I suoi studi sul «Paesaggio agrumario»

119

Con la conoscenza di Del Viscio che parlerà d’agrumi del Gargano è stato facilissimo ed utilissimo ricostruire una piccola parte della mia identità di fanciullo che ha la fortuna di crescere i suoi primi anni di vita tra Casin’ e Casedd degli agrumeti, quando probabilmente (anni Sessanta) erano ancora intatti. Utile ancora oggi, da adulto, ad aiutarmi ad immaginare il tutto com’era, dannata ricerca. Agli inizi degli anni 80 del secolo appena trascorso, gli agrumeti del Gargano avevano perso gran parte del loro valore paesaggistico; bastava però leggermi il capitolo introduttivo dell’opera di Del Viscio, oggi finalmente «rispolverata», per compiersi immediatamente la magia di vedere risplendere, riaccendersi le luci, da troppo tempo ormai spente, del paesaggio agrumario del Gargano: «i boschetti simmetrici di agrumi, i tanti casini rurali, ora nascosti ed ora visibili appena tra il verde delle piante; le acque sorgenti dalle radici dei colli e serpeggianti come nastri d’argento per le gore; … Là, siepi d’elci, d’allori e di canne; qua mura di cinta con lunga fila di finestroni, muniti d’inferiate o graticci in legno; colà ponti che sorgono arditi i s’incurvano sulle valli per dar passaggio alle acque irrigatorie?.
La piccola e nascosta realtà agrumicola del Gargano è sempre stata oggetto di attenzioni da parte di poeti, letterati, artisti, religiosi a partire sin dal 1600, ma credo che nessuno ci abbia lasciato passi profondi e strutturati come questi. Con questa impostazione Del Viscio introduce il suo lavoro con un capitolo che con autentica cognizione di causa chiama «Paesaggio agrumario». Non è cosa di poco conto che un modesto sapiente di una «sperduta localitа» introduca un lavoro che ha caratteri agronomici, economici, commerciali, parlando appunto di paesaggio. Non è quella visione romantica, estetica del paesaggio tipica di quei tempi e che ha ancora oggi strascichi, ma è il paesaggio nella sua dimensione più moderna, ecologica, secondi i principi dell’Ecologia del Paesaggio che lo legge ed interpreta come una profonda interazione tra le dinamiche antropiche e quelle della Natura. Il Paesaggio agrumario di Del Viscio è la visione del paesaggio nella dimensione culturale che lo riporta dentro l’universo degli individui di una piccola comunità.
Il paesaggio come teatro (Turri, 2003) in cui le scenografie sono le valli anguste, le boscaglie: gli attori sono i giardinieri che rompono «con picconi la roccia o la si fa saltare in aria con mine…I terreni a pendio si dispongono a terrazze…Né la durezza della roccia, ne la profondità delle escavazioni scoraggia gli imprenditori… I terreni più aridi, e rocciosi, pendii più rapidi e difficili, le valli più anguste e profonde, mercè il lavoro, gli sterramenti… si trasformano in deliziosi giardini, in ricche e vaste tenute di agrumi». Il lavoro che trasforma, crea ricchezza, crea «giardini», una Natura trasformata, ma bella a vedersi. Non vi è dunque solo l’uomo attore che ha impresso in queste valli il segno del proprio agire, ma anche l’uomo spettatore, che sa guardare e capire il senso della propria azione sul territorio: ecco che il paesaggio di


Del Viscio si fa veramente teatro.