L’Italia fanalino di coda

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Nel corso degli ultimi anni, nel nostro paese sono stati installati pochi pannelli solari in confronto ad altri, quali l’Austria e la Germania, penalizzati da un clima più freddo ma ricchi di una più antica sensibilità per le questioni economico-ambientali. Eppure, in Italia si potrebbe produrre il 30% dell’elettricità consumata, se solo la superficie a tecnologia solare ammontasse a 30 kilometri quadrati (compreso lo spazio tra uno specchio e l’altro): un’area non eccessiva, considerando che la si può ripartire tra più regioni e, all’interno di ciascuna , in diverse aree. Invece, come denuncia il Wwf, a fronte di un mercato europeo di 1 milione di mq/anno con un tasso di crescita del 18%, l’Italia raggiunge appena i 34.000 mq/anno, piazzandosi in fondo alla classifica anche nel confronto internazionale. Prendendo come indice la superficie di collettore installata ogni mille abitanti, la nostra quota di 3 mq è preceduta da molti paesi nord europei e da altri a clima mediterraneo, come Grecia (198 mq), Israele (560 mq), Cipro (800 mq). A sua volta, Greenpeace ha presentato il rapporto «Solare termico 2020», auspicando che entro tale data si riesca a coprire il 5% del fabbisogno energetico globale: ciò eviterebbe l’emissione di 154 milioni di tonnellate di anidride carbonica ed in più servirebbe a creare 200.000 nuovi posti di lavoro. Intanto, il 4 giugno scorso le delegazioni di 154 governi hanno adottato le risoluzioni di «Renewables 2004», tra cui: una dichiarazione politica sugli obiettivi comuni per incrementare l’uso delle energie rinnovabili, un programma d’azione internazionale in cui tutti i partecipanti alla conferenza hanno fatto confluire i rispettivi progetti e una serie di linee guida per indirizzare correttamente i ruoli e le responsabilità individuali. Infine, per quanto concerne la situazione oltreoceano al sito dell’US Department of Energy è possibile scaricare il programma «Solar Energy Tecnologies» formulato per gli anni dal 2003 al 2007 ed oltre.
M. V.