Clima – Più caldo in Veneto e si sciolgono le nevi

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sole caldo

Gli effetti dei cambiamenti climatici in linea con le tendenze nazionali

Aumento della temperatura media annuale, riduzione delle precipitazioni, innalzamento della quota del manto nevoso, è questo lo scenario emerso dalla Conferenza Nazionale sul Clima conclusasi ieri sera a Roma. «Una fotografia che corrisponde a quanto si sta verificando in Veneto – afferma Andrea Drago, direttore generale Arpav ? dove assistiamo a una riduzione delle portate dei corsi d’acqua e alla stagionalizzazione delle precipitazioni, concentrate in primavera e in autunno con un deficit in inverno, anche a causa della riduzione del manto nevoso, e in estate, tale situazione richiede interventi seri e tempestivi come il contenimento dei consumi, il ricorso a fonti di energia alternativa e altre azioni strutturali».

L’analisi sui dati climatici del Veneto degli ultimi cinquant’anni, effettuata dal Centro Meteorologico Arpav di Teolo, utilizzando nove stazioni per i dati di temperatura e 49 stazioni per i dati di precipitazione, ha evidenziato la riduzione delle portate dei corsi d’acqua, in particolare il bacino del Po si è ridotto del 20 per cento, dato che può essere applicato a tutti gli altri fiumi del Veneto e che è determinato dalla diminuzione delle precipitazioni e dall’aumento della temperatura che provoca evaporazione e in parte dalle derivazioni idriche.
Per quanto riguarda le temperature misurate sempre negli ultimi cinquant’anni, le medie annuali delle temperature minime giornaliere registrano un incremento di circa 0,26°C per decennio. Le corrispondenti medie annuali delle temperature massime giornaliere hanno registrato un incremento di circa 0,46°C per decennio.

Infine le precipitazioni, in analogia a quanto osservato in media nell’area mediterranea, registrano in Veneto negli ultimi cinquant’anni valori totali annui in calo con una diminuzione media per decennio di circa 34 millimetri.

L’ambiente glaciale e periglaciale delle Dolomiti

I piccoli apparati glaciali delle Dolomiti, grazie alle loro ridotte dimensioni, rispondono in maniera molto rapida alle variazioni del clima. Agli inizi del XXI secolo (2001), la superficie glacializzata complessiva dell’area dolomitica ammonta a 8,61 km2. Complessivamente la riserva di acqua stoccata è di circa 0,1-0,15 km3 (dato stimato).
Anche i ghiacciai dolomitici, a partire dalla fine della piccola età glaciale (1850 circa) sono, complessivamente, in fase di regresso, con una accelerazione del trend nel XX secolo talora drammatica. Considerando 27 apparati campione la variazione dell’estensione dal 1910 al 2004 è stata, mediamente, di -44,7% con una evidente accelerazione della fase di regresso a partire dal 1980 circa. Infatti, mentre la variazione areale dal 1910 al 1980 (70 anni) è stata di -27,3%, dal 1980 al 2004 (24 anni) è stata di -23,8% (dati desunti da GIS). Alcuni piccoli apparati (Ghiacciaio del Cristallino, Ghiacciaio orientale destro dell’Antelao ecc.) sono scomparsi totalmente, mentre altri, si sono ridotti drasticamente (es. Fradusta -80%).
Il Ghiacciaio Principale della Marmolada, dal 1910 al 2004 ha subito una variazione areale di -46% e, dal 1923 al 2004, un arretramento frontale di 434 m di quota. La risalita del fronte è stata pressocché continua con un’unica fase di stabilizzazione dal 1970 al 1980, decennio considerato il più nevoso del secolo nella zona dolomitica. Nel 2004 la massa di ghiaccio residua ammontava a 29,5 x 106 m3, con uno spessore medio di 16,5 m.
L’applicazione del modello Alpine 3D (SLF Davos) al bacino del torrente Cordevole, su una superficie di 1650 km2, ha mostrato che, nel periodo 1989-2004, l’estensione media potenziale del permafrost (probabile e possibile) è stata di 32,2 km2 (1,9% del bacino). Ipotizzando il ripetersi della situazione climatica che ha caratterizzato l’estate particolarmente calda del 2003, in 8 anni la superficie a permafrost potenziale si ridurrebbe a 1,68 km2.
Una delle cause che, insieme all’aumento delle temperature, ha contribuito al regresso dei ghiacciai è la riduzione dell’innevamento. Un recente studio effettuato su alcune stazioni dell’area dolomitica ha rivelato una riduzione della permanenza della neve al suolo (intesa come numero di giornate con neve al suolo nella stagione invernale da ottobre a maggio) a partire dagli anni 80 del secolo scorso. Rispetto alla media 1961-90, nel periodo recente (1991-2007), la durata della neve al suolo è diminuita mediamente di 18 giorni (12%). La riduzione maggiore si riscontra nella fascia altimetrica fra i 1.000 e i 1.600 m con -15% e minore alle quote superiori con -8%. Anche per quanto riguarda il cumulo stagionale di neve fresca, dal 1990 ad oggi è in atto una significativa diminuzione. Anche la stagione invernale 2006-2007 è stata deficitaria su tutto il versante sudalpino. Sulla base dei dati di 80 stazioni nivometeorologiche distribuite in 42 aree climaticamente omogenee è stato possibile evidenziare che è mancato il 40% della precipitazione nevosa, con punte del 60% nella fascia prealpina veneta orientale, nelle Alpi marittime e nelle Prealpi biellesi.

(14 Settembre 2007)