Il «Museo della Cultura Arbëreshe» e il paesaggio identitario

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Basilicata san paolo Serra Dolcedorme e altre vette
Basilicata. Serra Dolcedorme e altre vette

La Commissione del Mibact (MiC) ha premiato con il riconoscimento di una «segnalazione» il progetto del Museo della Cultura Arbëreshe presentato dal Comune di San Paolo Albanese al Premio del Paesaggio. Un esempio pilota per chi vuole valorizzare la propria cultura. Lo Stato deve «promuovere un approccio integrato alle politiche che riguardano la diversità culturale, biologica, geologica e paesaggistica al fine di ottenere un equilibrio fra questi elementi» e potenziare «le iniziative che promuovano la qualità dei contenuti e si impegnano a tutelare la diversità linguistica e culturale nella società dell’informazione»

Il «Museo della Cultura Arbëreshe» è l’ecomuseo del territorio e della comunità etnico-linguistica arbëreshe di San Paolo Albanese. Realizza attività di recupero, restauro, conservazione, tutela, valorizzazione, promozione e fruizione del patrimonio naturale e culturale del paese. «Accudisce» la realtà fisica, naturale, ecologica e paesaggistica e quella culturale e demo-etno-antropologica.

Si prende cura dell’anima del luogo; dell’anima del «mondo/vita» di San Paolo Albanese: «Jeta e Shën Paljit». E si fa carico degli oltre cinque secoli di convivenza e di integrazione delle risorse naturali e culturali con il sistema ecoantropologico dell’intero contesto. Studia i significati e i valori «Shën Paljit», dove la comunità «arbëreshe», attualmente di poco più di 200 abitanti, si è rifugiata agli inizi del XVI secolo, dopo l’invasione ottomana della Grecia e la caduta di Corone, nel 1470.

Elementi costitutivi del Museo sono la lingua parlata, l’«aljbërisht»; i riti religiosi di tradizione greco-bizantina; il matrimonio arbëresh; il «fastoso abbigliamento» da sposa indossato dalla donna albanese; la festa di San Rocco; la processione del santo patrono, il 16 agosto, accompagnata dal «gioco del falcetto» e dalla «himunea», una costruzione votiva fatta con spighe di grano; la «vallja», i canti e i balli al suono della zampogna; il borgo rurale; la casa contadina; la «gjitonia»; la biodiversità vegetale e animale; gli ex coltivi, i prati, i campi di grano, gli uliveti e i vigneti abbandonati; la ginestra, «sparta», e il lavoro di trasformazione in tessuto; il bosco Capillo, un’area forestale caratterizzata da una specie endemica di farnetto di alto fusto; la peonia selvatica, «banxhurna ka Karnara», un endemismo botanico del monte Carnara; il Giardino Botanico «Ka kronjezit»; le vedute, in tantissimi punti del territorio comunale, verso sud-ovest, del massiccio montuoso del Parco Nazionale del Pollino e della sua vetta più alta: il Dolcedorme (2.267 m.s.l.m.) e, verso ovest e nord-ovest, della grande pietraia del fiume Sarmento.

L’identità culturale

Basilicata museo cultura arbereshe di San Paolo
L’interno del museo cultura arbëreshe di San Paolo

Il «Museo della cultura arbëreshe» è nato, negli anni 70, dalla volontà dei suoi abitanti e dei giovani del tempo, in particolare, di salvaguardare l’identità culturale, sociale, economica, territoriale ed ambientale della comunità di San Paolo Albanese. A tale finalità si sono ispirati gli interventi di recupero, di restauro, di manutenzione, di rivitalizzazione dei luoghi, dei paesaggi, dei patrimoni naturali, storici, culturali, degli ambienti di vita tradizionali, degli oggetti materiali esposti nella struttura museale permanente realizzata con il recupero di vecchie case del centro storico.

