Meglio imitare la natura, oppure schiacciarla?

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geco occhio

La gamma delle «invenzioni» della natura, quelle che noi, muovendoci come elefanti in una cristalleria, continuiamo a devastare quotidianamente, è ricchissima

Una sera, al ricevimento che seguiva una dotta conferenza, una signora ingioiellata chiese a un celebre naturalista francese: «Ma in fondo, professore, a cosa serve una lince?». Lui la scrutò pensieroso, e con calma rispose: «A niente, signora. Proprio come Mozart…».

Quella gentile dama esprimeva, più o meno inconsciamente, un’opinione dominante in una società dominata dall’utilitarismo, e sempre più lontana dalla terra madre. Se la lince non serve a nulla, figuriamoci cosa potrà pensare allora la gente di altri esseri meno noti, come il pipistrello o il geco, il grillo o la libellula.

Eppure… Eppure la varietà, ricchezza e imprevedibilità della natura non hanno limiti. Per quante forme animali o vegetali ci sforziamo di scoprire, conoscere o immaginare, in qualche parte del pianeta ce ne sarà sempre qualcuna che non avevamo neppure sognato potesse esistere. Ecco perché nel 2006 avevamo proposto di esprimere questo concetto con una sola parola, Criptobiovarietà. E cioè una straordinaria, variopinta, mutevole vita pulsante, di cui la mente umana non coglie che piccoli bagliori.

Pensiamo al Pipistrello, tanto odiato e temuto quanto utile e discreto, laborioso divoratore di insetti fastidiosi come le zanzare e altri insetti, moltiplicatisi a dismisura per effetto dello sconvolgimento degli ecosistemi. Un servizio di controllo e risanamento svolto ogni notte con grande silenziosità ed efficienza, a costo zero e con risultati ottimi, impiegando da sempre quel sonar che solo molto più tardi l’uomo sapiente avrebbe scoperto.

L’animaletto che può stupire di più è però un rettile simile a una lucertola, dalle abitudini crepuscolari e notturne, che da qualche tempo sta facendo la sua comparsa anche nelle nostre case, soffitte e terrazze, spingendosi via via più a nord a causa del riscaldamento che avanza. Si tratta del geco, detto anche tarantola, non troppo amato e talvolta addirittura odiato e perseguitato a causa dell’umana ignoranza. Sì, perché il nome tarantola lo fa erroneamente ritenere pericoloso, mentre l’animale dal morso velenoso è in realtà l’omonimo ragno, peraltro quanto mai schivo e pacifico.

Il piccolo geco cela nel suo corpicino, frutto di lunghissima evoluzione, proprietà inaspettate. Si pensi anzitutto alle zampette, ricoperte di sottilissime setole dette «spatole», che gli consentono di camminare senza rischi sul vetro più liscio, anche a testa in giù. Oggi una nuova scienza, detta Biomimetica e fortemente appoggiata dalle Nazioni Unite (Unep), lo ha preso a modello per realizzare tessuti adesivi d’avanguardia, utilissimi per le più disparate applicazioni pratiche.

Ma le virtù del Geco non finiscono qui, perché il suo occhio sempre aperto e vigile, a pupilla verticale, con quattro aperture capaci di trasmettergli immagini sovrapposte, costituisce il più perfetto esempio di vista multifocale, cui cercano di ispirarsi le lenti di ultima generazione. E si potrebbe continuare a lungo…

La gamma delle «invenzioni» della natura, quelle che noi, muovendoci come elefanti in una cristalleria, continuiamo a devastare quotidianamente, è ricchissima. E da qui la Biomimetica sta avventurandosi a trarre ispirazione, per un progresso tecnologico che cerca di superare se stesso.

«Non faremo errori se ci faremo guidare dalla natura» ammonivano gli antichi. E in fondo, non avevano poi tutti i torti.

 

Franco Tassi