Capriolo

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A parte la migliorata situazione dell’Appennino centro-settentrionale, dove risulta ormai in sensibile ripresa, i tre importanti contingenti meridionali (Castelporziano, Gargano, Orsomarso) sembrano ancora estremamente limitati: oltre a necessitare di studi più approfonditi e alcuni territori circostanti avrebbero bisogno di rigorosa protezione

Comunissimo o addirittura infestante in molte parti dell’Europa centrale ed orientale, discretamente abbondante nelle Alpi e soprattutto nel Trentino-Alto Adige, verso il principio degli Anni Settanta questo timidissimo, splendido ed innocuo animale risultava purtroppo quasi completamente scomparso dall’Appennino e dalle foreste di pianura della Penisola, dove pure in passato era stato largamente diffuso.

Nuclei più consistenti di Capriolo sopravvivevano all’epoca soltanto in poche zone, tutte distanti tra loro, dell’Italia peninsulare. Anzitutto nei territori meglio preservati della Toscana, a partire dal Parco Naturale della Maremma, per lo più mescolati ad individui provenienti da ripopolamenti antichi e recenti (Capreolus capreolus). Poi nel Lazio, con una interessantissima forma di pianura sicuramente autoctona, salvata grazie alla Tenuta Presidenziale di Castelporziano (italicus). Inoltre con un popolamento indigeno di grande valore scientifico in Puglia, quasi una forma «insulare» più piccola e particolarmente adattata agli ambienti xerotermici, nel Promontorio del Gargano (garganicus). Quanto al nucleo sopravvissuto in Calabria, nei Monti di Orsomarso, esso ha subìto forti decimazioni a causa del bracconaggio, e qualche contaminazione per effetto di passate immissioni: ed anche se appare attualmente in lieve ripresa, o forse addirittura in via di espansione verso la Basilicata, non ne è stata ancora chiarita in modo soddisfacente l’effettiva posizione sistematica (ssp.?). Perché, a dire il vero, nelle indagini faunistiche ed ecologiche negli ultimi decenni sono stati investiti parecchi fondi, eppure alquanto primordiale è sempre rimasto lo stato delle conoscenze tassonomiche sul Capriolo della penisola: e la stessa Fauna d’Italia appare al riguardo assai poco convincente.

A parte la migliorata situazione dell’Appennino centro-settentrionale, dove il Capriolo risulta ormai in sensibile ripresa anche grazie ai riusciti ripopolamenti degli Anni Settanta, dei quali diremo meglio oltre, i tre importanti contingenti meridionali (Castelporziano, Gargano, Orsomarso) sembrano ancora estremamente limitati: oltre a necessitare di studi più approfonditi, essi potrebbero in futuro contribuire a colonizzare gradualmente alcuni territori circostanti, purché poi venga loro garantita rigorosa protezione. In qualche caso, un’espansione positiva potrebbe registrarsi anche grazie a ben orientati interventi dell’uomo: come ad esempio avvenne qualche anno fa al Parco Nazionale del Circeo, dove un oculato ripopolamento di Capriolo venne effettuato, anche a seguito di nostri suggerimenti, mediante il trasferimento di alcuni individui prelevati dalla Tenuta di Castelporziano, non troppo distante e molto simile per l’ambiente mediterraneo dominante, ma separata da barriere artificiali praticamente invalicabili.

Ritornando alla situazione dell’Ungulato nelle montagne dell’Appennino Centrale, si può tranquillamente affermare che gran parte della sua attuale crescente diffusione sia dovuta al successo dei ripopolamenti intrapresi nel Parco Nazionale d’Abruzzo a partire dagli Anni Settanta. In questo Parco il Capriolo, molto abbondante nei secoli scorsi (nella sola Valle Jannanghera prima che il Parco fosse istituito un solo cacciatore ne aveva abbattuti oltre cento esemplari) appariva virtualmente scomparso intorno alla fine degli Anni Sessanta, allorché veniva faticosamente intrapresa quella che da molti è stata definita «la redenzione del Parco». Perché in effetti anche un precedente tentativo di ripopolamento, avviato nei decenni precedenti, non aveva approdato ad alcun risultato positivo. Ma fu poi sufficiente il «lancio» in vari punti chiave di meno d’un centinaio d’individui, per garantire una crescita lenta ma armoniosa, poco visibile ma sicura, fino a costituire una popolazione che ormai, una trentina di anni più tardi, si attesta intorno al migliaio di esemplari. Inutile ricordare che ostacoli e difficoltà non mancarono certo: ma non tanto ad opera del Lupo appenninico, come certi «profeti di sventura» avevano preconizzato, quanto a causa delle critiche e degli ostacoli profusi da molti superesperti, cacciatori, politicanti e arruffapopoli presi di contropiede. Né si può in alcun modo dubitare del fatto che i predatori, tenendo il Capriolo sempre all’erta o in movimento, abbiano in sostanza contribuito alla buona salute della popolazione attraverso la selezione naturale, e il continuo spostamento dei pascoli, causato dal perenne movimento degli individui; così come in avvenire potranno assicurare il contenimento di questi nuclei, altrimenti destinati ad aumentare troppo e ad impoverire, di conseguenza, tutte le fonti di nutrimento.

Ma il futuro del Capriolo nell’Appennino non va dipinto soltanto con le forti tinte della eterna lotta per la sopravvivenza: si colora anche della gioia radiosa di quanti, giovani o anziani, riusciranno ad incontrarlo nel bosco, oppure semplicemente ad avvistarlo da lontano, o potranno comunque godere della ricchezza e della musica inimitabile d’un bosco ancora vivo. Anche per questo, si può affermare che le speranze espresse all’inizio dell’Operazione Ripopolamento, con l’appello lanciato alla Festa della Montagna dell’8 agosto 1971 sul Monte Sirente, «Riportiamo la vita nell’Appennino», non erano affatto vane e che la promessa di assicurare, dopo decenni di triste assenza, il ritorno a casa non soltanto del Capriolo, ma anche del Cervo, è stata finalmente mantenuta.