L’umbra de la sira

165

Fernando Rausa, Edizioni Atena

La Vita è nelle sue molteplici sfaccettature ciò che si assapora soffermandosi a riflettere sui versi di Fernando Rausa.

La Vita vissuta a Poggiardo (Lecce), ma non solo. È vero che il suo paese d’origine, che egli ama immensamente, è la sua principale fonte d’ispirazione, ma chi si concede completamente al fascino dei suoi versi, avvertirà via via un respiro sempre più ampio che conferisce ai testi di Rausa quel carattere di universalità umana e poetica tipica dei grandi compositori.

Acuto osservatore della realtà che lo circonda, Rausa la scandaglia con la sensibilità e la profondità di pensiero proprie di chi, innamorato della vita, del suo paese, della sua gente, ne esalta con orgoglio i pregi e ne denuncia, con amorevole e inclemente spirito critico, i mali ai quali non intende rassegnarsi…

È, quello di Rausa, un «caso» particolare di poeta dialettale, la cui opera non intende semplicemente divertire il lettore, né soltanto sottrarre all’oblio del tempo personaggi, usi e costumi che pure rappresentano un patrimonio da custodire, per creare «memoria storica», senza la quale è difficile sviluppare quello spirito di «identità» e «appartenenza» prima, di «partecipazione» poi, presupposto indispensabile per la crescita umana e civile di qualunque comunità…

Si è detto all’inizio che Poggiardo rappresenta la sua maggiore fonte di ispirazione. In effetti, attraverso le sue poesie è possibile ricostruire una realtà locale che l’autore non si limita a fotografare, ma fa «rivivere» attraverso tratti, colori, profumi, voci che, in un tutt’uno armonicamente composto, stimolano i sensi e toccano le corde del cuore, suscitando nel lettore reazioni differenti, a seconda del suo livello di coinvolgimento.

Molti i personaggi noti di Poggiardo, di cui Rausa traccia il profilo, con una evidente propensione a schierarsi dalla parte degli ultimi, di coloro che, meno fortunati di altri, sono anche oggetto di scherno e derisione da parte di chi vanta una presunta normalità, se non addirittura superiorità.

Sferzante con i prepotenti e gli egoisti, Rausa si accosta con delicatezza e rispetto alle persone che meritano o ai deboli, dando voce a chi non ha voce, a chi subisce le scelte o la volontà degli altri. Parliamo non solo di persone, ma anche di cose (il bar, l’uva, il vino, ecc.) alle quali, attraverso la personificazione, l’autore conferisce il valore di «creatura» con una mente e un cuore.

Colpisce molto questo grande rispetto per tutto e per tutti, ma in particolare per gli uomini, che si esprime non solo nella difesa diretta degli umili, ma anche nella capacità di denunciare l’arroganza, l’ambizione, il cinismo di chi pretenderebbe di costruire la propria fortuna sulla pelle della povera gente, soprattutto in politica…

Analizzare con estrema lucidità i mali dell’umanità non vuol dire cedere al pessimismo, al contrario è condizione necessaria per individuare soluzioni possibili che non conferiscano alla poesia una funzione puramente evasiva ed illusoria, ma il compito assai più impegnativo di dimostrare il coraggio delle idee, facendosi carico della funzione formativa che l’arte può e deve avere…

Non avendo potuto frequentare il ginnasio, a causa delle difficili condizioni economiche della famiglia, Fernando Rausa si laurea alla scuola della vita, affinando una sensibilità e una efficacia espressiva che, insieme alla profondità del pensiero, gli permettono di trattare temi leggeri, ma anche argomenti a sfondo sociale, politico, economico, filosofico, religioso. Alla base, una vita orientata da una grande passione, da un forte sentire, da una profonda sensibilità, da valori e ideali intramontabili che sono per lui patrimonio naturale, non indotto. A questo si aggiunge la grande apertura mentale e la lungimiranza nel precorrere i tempi, su tanti temi ancora oggi di grande attualità…

Profondo osservatore delle cose del mondo, innamorato della vita e dell’umanità: credo sia questo il segreto della sua grandezza poetica!