È stato un lungo, graduale e laborioso processo culturale, che dura da oltre cinquant’anni, con il quale si è realizzata la presa di consapevolezza e la riappropriazione dei valori; sono stati recuperati ed interpretati gli «oggetti del museo»: il paesaggio rurale, i boschi, le campagne, gli ecosistemi, l’etnia, la lingua, le memorie, le testimonianze orali, il saper fare, i mestieri locali tradizionali, il patrimonio materiale e immateriale della comunità arbëreshe. Si è conseguito, giorno dopo giorno, il consolidamento e il potenziamento delle relazioni delle nuove generazioni con il territorio e con la comunità; la comprensione e la reinterpretazione dell’anima dei luoghi del passato; l’animazione socio-culturale, la sensibilizzazione, l’educazione permanente, la formazione, l’innovazione culturale e la trasmissione dell’eredità storico-culturale; la fruizione delle risorse naturali e culturali del paesaggio identitario, mediante la promozione del turismo sostenibile, consapevole, lento, esperienziale con i cinque sensi, del turismo escursionistico, delle visite guidate.

Il Museo si è impegnato in un’azione di promozione di politiche di sviluppo locale sostenibile e durevole, stimolando e favorendo la partecipazione attiva della comunità.

Il Museo della Cultura arbëreshe è una istituzione «riconosciuta», che conferisce un senso compiuto a tutti i processi messi in atto. Via via che l’effetto-Museo si è materializzato la sua istituzione, infatti, ha potuto godere di visibilità, di riconoscibilità e di credibilità, manifestando ed esercitando un ruolo di «esemplarità» e una funzione di buona pratica nei confronti del contesto territoriale locale, regionale, nazionale e, in alcune specifiche occasioni, anche europee.

I contenuti di buona pratica hanno costituito fondamento nella elaborazione, approvazione e attuazione degli strumenti comunali di pianificazione e gestione del territorio di San Paolo Albanese. Hanno fatto da stimolo alle azioni locali di promozione, prima, e di condivisione, dopo, della istituzione del Parco nazionale del Pollino, di cui San Paolo Albanese fa parte. Hanno un contributo alla sensibilizzazione della opinione pubblica e alla nascita e alla propagazione di interessi verso le aree protette, le aree interne e i piccoli borghi.

Per gli abitanti di San Paolo Albanese il Museo è punto di riferimento, strumento di emancipazione, richiamo di attenzione, campo di semina e di coltivazione del passato, del presente e del futuro, garanzia di prosecuzione della storia, istituzione di eccellenza dentro la quale è stato possibile ideare, progettare e attuare la promozione e la valorizzazione della biodiversità naturale e culturale, del bene comune e della qualità della vita della minoranza etnico-linguistica arbëreshe.

Il Museo

Basilicata san paolo lavorazione della ginestra

Lavorazione della ginestra a San Paolo Albanese in BasilicataIl «Museo della Cultura Arbëreshe» di San Paolo Albanese è diventato materia di ulteriore interesse, per me, leggendo l’avviso del bando del Mibact per la selezione della Candidatura italiana alla VII edizione del Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa e per il conferimento del Premio nazionale del Paesaggio 2021.

Alla scadenza del 15 dicembre 2020 il Comune ha inviato la proposta del progetto di Museo con la convinzione di poter ottenere, almeno, il riconoscimento previsto dal bando per i progetti che la Commissione avrebbe individuato «meritevoli per la particolare qualità delle azioni svolte per la tutela e valorizzazione del Paesaggio ed in particolare per il raggiungimento degli obiettivi prefissati dalla Convenzione».

E, nella Giornata nazionale del Paesaggio, il 14 marzo 2021, è arrivato dal Ministro della Cultura l’annuncio della segnalazione, da parte della Commissione ministeriale, del progetto «Museo della Cultura Arbëreshe» con la motivazione: «gli sforzi per il mantenimento dell’identità e del senso di appartenenza si riflettono sulla gestione del territorio e degli spazi pubblici rendendo l’ecomuseo un dispositivo di alto valore socio culturale e un riferimento vivo per la quotidianità dei cittadini».

