Si fa presto a dire dissesto idrogeologico…

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pericolo frane dissesto idrogeologico

La mancanza della cultura della manutenzione

Le cause del dissesto idrogeologico sono molteplici e tutte dovute dall’antropizzazione dei luoghi. La forte cementificazione, legata indissolubilmente all’abusivismo edilizio e alla deforestazione combinate ai cambiamenti climatici provocano frane e alluvioni più o meno intense che generano ingenti danni economici, feriti e perdite di vite umane e animali. È il frutto esclusivo, quindi, dei comportamenti per nulla lungimiranti che l’uomo ha assunto dalla prima rivoluzione industriale

Sempre più si sente parlare in tv e sui giornali di dissesto idrogeologico ossia del rischio e/o il danno gravante sulla popolazione e sul costruito dovuto al cambio della morfologia del territorio causato da frane e alluvioni, ma pochi evidenziano le reali motivazioni della nascita di questo grave problema per la collettività.
Le cause del dissesto idrogeologico sono molteplici e tutte dovute dall’antropizzazione dei luoghi. La forte cementificazione, legata indissolubilmente all’abusivismo edilizio e alla deforestazione combinate ai cambiamenti climatici provocano frane e alluvioni più o meno intense che generano ingenti danni economici, feriti e perdite di vite umane e animali. È il frutto esclusivo, quindi, dei comportamenti per nulla lungimiranti che l’uomo ha assunto dalla prima rivoluzione industriale.

L’abusivismo edilizio

L’abusivismo edilizio non è soltanto evasione fiscale ma comporta notevoli danni al territorio e ai cittadini. La disattenzione dei piani urbanistici distrugge la visione di insieme che la progettazione urbana vuole dare, creando zone di disagio sociale data la conseguente carenza di servizi pubblici e attività. L’incontrastata espansione abusiva avuta dal dopo guerra fino agli anni 90 ha deturpato moltissimi paesaggi e vedute che caratterizzano ancora oggi la penisola italiana.
Edificare senza permesso di costruire implica inevitabilmente una progettazione approssimativa, sia dal punto di vista architettonico che strutturale. Le Ntc 2018 hanno esteso a quasi tutto il territorio italiano l’obbligo di verificare gli edifici anche alle azioni sismiche e le costruzioni abusive, potrebbero essere inadeguate diventando una minaccia per chi le vive e per la sicurezza degli edifici adiacenti. Senza considerare che i servizi sono dimensionati secondo un definito carico urbanistico: i residenti in case abusive infatti rappresentano una domanda inaspettata che rende inadatte le prestazioni offerte dagli enti pubblici.
Molti dei problemi che oggi si vivono nelle città italiane sono dovuti all’abusivismo edilizio o alla costruzione operata senza scrupoli, consentite da amministrazioni affatto illuminate. Il dissesto idrogeologico causato dai cambiamenti climatici è amplificato dalla presenza di fabbricati in luoghi dove era vietato costruire oppure era assolutamente sconveniente farlo.
Probabilmente l’abusivismo è solo la conseguenza di quella negazione inconscia che un evento disastroso possa accadere o ripetersi e che prende il nome di «Scotomizzazione del rischio Vesuvio». Questo fenomeno è radicato nella cultura anche folcloristica del luogo, in cui ogni anno si celebrano processioni religiose per alleviare la paura delle persone e ricordare come il santo protettore abbia difeso in passato la popolazione. I cittadini sono consapevoli dal fatto che il Vesuvio sia un vulcano attivo, ma lo considerano come un amico, o meglio un nemico silente che non fa del male.
Pensare che le cose non possano accadere porta soltanto a non valutare con mente lucida i fatti. È necessario, invece, un programma realizzato non solo da tecnici e politici, ma anche attraverso un dialogo con le persone che abitano la zona in modo da informare e preparare la popolazione all’evento.

La mancata prevenzione

Quindi il dissesto idrogeologico è davvero un tema che unifica l’Italia. I rapidi cambiamenti climatici rendono quanto più necessario un intervento considerevole da parte dei ministeri dei Trasporti e dell’Ambiente affinché siano salvaguardate vite e grandi quantità di danaro privato e pubblico. Si stima che l’esborso erariale da parte dello Stato per il sostegno alle vittime di dissesto idrogeologico ammonta a una somma che se fosse stata investita in prevenzione avrebbe evitato molte tragedie.
In rapporto al «cosa manca» e al «cosa si deve fare» per risolvere (perché si può risolvere davvero) il problema (che non è solo italiano, ma è molto italiano) diciamo che, forse, occorrono criteri di manutenzione vincolanti per gli enti di controllo.
Inoltre, come da più parti evidenziato, il riuso e il recupero del territorio non solo non sono una chimera ma sono un’importante linea di sviluppo. È chiaro che è necessario anche in questo caso coordinare gli interventi: il riuso deve effettivamente corrispondere a riduzione del consumo di suolo, ma anche essere un momento in cui il suolo non utilizzato venga messo in sicurezza. È inutile, per esempio, recuperare magnifici borghi se poi sono collocati su versanti instabili lasciati senza alcun intervento di stabilizzazione. Ecco questo, anche con azioni sinergiche di interlocutori economicamente capaci e interessati, potrebbe essere un’ulteriore spinta. Inoltre, come sempre, occorre sganciare le «ancore burocratiche» che nulla fanno se non affondarci e lasciare tali driver economici non utilizzati.
Un piano di interventi non coordinato non potrà che produrre delle inutili «sigillature locali» senza risolvere una questione che ci affligge (e come abbiamo appena avuto modo di vedere, affligge non l’Italia) da lungo tempo.
È evidente che un coordinamento, in base anche a delle valutazioni di rischio, sarebbe utile anzi indispensabile. In termini semplificati: convogliare le risorse in modo principale dove il livello di rischio è più alto; ma aggiungerei valutare anche, in modo serio ed efficace, le reali vulnerabilità dei territori. Questo significa dare il giusto spazio tecnico-economico alle professioni del settore, per primi ai geologi, e il giusto seguito agli studi imbastiti.
È del tutto inutile promuove studi e prendere atto che esiste un problema e poi?

