiave per essere in grado di sopportare i suoi sussulti. Parte così la prefazione, scritta da Carlo Doglioni, Presidente dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv), al libro fotografico «Belìce Punto Zero» edito dall’Ingv in collaborazione con l’Accademia di belle arti di Palermo, l’Università degli studi di Catania, la Biblioteca centrale della regione Siciliana «A. Bombace» e il supporto del Centro ricerche economiche e sociali (Cresm). Belìce Punto Zero è un libro che, condensando il lavoro già esposto in mostra nel corso dell’ultima edizione del National geographic Festival delle scienze, rappresenta un viaggio alla scoperta delle conseguenze di un terremoto, con l’obiettivo di invitare il lettore a soffermarsi sulle fratture radicali inferte al tessuto sociale e al territorio che gravano talvolta per decenni sulle comunità colpite da questa tipologia di eventi.

Perché Vale (acronimo di Vita, Abitazioni, Libertà ed Economia), scrive Doglioni, la pena studiare di più i terremoti, vale la pena prevenirli, vale la pena essere pronti per il prossimo sisma. Vale è il motto per cui dobbiamo a tutti i costi salvaguardare la vita nostra e dei nostri concittadini, vale perché dobbiamo vivere in case che non solo ci salvino la vita, prerequisito inviolabile, ma le abitazioni sono i nostri beni materiali primari e la loro distruzione o condizione di inabitabilità significa non solo perderne il valore, ma anche rinunciare alla libertà di vivere immersi nelle nostre radici e cultura, rimanendo magari sfollati per un decennio, con la disgregazione di una comunità e il disfacimento del tessuto sociale ed economico.

L’opera, frutto del lavoro corale di geologi, geografi, sociologi e artisti, ci riporta nei luoghi del devastante terremoto del Belice del 1968 confrontando le immagini di oggi, realizzate dai giovani allievi del corso di fotografia dell’Accademia di belle arti di Palermo, con quelle d’epoca pubblicate all’indomani del sisma e negli anni della ricostruzione dal quotidiano «L’Ora» e oggi custodite dalla Biblioteca «A. Bombace».

È stato sanato il ritardo di sviluppo economico di questa zona della Sicilia? Sono state ripristinate cultura e abitudini precedenti al terremoto? Le nuove case e le nuove città corrispondono alle aspirazioni di chi quei luoghi deve abitarli e viverli giorno dopo giorno? Qual è l’immagine del Belìce che transita oggi attraverso i media e i social? Queste alcune delle domande alle quale l’opera cerca di dare una risposta attraverso tre diversi livelli di lettura. In primo luogo, per l’appunto, le immagini, poi le voci, e infine l’analisi scientifica.

Il terremoto del Belice fu il primo terremoto catastrofico dell’Italia repubblicana. Un sisma che colpì una regione dove ancora lo sforzo industriale post-bellico non aveva inciso sui livelli di sviluppo sociale e culturale e che ha ulteriormente danneggiato i primi tentativi organizzati che perseguivano lo scopo di risollevare i suoi abitanti dal secolare stato di miseria materiale. Il titolo «Belice Punto Zero» ha il significato di evidenziare come quello del 1968 sia stato un terremoto che ha rappresentato il «punto zero» di molti aspetti: il rapporto complesso tra territori e Stato nella gestione delle grandi emergenze sismiche, il tentativo (fallimentare) di riproporre schemi urbanistici e infrastrutturali mutuati da esperienze aliene alla realtà siciliana «azzerando» il millenario rapporto tra gli abitanti e territorio, ed infine l’inizio di un particolare capitolo nella storia dei media che, per la prima volta in Italia, ha reso inevitabile il ricorso a strumenti innovativi (le radio «libere») in grado di raccontare, al di là della narrazione mainstream, la tragedia di decine di migliaia di persone costrette a scegliere tra un futuro incerto e l’emigrazione.

Isabel Allende, in un suo celebre Libro, scriveva: «C’è un momento in cui il viaggio iniziato non può più essere interrotto, corriamo verso una frontiera, passiamo attraverso una porta misteriosa e ci svegliamo dall’altra parte, in un’altra vita». Bene, questo è il percorso obbligatorio che la gente del Belìce sta affrontando da cinquanta e più anni. È questo senso di «viaggio nel tempo» dove raffrontando le immagini del passato con quelle del presente si comprende la paradossale presenza del «vuoto» tra i paesi della Valle, quasi a sottolineare un percorso di ricostruzione dall’alto verso il basso che non è riuscito nemmeno lontanamente a sanare la «ferita» nel corpo sociale e culturale di quel pezzo della Sicilia, producendo piuttosto, scenografie, scorci instagrammabili e rovine museificate.

 

Elsa Sciancalepore