Non ci interroghiamo più sul senso delle cose

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Oggi la «diversità» biologica e quella del pensiero sembrano non interrogare più l’uomo. Non si interroga più, sul senso delle cose, lo scienziato o l’intellettuale, sempre più chiamati ad operare per sviluppare un mondo tecnologico, assoluto o ideale, ricopiato da suggestive immagini tratte da sperimentate o argomentate convinzioni. Ma non ci interroghiamo più neanche noi, amici, fratelli o compagni, tutti ridotti a innocenti e sprovveduti viandanti di un vivere non percepibile se non proprio sottratto alla nostra disponibilità.
Sono, così, in molti quelli che finiscono col subire meccanicamente i ritmi quotidiani del sorgere e del calar del sole, quasi senza significative occasioni per mettersi alla prova in quelle esplorazioni esistenziali più profonde che, nell’intimo dei loro desideri, sono sempre in attesa di poter condurre e non solo di sentirle, sterilmente raccontate, da qualche imbonitore o di vederle, maltrattate e ridicolizzate, in qualche avvilente fiction televisiva.
Forse si può, così, spiegare perché molte delle menti più vivaci del genere umano (private delle opportunità di scelta ma cariche di energia) finiscono, spesso, per dar sfogo alle proprie (altrimenti inesprimibili) capacità, impegnandosi anche in lavori alienanti per posizionarsi, più o meno ostentatamente, nel bene o nel male, sugli scenari più spettacolari della vita e porre rimedio, almeno formalmente, al deprimente anonimato di un vivere sociale saldamente bloccato, sui riti e sui ritmi ripetitivi e massificanti dei consumi.

Ma il «male», della chiusura alla «diversità», non dilaga solo nell’ambito della realtà dell’immanente storico e quotidiano che condiziona la nostra sopravvivenza fisica. Infatti, anche in alcune indicazioni di vita pratica, che si fanno intendere come ispirati da riferimenti ad una cultura attenta al Trascendente, vi sono significative discontinuità in tema di «diversità». In particolare per molti «devoti» delle religioni monoteiste (fondate su «Verità rivelate» che pur fanno della «diversità» il tema di una missione di promozione di qualità umane, se non proprio di salvezza), il disconoscimento del valore della «diversità» rappresenta un punto nodale delle loro convinzioni. Le discontinuità vanno dalla negazione della diversità, sostenuta dal pensiero integralista che si propone di vincere sul mondo (un tipo di pensiero in realtà estraneo agli statuti della quasi totalità delle religioni), da una parte, a quello opposto, di una «verità assoluta» e «riservata» a pochi eletti, che porta al disinteresse verso il confronto e il dialogo, fino all’estremo di arrivare a non attuare alcuna forma di proselitismo.
Anche le istituzioni più vocate al trascendente a volte sembrano non dare chiari ed efficaci segnali sull’esistenza di un immanente composto da realtà «diverse». Realtà non etichettabili una volta per tutte, nel tempo e nello spazio, e verso le quali, invece, ciascuno di noi è chiamato continuamente a definire e ridefinire proprie inalienabili, autonome e dirette responsabilità, utilizzando intelligenza e discernimento, necessari per riconoscere quei valori e quel senso della diversità, che non possono essere né ceduti, né sottratti ad alcuno.