Scrivevo il 15 ottobre 2019 sul giornale online locale, «Francavillainforma.it», dell’evento del giorno prima: «Shen Palji, per un giorno, Capitale Europea della Cultura Arbëreshe». Con tale investitura, ricevuta dalla «Fondazione Matera 2019», il paese aveva avuto l’opportunità di stimolare «la curiosità, l’attenzione e la memoria dei visitatori verso il patrimonio naturale e culturale e la vita di comunità di un borgo, dove vive, da oltre cinque secoli, una minoranza di origine albanese». Quella giornata era stata vissuta, non solo da me, come «un tuffo e una immersione, senza passatismo e senza nostalgia, nella storia viva di un borgo arbëresh testimone di una civiltà, che conserva parole, racconti, suoni, saperi, oggetti, luoghi, patrimoni naturali e culturali di un mondo rurale, contadino, mantenutosi meravigliosamente originale e integro, malgrado le radicali trasformazioni intervenute negli ultimi cinquant’anni. Anzi, i contenuti del patrimonio sono cresciuti di qualità e di valore ed hanno allargato i loro orizzonti».

Descrivevo come la campagna, che si stava vestendo dei colori di autunno, l’ambiente, ancora coltivato dalla antichissima sapienza contadina del posto, e il paesaggio identitario, costruito da una comunità docile e conciliante con la natura e sempre presente con molti dei suoi tradizionali lavori, «mantengono la loro secolare armonia con il territorio, usando le risorse, che la natura mette a disposizione, con la misura della cultura e della ecoantropologia».

Vivere a San Paolo Albanese, dove il rapporto sociale, a mio avviso, è un «dato ambientale», significava «riportare e indurre a rapportare il mondo fisico a coloro che ci abitano, alla loro storia, alla loro cultura». Significava aiutare ad identificare «l’anima della natura con l’anima dell’uomo», come insegnava, nel VI secolo a.c., Parmenide nella Scuola di Elea, la città dell’Antica Lucania.

Il paesaggio identitario

Basilicata San Paolo paesaggio rurale e il Sarmento
Uno scorcio di paesaggio rurale e il Sarmento a San Paolo Albanese in Basilicata

Su «Il paesaggio identitario del Pollino», a Latronico, il 26 giugno 2015, avevo relazionato ad un laboratorio didattico sulla «Funzione culturale ed estetica del paesaggio». Nel parlarne avevo usato, sul tema, una serie di citazioni del dibattito culturale in corso in quel periodo, quali: «le ragioni profonde che legano singoli individui o gruppi familiari o piccoli insiemi comunitari al luogo abitato dalle loro memorie e dai loro propositi» e «la natura è in noi e noi nella natura in un rapporto insieme naturale e culturale, che tuttavia ogni volta ciascuno di noi dovrà riformulare nel suo proprio modo e nella sua propria lingua», perché «è la natura a fornirci la lingua per raccontare la vita».

Avevo richiamato, anche, le mie personali precedenti esperienze del «Museo della Cultura Arbëreshe» di San Paolo Albanese, del «Progetto Pollino» della Regione Basilicata e dell’Ecomuseo del Parco, quale strumento di tutela e di valorizzazione dell’identità e del paesaggio del Pollino.

L’Ecomuseo era per me la versione più aggiornata di paesaggio identitario e, secondo la Convenzione di Faro del Consiglio d’Europa del 2005, di patrimonio culturale. Hugues de Varine, che ne coniò, nel 1971, il termine, aveva definito l’Ecomuseo: un «museo diffuso», un «museo di comunità», un museo di un territorio.

