Il sacco dei Parchi

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«Aiuto! Sono tornati i Lanzichenecchi!». Se tuonasse ancora la voce di Antonio Cederna, intemerato e rimpianto difensore del «bel Paese», quest’anatema risuonerebbe ovunque. Ma oggi, anche aguzzando l’udito, non si possono percepire che flebili lamenti. Molti difensori della natura d’un tempo sono stati messi a tacere: il potere più perverso li ha adescati, o congelati, o più semplicemente li ha cancellati dalla scena.
Eppure l’aggressione ai Parchi Naturali d’Italia non potrebbe essere più subdola, e al tempo stesso violenta: e molti pensano che sia giunto il momento decisivo, che segnerà l’assalto finale alle isole verdi, a quelle vere roccaforti assediate che tentavano di salvare il meglio della natura d’Italia. Qualche Parco è già in via di smantellamento, come quello d’Abruzzo un tempo mito europeo; parecchi sono ridotti ormai a cantieri permanenti, dominio di ruspe e gru, motori e doppiette, motoseghe e appetiti d’ogni tipo. Ma ciò che più sconcerta è l’indifferenza generale, quasi uno stato di catalessi diffusa, che elargisce connivenza e impunità al più barbaro ed efferato dei delitti. Può sembrare un quadro esagerato? Vediamo allora qualche esempio.
Sciare tra le lave dell’Etna poteva apparire il delirio d’un folle, oppure il sogno proibito di politicanti e costruttori di bassa lega, ma veniva comunque impedito dalla chiara normativa di tutela del Parco Regionale, garantita da una compatta schiera di ambientalisti di Catania, con in testa il combattivo Fondo Siciliano per la Natura. Ora invece un incubo del genere potrebbe avverarsi, a seguito della creazione dei cosiddetti «poli turistici» nel cuore della riserva integrale. E non solo il vulcano più grande ed importante d’Europa, ma anche i Nebrodi e le Madonìe sono a rischio, perché se questo nuovo modo di proteggere la natura prendesse il sopravvento, trambusto e cemento potrebbero in futuro contaminare gli ultimi magici luoghi dell’isola dove regnava la pace. L’alibi abusato dei nuovi colonizzatori è quello di un’illusoria occupazione per molti: lo scopo reale, neppure troppo recondito, sembra invece quello di una probabile speculazione a favore di pochi. Perché tutti sanno bene, e nessuno può negare, che gli impianti sciistici sotto il sole del Mediterraneo rappresentano un’impresa assurda, costosa e passiva; ampiamente remunerata però dalla corsa al mattone sui terreni circostanti, già da tempo adocchiati e accaparrati. Cosa avverrebbe poi allora se un’eruzione improvvisa devastasse questi insediamenti a quota 2.000? Niente paura, tutti griderebbero subito al disastro, invocando i consueti aiuti per le «calamità naturali»…
Tagliar alberi a più non posso sembra invece lo sport preferito dal Parco Nazionale del Pollino a quello dell’Aspromonte, attraverso la Sila e le Serre, il più vasto comprensorio forestale del Mezzogiorno. E non si tratta di piccole ferite marginali, ma di scempi programmati nel cuore della selva, non importa se catalogata come riserva integrale, o zona sotto speciale tutela europea. Ma non sono certo i soli, perché anche ai margini estremi del povero Parco Nazionale d’Abruzzo accade qualcosa di simile, a Nord nel Vallone Tasseto di Villavallelonga, a Sud sulle selvose montagne della Sannita Alfedena. Nel silenzio generale, l’abbattimento di faggi secolari


