Editoriale

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Frutti della terra, terra generosa, terra ricca, terra nostra madre… non c’è cultura primitiva che non abbia afferrato questi concetti, vissuta questa realtà, ricorso ai prodotti della terra per fondare il proprio benessere, la propria ricchezza e il proprio potere. E lo è tutt’ora, basti pensare alla diplomazia del grano fra Russia e Ucraina, oppure alle ricchezze del sottosuolo: dal petrolio ai minerali preziosi alle terre rare.

Ma il rispetto per nostra madre ha perso il suo sacrale valore ormai da tempo. Stiamo attraversando una fase, veramente troppo lunga, di assestamento e di nuovi valori che avanzano. Alcune cose si danno per scontate, ovvie, acquisite anche se sappiamo che non è così né sappiamo indicare chi debba intervenire, chi è che ci sta privando di quella gamma di valori fondamentali che mantengono la coesione del tessuto sociale.

Tutto si sta sfilacciando, quello che prima era un valore ora non lo è più, senza che l’abbia deciso qualcuno, senza che ci sia una ragione valida e senza che nessuno faccia opposizione seria e motivata.

Se in un’area c’è un endemismo importante, tanto da determinare una protezione con la creazione di un parco, questo principio può decadere se nella zona c’è un interesse economico. Se prima si facevano battaglie e vinceva la natura ora non è detto che possa accadere. Infatti, chi se ne importa del ruolo ecologico delle dune costiere o della costa in generale che anche senza dune ha il suo valore ecologico? E allora sì ai concerti di Jovanotti, si alla gestione diretta dei lidi anche delle dune come è stato permesso in Puglia da parte della Regione…

Le battaglie ecologiche non interessano più e il potere politico, nella sua ignoranza e incapacità gestionale del bene pubblico, sembra aspettare l’avanzata dei cambiamenti climatici, scientificamente ignorati dato che è da decenni che si indicano gli scenari attuali; oppure si aspettano gli incendi o un evento estremo che si porta tutto via…

C’è una logica bieca e fraudolenta che sa aspettare, disfare, distruggere senza sporcarsi le mani. C’è un’operazione che porta i cervelli all’ammasso, un fuoco incrociato fra negazionisti, politici ignoranti o prezzolati, che costituisce la base del non fare perché poggia sull’ignoranza, sulla incapacità di agire. Ed anche sulla tragica riflessione che al potere interessa il potere e non c’è alcuna carica che duri quanto la gestione di recupero dei beni ambientali. E non ci si rende conto che le spese oltre a farle l’ambiente, le sta facendo la democrazia con una sempre più traballante coesione sociale.

La radicalizzazione delle posizioni si sta affermando sempre più e non c’è nessun tentativo di mediazione. Quella che chiamano resilienza viaggia su binari divaricanti. Da una parte c’è chi riscopre vecchi valori e si attiva per conservarli e tramandarli. Un legame alle proprie radici forte e, a volte, commovente. Dall’altra chi, pur essendo figlio della stessa terra, si comporta con disprezzo e spirito distruttivo (chiamato aggiornamento o trasformazione o rivalutazione…).

C’è poi una fascia sempre più crescente di coloro che sono indifferenti, sono lì alla finestra. E tifano ora per uno ora per l’altro. Il tutto impoverisce in maniera notevole entrambe le fazioni. E anche coloro che si inseriscono per fare affari e trarne benefici non si rendono conto che impoverendo la «materia prima» non ci sarà guadagno per nessuno.

 

Ignazio Lippolis