Parlando dell’umanità di Giovanni Paolo II, si dice: «Un Uomo diventato Papa». Con i dovuti distinguo, di Fernando Rausa possiamo dire: «Un Uomo diventato Poeta».

Rita Pizzoleo

Nota del curatore

Dal microcosmo del paese natale

alla comprensione del destino umano

Fernando Rausa nasce a Poggiardo il 3 gennaio del 1926 e vive esclusivamente qui per tutta la vita, salvo una parentesi negli anni tra il 1950 e il ?51 in Argentina, fino alla morte avvenuta il 25 febbraio 1977. Di  famiglia operaia e ultimo di cinque figli, molto legato alla madre, consegue la licenza elementare con successo, titolo che allora era considerato già un notevole traguardo…

Inizia a lavorare nei cantieri edili seguendo la tradizione patriarcale e venendo a contatto, ancora giovinetto, con le condizioni di dura vita operaia. L’esperienza sarà fondamentale per la lezione di vita appresa e per le conoscenze dirette della sofferenza umana. Il sapere popolare, inteso come saggezza secolare, e l’educazione ricevuta dalla famiglia saranno fondamentali per la sua formazione, sempre sostenuta da dignità nei comportamenti, e lo riscatteranno dalle infime condizioni sociali…

Naturalmente queste modalità, questi sentimenti trovano forma e sostanza nelle composizioni, ideate e improvvisate così a braccio, espresse spontaneamente in ditirambi salaci, derivati dalla tradizione licenziosa popolare, quando si esprimono  nella recitazione dei cosiddetti «brindisi» nel corso di festicciole ricreate dalla fervida fantasia popolare per cerimonie varie, esposizioni dei corredi, le nozze vere e proprie e altro o, nel campo lavorativo, nella fase finale della «gettata» di compimento della struttura edile, quando nel cosiddetto «capicanale» il proprietario offriva «pezzetti e mieru», ovvero buone mangiate e grandi bevute.

Sente l’urgenza di dire «qualcosa» al mondo, di comunicare il suo stato d’animo, le sue convinzioni, le certezze ma anche lo straniamento rispetto a un destino incomprensibile.

A distanza di trent’anni dalla sua morte e per ricacciare dall’oblìo le sue poesie, nel novembre 2006 viene ripubblicata una prima raccolta di poesie, edite e inedite, con il titolo «Terra mara e nicchiarica».

Donato Valli, già Rettore dell’Università Statale di Lecce, ne scrive l’introduzione e riconosce al poeta la profonda ispirazione, l’urgenza spirituale, per quanto gli riesca difficile collocarlo nel genere e nello stile, preferendo a fronte della sua autenticità definirlo «una voce fuori dal coro».

Segue ora questa nuova pubblicazione, che raccoglie altri testi, in parte già pubblicati, in parte inediti e carpiti da fogli ingialliti o brandelli di carta utillizzati dal poeta per fissare un’ispirazione immediata.

Essi evidenziano in chi li osservi, negli argomenti e nei soggetti trattati, via via una evoluzione tematica: le prime poesie ad es. ritraggono aspetti curiosi e significativi della vita paesana, vengono infiorettati e presentati personaggi tipici, ad esse si mescolano considerazioni più profonde, di contenuto morale, che pongono problemi sul destino umano, sul male, sulla vita e la morte, infine su quel concetto di «homo homini lupus», così tanto aborrito dal poeta da spingerlo a sentire il dovere di esprimere, con evidente commozione, la piena solidarietà nei confronti delle vittime più deboli della società, gli ultimi della terra.

Infine le poesie che costituiscono questa nuova raccolta rivestono una grande importanza perché vengono imprigionati ed esaltati nella loro forza espressiva lemmi desueti, tratti dalla cultura contadina, dalla terra, confusi in composizioni poetiche originali, che il poeta ha ricreato e immaginato o filtrato dalle forme e dai ritmi che gli forniva la tradizione dotta, dai sonetti alle ballate dalle rime baciate alle alternate,  inseguendo i ritmi spontanei e popolani che  si è inventato la tradizione poetica e musicale…

Paolo Rausa