La rivoluzione del neolitico

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La diversità si trova dovunque, osservando il mondo circostante: il prato, il bosco, anche le stesse zone apparentemente aride che ospitano ugualmente numerose forme di vita. È difficile dire perché la vita si comporta così, ma certamente dalla diversità dipendono la sopravvivenza e la stabilità degli ecosistemi. Eppure le attività umane cercano in tantissime occasioni, per fini «economici», di annullare e spianare tale diversità.

L’attentato alla diversità biologica è cominciato con la rivoluzione del neolitico, quando i nostri antichi predecessori, diecimila anni fa, si sono stancati di dover raccogliere bacche e frutti e radici così come li offriva la natura nella sua grande varietà, di dover correre alla caccia degli animali da cui trarre la carne e hanno scoperto che alcune piante potevano essere coltivate e riprodotte, tutte uguali, in un terreno, che alcuni animali potevano fornire carne e latte, una volta che fossero catturati e allevati e fatti riprodurre in conformità con le necessità umane.

Da allora gli esseri umani hanno richiesto crescenti quantità di prodotti agricoli e zootecnici quanto più possibile omogenei e sono cominciati le coltivazioni e gli allevamenti intensivi, sempre più diffusi e accelerati, da due secoli a questa parte, con il continuo aumento della popolazione mondiale. Più merci alimentari, agricole e zootecniche, a basso prezzo, più interventi per «appiattire» la natura alle nostre necessità, fino a quando questa guerra alla diversità della natura ha cominciato a ricadere su chi l’aveva intrapresa a fini di profitto.