Pesci – Il virus che colpisce i salmoni d’allevamento

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La malattia è cosmopolita ed è stata segnalata in Usa, Canada, Giappone, Cile, Europa continentale, Regno Unito, Taiwan, Corea e Sud Africa

La necrosi pancreatica infettiva (Infecfious Pancreatic Necrosis = Ipn) è una malattia virale che colpisce i salmonidi di allevamento, provocando elevata mortalità nei giovani. La prima segnalazione, che risale al 1940, avvenne in Canada, mentre in Europa l’infezione è stata segnalata per la prima volta in Francia nel 1965.

La causa

Il virus causa della Ipn è particolarmente stabile in ambiente acquatico, dove è notevolmente diffuso. Tuttavia, il suo effettivo potere patogeno è stato dimostrato solo per il salmerino, la trota iridea, la trota fario, il salmone «amago» ed il salmone «sokeye». Sono inoltre sensibili all’infezione sperimentale il visone ed il topo.

Le modalità di contagio

La malattia è cosmopolita ed è stata segnalata in Usa, Canada, Giappone, Cile, Europa continentale, Regno Unito, Taiwan, Corea e Sud Africa.
La recettività in natura è un problema ancora non completamente risolto a causa della notevole diffusione del virus nelle acque dolci e salmastre. I possibili ospiti sono numerosi: quasi tutti i salmonidi di allevamento, le anguille, i teleostei non salmonidi, i molluschi, i crostacei marini e gli uccelli. È da sottolineare la possibilità d’infezioni anche asintomatiche.
Nelle specie più sensibili, i fattori che incidono sulla effettiva patogenicità del virus sono molteplici e riguardano il ceppo, la specie colpita, l’età, la concomitanza di altre infezioni batteriche o virali, la qualità dell’acqua, la temperatura, la densità della popolazione, le possibili sostanze inquinanti etc.
La principale fonte d’infezione è costituita dai portatori sani, che eliminano il virus con le feci, le urine o le secrezioni genitali oppure infettano i predatori che se ne cibano. Il problema della trasmissione verticale, cioè da un individuo alla sua progenie, resta invece da chiarire. Infatti la presenza di portatori sani o di virus nelle secrezioni genitali non è costantemente seguita dalla comparsa di malattia nella progenie. È tuttavia probabile che, al momento della fecondazione, il virus si adsorba sugli spermatozoi che lo trasportano verso la cellula uovo, nella quale potrebbe penetrare o restare adeso in superficie, dove, a seguito di trattamenti di indurimento, non sarebbe più raggiungibile dalle disinfezioni successive.
L’acqua stessa assume importanza epidemiologica data l’elevata resistenza del virus e la possibilità che esso si ritrovi nei protozoi che vivono a contatto con i pesci. Anche gli uccelli ittiofagi, come il gabbiano o l’airone, eliminando il virus con le feci, possono contribuire passivamente alla propagazione della malattia.

I caratteri della malattia

II virus presente nell’acqua penetrerebbe nell’organismo per via orale, localizzandosi sia nell’intestino che nel pancreas; è tuttavia possibile ritrovarlo anche nel rene, nel fegato, nella milza, nelle feci nel seme e nelle uova.
L’azione patogena si esprime soprattutto sulla mucosa intestinale, le cui lesioni sono inversamente correlate con i tempi di sopravvivenza. Le lesioni pancreatiche, invece, evolvono più lentamente.

I sintomi

L’Ipn prevale nei giovani tra la seconda e la terza settimana di alimentazione artificiale. Gli presentano una certa resistenza, per cui diverrebbero portatori-escretori sani con la possibilità, però, di presentare sintomi di malattia, generalizzati e non specifici, sotto l’effetto di agenti stressanti.
Il primo elemento di sospetto è costituito da una moria di entità molto variabile (10-90%) a seconda dell’età e degli eventuali stress. I pesci malati presentano colorito scuro e dilatazione addominale, da cui il nome di «Malattia della Pancetta». Nuotano spasmodicamente a spirale, voltati su un fianco: se sopravvivono alla forma acuta, di solito non crescono e presentano degenerazioni a livello pancreatico.

La diagnosi

L’approccio diagnostico in ittiopatologia presenta caratteristiche tali da escludere il più delle volte gli elementi di ordine individuale. Infatti i dati da rilevare ai fini della diagnosi comportano in primo luogo l’anamnesi e le condizioni generali dell’allevamento, e quindi l’esame diretto delle vasche, valutando vari segni, come il consumo di mangime, la morbilità, la mortalità, eventuali movimenti natatori anomali, etc. La diagnosi clinica presenta difficoltà a causa della frequente assenza di segni caratteristici. In ogni caso alcuni elementi, come un’elevata mortalità nei soggetti giovani e segni di dilatazione addominale, possono essere fortemente sospetti.
La diagnosi di laboratorio si basa pressoché esclusivamente sull’isolamento del virus su colture cellulari, partendo da tessuti infetti: in primo luogo pancreas, ma anche reni, appendici piloriche, milza, fegato, feci, seme ed uova.
La ricerca di anticorpi nel sangue, invece, si presenta di scarso ausilio alla diagnostica, data la notevole diffusione del virus e l’alta frequenza di portatori cronici.

Come prevenire la diffusione

La malattia è molto difficile da controllare a causa della sua notevole diffusione, della scarsa conoscenza dell’effettivo potere patogeno del virus, della presenza di portatori sani, della trasmissione verticale e della mancanza di un vaccino efficace. Tutto ciò induce le autorità sanitarie veterinarie ad assumere atteggiamenti contrastanti, improntati o verso la massima severità, con l’imposizione di misure drastiche come lo stamping out, o verso una blanda indulgenza.
Per quanto riguarda la profilassi sanitaria, le principali misure da adottare per il controllo della malattia consistono nel diradamento delle trotelle, per evitare problemi di sovraffollamento, e nella cura dell’igiene generale dell’allevamento, per prevenire eccessive situazioni stressanti. Particolare attenzione si deve porre nei limiti del possibile alla introduzione delle uova, degli avannotti e dei riproduttori. L’approvvigionamento idrico, inoltre, dovrebbe essere effettuato con acque sorgive o sicuramente non contaminate o, in mancanza, disinfettate. Bisognerebbe, infine, adottare misure precauzionali nei confronti di possibili vettori animati (uccelli) e inanimati del virus.
Per impedire o comunque ridurre la trasmissione verticale è possibile trattare le uova, durante la fase di fecondazione e indurimento, con potenti disinfettanti.
A scopo preventivo sono stati sperimentati anche due vaccini. Il primo deve essere inoculato direttamente nella cavità celomatica del pesce; il secondo, invece, costituito da uno stipite virale isolato dal pesce persico e spontaneamente attenuato per la trota, viene somministrato per bagno. In trote tenute a 10-12 °C si formano anticorpi neutralizzanti il virus entro 21-30 giorni.
La pratica della vaccinazione presenta tuttavia scarsa applicabilità, in quanto la somministrazione del primo vaccino è onerosa dal punto di vista operativo, mentre risulta assai costoso allestire il secondo tipo di vaccino che, fra l’altro, non previene né le infezioni precoci né quelle trasmesse attraverso l’uovo.