Siamo l’aria che respiriamo

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arne naess baita Tvergast
Nel 1938 costruì una baita ai piedi delle sue rupi, al limite della linea arborea, dove passò in totale quasi 12 anni. Chiamò questa baita Tvergastein, e qui approfondì il suo rapporto con la montagna e elaborò la sua filosofia.

La cura dell’ambiente è cura di noi stessi

Arne Naess, il filosofo norvegese, fondatore dell’ecosofia, in questo opportuno libro edito da Piano B, che raccoglie una serie di saggi, cerca di spiegare alcuni aspetti del suo rapporto con la natura

copertina naess«Oggi, una delle più agghiaccianti esperienze che possiamo fare è realizzare che i progetti di “riforestazione” non ripristinano davvero alcunché. Le piantagioni artificiali di alberi mancano dell’immensa ricchezza biologica, della diversità delle antiche foreste, della loro intensità e ricchezza metafisica. In tanti stanno reagendo negativamente al rimboschimento fittizio, e i tempi dovrebbero essere maturi per un cambiamento di politiche».

È quanto scrive Arne Naess in un saggio pubblicato nel 1989.

Il filosofo norvegese, fondatore dell’ecosofia (oikos=casa sophia= saggezza), in questo opportuno libro edito da Piano B (che non finirà mai di stupirci per le sue intelligenti provocazioni editoriali), che raccoglie una serie di saggi («Siamo l’aria che respiriamo. Saggi di ecologia profonda», pag. 202, 16,00 €), cerca di spiegare alcuni aspetti del suo rapporto con la natura. Tutto nacque nel 1938 quando costruì una baita ai piedi delle sue rupi, al limite della linea arborea, dove passò in totale quasi 12 anni. Chiamò questa baita Tvergastein, e qui approfondì il suo rapporto con la montagna e elaborò la sua filosofia.

Arne Naess è conosciuto soprattutto dagli addetti ai lavori, e non meraviglia. Quando ci si avventura nel campo ambientale, fra filosofia e proposte concrete di superamento degli ostacoli che stanno avviluppando il cervello dell’uomo contemporaneo; quando si auspicano nuove politiche e ci si lancia in nuove realtà economiche, che comprendono discorsi come la qualità della vita ritenuta un termine vago dagli economisti perché «ciò che essi considerano vago è in realtà la natura non quantitativa del termine», è evidente che un velo si alza sul suo pensiero.

E diventa così più difficile comprendere termini come «il cuore della foresta», sarebbe come cercare il luogo dell’anima, del pensiero, in un uomo. E senza questo passaggio profondo è impossibile allinearsi con una realtà che esiste indipendentemente dalla nostra capacità di comprendere. Ma, soprattutto, di vivere.

Il centro del discorso è la differenza fra ecologia superficiale, che è la risoluzione tecnologica ai problemi creati dall’uomo, e l’ecologia profonda che è un approccio globale e totalmente diverso nei rapporti vitali tra l’uomo e l’ambiente.

Ed è interessante osservare come Naess sottolinea che l’approccio superficiale dell’ecologia «tende a rendere la popolazione umana più passiva e meno interessata alle questioni ambientali», mentre «l’ecologia profonda cerca di chiarire i presupposti fondamentali alla base del nostro approccio economico in termini di valore, filosofia, religione».

In questo prezioso libro, Naess parla anche del nodo antropizzazione, ed è qui lo scontro quando si sollecitano cambiamenti degli stili di vita, quando si toccano concetti come la crescita, la sovrappopolazione, l’alimentazione, l’etica.

L’opera di Naess è di lungo respiro, ognuno lo può incontrare nel suo cammino esperienziale, ma ora ci sono già dei punti fermi, perché, come scrive Elisa Cavazza nella Introduzione: «Grazie a Naess, ambientalismo non significa necessariamente sacrificio della società a favore della natura, o limitazione della ricchezza umana. Al contrario, possiamo vedere la cura dell’ambiente come cura di noi stessi».

 

Ignazio Lippolis