La cultura della manutenzione

Sono allo stesso tempo convinto che la serietà di un paese si giudica dalla sua cultura della manutenzione: quella attività noiosa, dove non ci sono nastri da tagliare, né ponti sullo stretto da sbandierare, ma che fa funzionare un paese, in silenzio.
Ed è proprio questo il difetto che gli italiani, soprattutto i politici, rimproverano alla manutenzione: non fa succedere le cose. Non si vede e quindi non si vende. Perché il consenso italico è emotivo. Non valuta: percepisce. Non osserva, scopre. Non programma col cervello la contingenza, ma reagisce col cuore all’emergenza. Insomma, la manutenzione è anti-passionale, roba da nordici senza pathos.
Sì, è vero, poi bastano dieci centimetri di neve e si bloccano i treni per tre giorni proprio per mancanza di prevenzione e manutenzione, ma vuoi mettere l’euforia dionisiaca di accuse, insinuazioni, distinguo, scuse, mentre i politici stigmatizzano e auspicano.
Il ponte Morandi è crollato per scarsa manutenzione: i consulenti del giudice hanno depositato la perizia sul disastro.
Le cause profonde dell’evento possono individuarsi nella vita del ponte… lungo questo periodo sono identificabili le carenze nei controlli e negli interventi di manutenzione che non sono stati eseguiti correttamente.
È questo il passaggio più saliente e conclusivo delle 476 pagine scritte dai quattro periti nominati dal giudice che ha in mano l’inchiesta sul crollo del Ponte Morandi che il 14 agosto del 2018 si portò via 43 vite umane; a cedere sarebbe stato lo strallo (lato mare) della pila nove.
La perizia, composta da 14 capitoli, sviscera punto per punto tutti gli aspetti che sono intervenuti prima, durante e dopo il crollo. Luoghi, tempi, condizioni sono descritti con profondità; anche il «cinematismo del collasso», le immagini riprese dalla telecamera della Ferrometal che inquadrano e descrivono gli attimi in cui il viadotto sul Polcevera cede di colpo.
Secondo i periti la tragedia si sarebbe potuta evitare: controlli e interventi manutentivi, se fossero stati eseguiti correttamente, con elevata probabilità avrebbero impedito il verificarsi dell’evento. La mancanza e/o l’inadeguatezza dei controlli e delle conseguenti azioni correttive costituiscono gli anelli deboli del sistema; se essi, laddove mancanti, fossero stati eseguiti e, laddove eseguiti, lo fossero stati correttamente, avrebbero interrotto la catena causale e l’evento non si sarebbe verificato.
Vi è da aggiungere che il progettista aveva posto attenzione al rischio di corrosione dei cavi. Tali raccomandazioni erano particolarmente importanti e rilevanti tenuto conto della straordinarietà dell’opera. Inoltre, dalle prime verifiche, a breve distanza temporale dall’inaugurazione, sia tecnici del gestore sia lo stesso Morandi avevano evidenziato un già diffuso stato di ammaloramento e proposto modifiche di intervento.
Una lunga scia di crolli e di morti. È quella che caratterizza la storia recente dei ponti stradali e autostradali italiani. Qual è la causa di questi continui crolli? La mancanza di investimenti nella sostituzione di strutture ormai obsolete e di una manutenzione adeguata. Il Ponte Morandi, che fin da subito presentava diversi aspetti problematici, aveva ben 51 anni. In questa e molte altre realtà c’è poi il problema dei materiali: il cemento armato, o meglio, il calcestruzzo armato. Un materiale inventato nell’800 e di cui non si conosce l’effettiva durata. Sono trascorsi troppi pochi decenni per stabilire se sia un materiale valido o «eterno», come si riteneva in passato: a quanto pare, non è così.

Molti ponti «moderni» sono costruiti in calcestruzzo armato, una miscela di cemento, acqua, sabbia e ghiaia che viene appunto «armata» con sbarre di ferro e acciaio. Ma questi materiali sono oggetto di usura e sono facilmente indeboliti dall’azione dell’acqua nei punti più deboli. Senza contare un’aggravante da non sottovalutare: in Italia vige una lunga tradizione di lavori «al risparmio» in termini di tempo e denaro. E a differenza di Paesi come la Svizzera dove una struttura che ha un certo numero di decenni viene abbattuta e ricostruita prima che crolli, in Italia prevale la logica della «conservazione», anche se si tratta di infrastrutture e non di monumenti storici.

Francesco Sannicandro, già Dirigente Regione Puglia e Consulente Autorità di Bacino della Puglia