L’Ecomuseo

Alla base del significato attribuito al paesaggio identitario è posta «la particolare fisionomia di un territorio determinata dalle sue caratteristiche fisiche, antropiche, biologiche ed etniche» vissute, viste, percepite dall’osservatore. Il paesaggio identitario è un «prodotto sociale», che la Convenzione europea ha inteso valorizzare non solo come «bellezza naturale», definita dal vecchio ordinamento (L.1497/1939), ma anche come «bene culturale» a carattere identitario; prodotto, cioè, di una cultura materiale che si manifesta attraverso gli aspetti naturali e le attività, i manufatti e gli oggetti della vita quotidiana delle popolazioni. Sono, perciò, componenti essenziali del paesaggio identitario tutti quegli elementi della cultura materiale che legano la natura all’uomo, alla sua immaginazione, alla sua creatività, alla socialità degli oggetti: dai campi coltivati alle colture agrarie, agli orti, ai giardini, agli alberi monumentali, ai borghi antichi; dalla storia, dalle tradizioni e dalla civiltà contadine ai luoghi, agli insediamenti umani e alle culture locali.

La costruzione identitaria comincia dall’adolescenza, quando inizia a delinearsi il profilo culturale delle persone e si creano i legami territoriali e il senso di appartenenza al luogo. Ponendo la percezione delle popolazioni a fondamento del concetto stesso di paesaggio, la Convenzione ha messo in luce la rilevanza antropologica dell’identità della popolazione, la quale può ritrovare in esso tracce di sé, della propria cultura e dei valori che la animano.

La Carta di Siena su «musei e paesaggi culturali», approvata al Convegno di Cagliari nel 2016, riferendosi alla responsabilità di tutti, come individui e come collettività, nei confronti del paesaggio, indica nel museo una componente di rilievo del paesaggio e gli attribuisce un carattere e un ruolo territoriale, in quanto depositario di testimonianze, materiali e immateriali, di un contesto e di un territorio di prossimità, fisica e ideale, che ne costituiscono la memoria. Il museo diventa, cioè, protagonista attivo della protezione, conservazione e valorizzazione dell’intero patrimonio culturale e ambientale. Al tempo stesso, si fa interprete delle visioni e delle esigenze delle comunità che hanno contribuito, nel tempo, a creare e trasformare i territori e i paesaggi, che costituiscono il loro contesto di vita e di lavoro. Assume la natura di centro di «interpretazione del patrimonio e del territorio» e promuove la conoscenza, favorendo, negli abitanti e in coloro che lo visitano, la consapevolezza dei suoi valori costitutivi.

«Il paesaggio è il presente, così come lo percepiamo: è il contesto — dice la Carta di Siena su “musei e paesaggi culturali” — entro cui si svolge la nostra vita quotidiana, un complesso di luoghi che ci sono familiari innanzitutto perché li abitiamo e ne siamo parte. Se anche tutto è paesaggio, alcuni di essi non sono affatto meritevoli di essere trasmessi. Anzi, nei loro confronti abbiamo il dovere di esercitare la nostra critica civile e di meditare su quanto va cambiato, quanto va innovato e quanto merita di continuare a essere o entrare a far parte del patrimonio culturale».

Questo compito (propone la «Convenzione quadro del Consiglio d’Europa sul valore del patrimonio culturale per la società», che l’Italia ha ratificato il 24 Settembre 2020, dopo quindici anni dalla stipula nella città portoghese di Faro il 27 ottobre del 2005) è affidato alla «gente», ai musei, ai quali è chiesto di ricercare nel paesaggio e nel «presente» quanto merita di essere protetto, conservato, salvaguardato. Perché, esprimendo «valori, credenze, saperi e tradizioni», i musei costituiscono una risorsa per il futuro.

La Convenzione di Faro impegna, inoltre, lo Stato a «promuovere un approccio integrato alle politiche che riguardano la diversità culturale, biologica, geologica e paesaggistica al fine di ottenere un equilibrio fra questi elementi» e a potenziare «le iniziative che promuovano la qualità dei contenuti e si impegnano a tutelare la diversità linguistica e culturale nella società dell’informazione».

 

Annibale Formica