Qualità dell’aria – Ridurre i PM per ridurre le morti

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L’Oms sfida il mondo a migliorare la qualità dell’aria. Polemica con il Parlamento europeo

Recentemente l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha presentato le nuove linee guida dell’Oms sulla qualità dell’aria. Secondo l’Oms, abbassare la soglia per un particolare tipo di inquinante quale il PM10 può ridurre i decessi fino al 15% l’anno nelle città inquinate. Abbiamo posto alcune domande a Roberto Bertollini (Direttore del Programma Speciale Salute e Ambiente dell’Oms Ufficio Regionale per l’Europa).

Vuole illustrarci le principali novità contenute in queste linee guida?

Per la prima volta le linee guida sulla qualità dell’aria riguardano tutto il mondo, indicando obiettivi uniformi per la qualità dell’aria. Tali obiettivi sono molto più severi dei limiti nazionali attualmente in vigore in molti paesi, e in alcune città consentirebbero di ridurre gli attuali livelli di inquinamento di oltre tre volte. Si stima che l’inquinamento dell’aria sia causa ogni anno di circa 2 milioni di morti premature nel mondo. Più della metà avvengono nei paesi in via di sviluppo. In molte città, la media annuale dei livelli di PM10 supera i 70 microgrammi per metro cubo. Secondo le nuove linee guida, per prevenire malattie questi livelli dovrebbero essere al di sotto dei 20 microgrammi per metro cubo. Si tratta quindi di valori sfidanti per richiamare l’attenzione delle autorità pubbliche a scelte coerenti con la salvaguardia della salute dei cittadini. Per la prima volta è stato incluso un valore soglia per il PM2,5 che non era presente in precedenza, perché si riteneva che per nessun livello di queste polveri ultrafini fossero assenti effetti. Ora viene introdotto, ritenendo comunque che al di sotto del valore indicato gli effetti per la salute siano contenuti.

I nostri tecnici ritengono che il PM2,5 sia il più appropriato per misurare la frazione di polveri di origine antropica, non pensa che si potrebbe utilizzare questo indicatore piuttosto che il PM10 come riferimento?

In effetti anche noi pensiamo che il PM2,5 sia più indicato come indicatore di riferimento, visto che si tratta delle polveri che hanno più incidenza sulla salute umana. Le linee guida fanno riferimento anche al PM10 perché è quello che storicamente veniva usato come indicatore di esposizione. Il valore di PM10 può quindi essere un valido strumento per poter confrontare i dati attuali con quelli del passato e poter così monitorare l’evolversi della situazione. Inoltre c’è un rapporto, che in genere si può considerare stabile, fra il valore di PM2,5 e quello di PM10, quindi il PM10 può rappresentare un indicatore indiretto anche del PM2,5, tuttavia la misurazione diretta del PM2,5 è sicuramente la migliore.

Lei definiva «sfidanti» i limiti presenti nelle linee guida, come si concilia questo con orientamenti quali quelli emersi recentemente nel Parlamento Europeo sulla discussione relativa alla nuova Direttiva sulla qualità dell’aria?

[Il Parlamento ha proposto di adottare limiti più elevati (quindi meno cautelativi) rispetto a quelli avanzati dalla Commissione Europea]
Non le nascondo che uno degli scopi di queste linee guida è anche quello di influenzare il dibattito internazionale e le decisioni delle autorità pubbliche. Naturalmente le decisioni dell’Unione Europea sono al vertice della nostra attenzione. Vorrei sottolineare che gli orientamenti espressi dal Parlamento Europeo, per quanto autorevoli, non sono vincolanti per il Consiglio Europeo. In realtà siamo preoccupati e non ci aspettavamo affatto questa presa di posizione che di fatto rappresenta un netto passo indietro. Pensavamo che il Parlamento dovesse essere più attento alle esigenze di salvaguardia della salute dei cittadini, evidentemente hanno pesato di più altri tipi di preoccupazioni. Purtroppo l’atteggiamento attuale ricorda quello tenuto in passato nei confronti dell’atrazina, quando la strategia fu quella di avvicinare i valori di soglia a quelli reali piuttosto che il contrario. Noi vogliamo evidenziare che queste nuove linee guida sono state stabilite attraverso una consultazione mondiale con più di 80 esperti e si basano sulla revisione di migliaia di studi recenti effettuati in tutto il mondo. Esse forniscono quindi la valutazione più aggiornata e ampiamente condivisa degli effetti dell’inquinamento atmosferico sulla salute, e raccomandano limiti di qualità dell’aria che riducono significativamente i rischi per la salute. Siamo impazienti di lavorare con tutti i paesi per assicurare che queste linee guida diventino parte della normativa nazionale, ed auspichiamo vivamente che l’Unione Europea ne tenga conto nelle sue prossime decisioni.

