La sinergia risponde alla complessità

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È evidente che dalla distinzione in due metodi (induttivo e deduttivo) e, così anche, in due ambiti (fenomeni naturali, da un parte, e comportamenti e mentalità umane, dall’altra), non ha alcun modo di emergere una più articolata dimensione della «complessità», del contesto e del merito delle questioni sul vero e sul falso, che, così, si riduce a contrapposizioni sostanzialmente biunivoche.
È necessario, dunque, rivedere radicalmente quella lettura, delle cose del mondo, che è espressione del «tradizionale» e sempre «suggestivo» principio del «tertium non datur». Un principio che sembra rispondere con chiarezza solo alle nostre difficoltà di gestire contemporaneamente le dinamiche di tre o più parametri fra loro indipendenti, piuttosto che rispondere a tutto un improbabile mondo fatto solo di bianchi e di neri, privato cioè delle infinite sfumature dei grigi e di tutti gli altri colori. È un principio di semplificazione, troppo vincolante per la nostra autonomia di valutazione e del tutto inadatto ad affrontare la complessità degli equilibri globali. Un rapporto fra i fenomeni e la loro interpretazione che nel passato ha favorito il costituirsi quasi di un monopolio nel millenario lavoro umano di strutturazione delle conoscenze e di risoluzione dei problemi.

Se dalle analisi e dalle comparazioni è spontaneo il passaggio al coinvolgimento personale nelle relative discussioni, è più complesso, invece, il passaggio al coordinamento critico delle proposte per condividere soluzioni. Infatti le necessità di un cambiamento, suggerito da un vero plausibile, possono richiedere interventi operativi su contesti, caratterizzati da equilibri consolidati, generando così conflitti governabili solo con criteri (spesso tutti ancora da esplorare) di gestione della complessità.
La cultura della complessità si è sostanzialmente sviluppata, nella nostra più attuale modernità, intorno alla ragionevole convinzione che uno solo o anche pochi punti di vista, non possono descrivere quel divenire dei fenomeni e quelle verità ultime che siamo portati ad immaginare sempre determinati (per evidenza di fatti) da un numero indefinito di parametri.
Dunque, abbandonato ogni velleitarismo, sulla possibilità di arrivare ad una conoscenza compiuta del vero, sembrerebbero rimanere a nostra disposizione solo «dati sperimentali» e «principi condivisi». Ma, in un contesto di pluralità di contributi critici e costruttivi, vi sono anche «sinergie» possibili e «ottimizzazioni» delle risorse da valorizzare: tutti elementi essenziali, che richiedono la collaborazione attiva di più individui, per andare oltre il quadro di una verità confezionata con la sola somma meccanica di suoi frammenti, casualmente raccolti negli incontri, senza intenzioni, con la realtà quotidiana di vita.
Ci sono, dunque, cose che non possiamo realizzare da soli: sono cose che richiedono qualità valutative, progettuali ed esecutive che vanno ben oltre le disarticolate potenzialità di una semplice somma di singole capacità individuali. Vi sono capacità extra, invece, che l’uomo sa produrre «lavorando insieme» e «integrando» criticamente esperienze personali diverse. Le sinergie sono un bene comune che, quindi, non può essere surrogato da qualcuno che pur sa bene come «far fare le cose ad altri».
Il valore delle sinergie che l’uomo sa generare è oggi notevolmente sottovalutato. Eppure si tratta di un’occasione, di potenziamento


qualitativo del nostro agire, la cui valenza possiamo facilmente comprendere anche solo riflettendo, con una analogia, su come stesse tessere di un mosaico, se disposte casualmente o se preordinate secondo criteri di colori, di ombre e di luci, compongano nel primo caso solo una loro somma senza senso e nell’altro caso, invece, possano svelare il vero di un’immagine e il senso che essa può comunicare. Anche l’uomo, in analogia con le tessere di un mosaico, può generare proprie e virtuose sinergie. Intervenendo sui processi entropici delle attività umane (dispersione casuale di risorse) e preordinando intenzionalmente cose e fenomeni percepiti si può, infatti, far emergere, da quest’ultimi, il senso di quel vero che l’intelligenza umana è capace di esprimere.

Siamo in una «modernità» che, sostanzialmente, è un apparato produttivo lanciato a tutta velocità senza controlli e che non è in grado di tener conto della natura specifica dei processi complessi degli equilibri vitali (quindi è portato ad interpretare il corpo umano come una macchina, la società civile come un fluido, la politica e le Istituzioni come fabbriche e officine di riparazioni, l’economia come meccanismo assoluto di governo globale…). Siamo, cioè, in un mondo dove il vero del «senso delle cose» e ogni scelta ingegnosa e creativa, per la loro complessità non riconosciuta, sono condannati ad apparire come utopie. La velocità e gli automatismi della nostra modernità ideologica, presentati come fisiologici per la competizione e per il mercato dei consumi, sono, in realtà, trappole distruttive che imprigionano le utopie e sottraggono tempo, al lavoro creativo del pensiero umano, necessario per liberarle. Siamo, dunque, in un mondo paralizzato dove «pur se si cambia tutto, tutto rimane, poi, sempre uguale a se stesso».
Questo perverso meccanismo della nostra modernità e l’assenza di nostre azioni intenzionali sono da considerare i maggiori ostacoli allo sviluppo di consapevolezze condivise e al miglioramento delle capacità di discriminazione e di verifica del vero possibile. Se, come qui si assume, le crisi economiche, sociali, culturali, ambientali, di politica internazionale…, convergono tutte a potenziare questa condizione passiva di conservazione dell’esistente, saremo costretti a continuare nell’attuale condizione di stallo del progresso umano. L’effetto finale, degli squilibri strutturali e funzionali generati in questa situazione, è quello di una grave patologia sistemica che colpisce la parte, forse, più vitale del nostro essere: la capacità di costruire scenari di speranze e non certo di demenziali ottimismi. Senza speranze, fondate sul terreno fertile del progresso umano, la tecnica e la tecnologia potranno anche accelerare e dare successo alle cose, ma ne perderanno il senso. Chi ruba speranze all’uomo, sottrae risorse per la ricerca del vero, annulla le responsabilità delle scelte e obbliga alla violenza della lotta estrema per la sopravvivenza. Il cambiamento atteso sarà così impedito e sarà sempre più difficile uscire dalle sindromi che confinano le utopie nell’immaginario disperante di pensieri prigionieri di un vero sempre più indisponibile in un mondo sempre «falso».