ai Campitelli di Alfedena procede a ritmo tale, da indurre molti osservatori, sbigottiti di fronte alle interminabili cataste di tronchi tagliati, a parlare non più di alberi verticali, ma di «bosco orizzontale», disteso per procurare profitto per pochi, e per molti degradazione ambientale, perdita di acqua, ossigeno e biodiversità.
A sentire molti abitanti, ormai quel Parco in pratica «non esiste più», e in effetti il quadro che si presenta a chi vi ritorni dopo averlo visitato nei periodi d’oro è davvero desolante. Chiusi molti centri visita, abbandonate le aree faunistiche, demotivato il personale, scomparsa la pubblicistica che un tempo garantiva prestigio e attirava ecoturismo, sterilizzata ogni idea innovativa… La vita dell’Ente Parco sembra ormai tesa soprattutto ad amministrare se stesso, inondandosi quotidianamente di una ripetitiva autocelebrazione capace di convincere ben poco. Ma la più bella e recente impresa di questo Parco è consistita nell’affidare uno dei propri Rifugi storici, la Difesa di Pescasseroli, ad una singolare iniziativa delle timide Suore Salesiane. Dando così il via alla «urbanizzazione silenziosa» del più antico e pittoresco bosco ultrasecolare: strade e infrastrutture, ed anche una chiesetta spuntata come un fungo, immediatamente consacrata in modo da essere proclamata «inamovibile» in base al Concordato. Ecco perchè un quotidiano di forte opposizione tempo fa titolava: «La casa abusiva del Signore»… Vi è da sperare che l’abitudine di consacrare immediatamente edifici abusivi non dilaghi, altrimenti potrebbe diffondersi così una ennesima versione della ben nota «sanatoria all’italiana».
Del resto, edificare e privatizzare i luoghi più belli costituisce non da ieri, ancor più del calcio, lo sport nazionale preferito. Come ben narrava lo scrittore Paolo Monelli, ogni italiano che nell’ultimo dopoguerra s’affacciava per la prima volta sui luoghi più remoti ed inviolati, non raccomandava mai «Lasciamoli intatti per i figli dei nostri figli», ma piuttosto esclamava «Oh! Che bel posto, mi ci voglio fare una casa!».
Il tarlo del mattone non scava però soltanto in montagna. Costruire sul mare è stata in Italia la più intensa occupazione dell’ultimo mezzo secolo, eppure qualche angolo di costa era sfuggito miracolosamente al diluvio edilizio… Ecco allora addensarsi all’orizzonte grigie nuvole di cemento, incombenti anzitutto sul Parco dell’Arcipelago Toscano, e sulla stessa Isola d’Elba, a seguito del «commissariamento permanente», un geniale ritrovato utile per non disturbare manovratori, affaristi e costruttori, pienamente impegnati sul fronte edilizio.
L’ultima delizia riguarda la più favolosa isola del Mediterraneo, la Sardegna, dove le violente proteste di quanti difendono i privilegi di occupazione delle terre pubbliche del Gennargentu inducono lo Stato a sospendere lo «statuto di Parco» di quei luoghi, dopo anni di studi, lavori e finanziamenti promozionali inutili, ma ben graditi, e afferrati a piene mani da solerti Sindaci della Barbagia.

Scompariranno allora questi Parchi Nazionali per i quali un’intera generazione si era battuta, tra mille difficoltà, conquistando non pochi successi? Ma no, state tranquilli, i Parchi resteranno, venerati soprattutto come «alibi virtuali»: nomi, etichette pubblicitarie e immagini idilliache per gli spot promozionali. La qualità dell’innevamento è scarsa, le acque litoranee non sembrano proprio cristalline?


Nessun problema, si porterà neve finta in montagna e si pianteranno bandiere d’eccellenza tra i rifiuti sul bagnasciuga: l’essenziale è andare avanti, comunque e dovunque, con gru, ruspe e mattoni. La vera novità, rispetto al passato, risiede oggi nello stile diverso: perché mentre a gran voce tutti proclamano splendidi princìpi, dietro le quinte non pochi diffondono pessimi esempi. E vi è il rischio reale che ogni mala azione contro il paesaggio e la natura resterà impunita, grazie alla manipolazione della verità, al gioco di ricatti e baratti, e all’intorpidimento delle coscienze. Che sembrano ormai regole dominanti nell’attuale società del benessere.