Gli effetti negativi sulla salute dell’inquinamento dell’aria sono certi, gli studi a cui fa riferimento lo dimostrano in modo indiscutibile, ma quando le autorità locali cercano di assumere decisioni forti in termini di limitazione della circolazione privata le reazioni da parte dei cittadini sono di insofferenza se non addirittura di rivolta, secondo lei come si dovrebbe agire?

In primo luogo credo si tratti di un problema di informazione. In realtà non si ha una idea così precisa da parte dei cittadini di quanto sia pericoloso per la salute l’inquinamento atmosferico delle nostre città. Poi vi è una percezione del rischio sostanzialmente distorta. Questo avviene ogni volta che sono in gioco scelte individuali. Il caso più classico è quello del fumo. Le persone tendono a sottostimare il rischio per la propria salute derivante da proprie scelte di comportamento. L’utilizzo della macchina invece che altri mezzi di trasporto è un altro esempio che corrisponde alla stessa logica. L’atteggiamento diventa opposto quando si tratta di rischi veri o presunti generati da impianti o strutture la cui presenza non è derivata da scelte individuali. Le faccio un esempio. Vi è una grande attenzione riguardo alla costruzione di nuovi inceneritori, con timori esasperati rispetto ai rischi che questi possono comportare. Si tratta della cosiddetta sindrome Nimby (Not In My BackYard), cioè non nel mio giardino, che spinge la gente a mobilitarsi per il timore di vedere impianti del genere vicini alla propria abitazione. In realtà strutture di questo tipo, se realizzate con tecnologie appropriate (un esempio è l’inceneritore di Vienna, che è localizzato nel centro cittadino) comportano emissioni molto ridotte, ed assai meno significative rispetto a quelli attualmente esistenti nelle nostre città a causa del traffico. La strategia deve essere sicuramente quella di potenziare l’informazione e di stimolare la consapevolezza dei rischi reali. Credo quindi che le autorità pubbliche dovrebbero in primo luogo sensibilizzare i cittadini in merito alla rilevanza dei loro comportamenti individuali per ridurre l’inquinamento che essi stessi respirano, per migliorare in primo luogo la loro salute e per accettare misure di contenimento e di controllo. In secondo luogo occorre che le misure che si adottano, che in alcuni casi devono per necessità essere incisive e talora impopolari, debbano essere fatte rispettare con la dovuta rigidità, senza eccezioni e comminando sanzioni severe e certe nei confronti dei contravventori. L’esperienza ci dimostra che quando le istituzioni locali si sono mosse in questo modo i risultati si sono visti. Ad esempio con l’introduzione di aree pedonali, inizialmente osteggiate da varie categorie e poi, una volta provatone gli effetti, difese a spada tratta dagli stessi primitivi oppositori.

Recentemente avete presentato uno studio sull’impatto dell’inquinamento atmosferico in 13 città italiane, realizzato insieme con l’Apat, l’Agenzia nazionale per la Protezione dell’Ambiente e per i servizi tecnici, avete in programma altre collaborazioni del genere?

Per il momento no, ma saremmo ben lieti di avviare nuove collaborazioni di quel tipo, realizzando alcuni approfondimenti e/o esaminando sostanze non trattate in quello studio (ad esempio IPA, piombo, ecc.).

(Fonte Arpat)