«Vacche sacre» e abusivismi nel Parco d’Abruzzo?

parco Abruzzo ingresso

Il Comitato denuncia uno stato di inerzia, crisi di dinamismo e innovazione nel campo della conservazione della natura, in una cornice dove fioriscono invece cantieri e gru, fuoristrada e motoseghe, e su cui spesso grava l’ombra del malaffare

Negli ultimi tempi il Comitato Parchi e i suoi Organismi satelliti sono stati sommersi da una valanga di segnalazioni, esposti e denunce sull’attuale poco brillante situazione della Natura in Italia: non si sente parlar d’altro che di deroghe e condoni, tagli finanziari e concessioni alla caccia, belle promesse mai mantenute e ripetute infrazioni comunitarie. Se nelle Alpi e al Settentrione i problemi non mancano, e Sicilia e Sardegna non ridono davvero, è proprio nella parte centromeridionale della Penisola, quella più ricca di peculiarità naturali e ricchezze panoramiche, che si concentrano oggi i più pesanti attacchi.

Dalla Maremma al Vesuvio, dal Circeo al Cilento, ma soprattutto in Abruzzo, regione dei Parchi, dominano inerzia e crisi di dinamismo e innovazione nel campo della conservazione della natura, in una cornice dove fioriscono invece cantieri e gru, fuoristrada e motoseghe, e su cui spesso grava l’ombra del malaffare.

Impossibile rispondere in modo esauriente, ad esempio, ai dieci precisi interrogativi (che qui riproponiamo per memoria) lanciati tempo fa sul Parco d’Abruzzo da un gruppo di naturalisti romani: tenteremo di farlo gradualmente in seguito, interessando anche le cosiddette autorità competenti, senza eccessive speranze. Perché dobbiamo onestamente riconoscere che negli ultimi 8 anni decine di lettere inviate al Parco sono rimaste sempre senza riscontro.

Eppure le questioni sul tappeto sono molte, gravi e urgenti. A volte pongono interrogativi angosciosi, che intaccano la vera identità di un Parco Nazionale. È vero ad esempio che ci si lamenta dei troppi cervi, ma nessuno vede la ricorrente invasione delle «vacche sacre»? Si è compresa la gravità di corsi di gestione faunistica organizzati nel Parco dalle Organizzazioni venatorie con docenti «maestri d’armi» e con tanto di logo dell’Ente? Si prepara davvero il povero Parco alla riapertura della caccia? E come mai sulle terribili stragi di orsi marsicani non si è saputo più nulla? La proliferazione di cantieri e gru nell’Alto Sangro è sintomo di sviluppo durevole, o della solita speculazione? Ma perché questo glorioso Ente ha abdicato ai poteri urbanistici per cui era tanto rispettato? Quando deciderà di far abbattere le non poche costruzioni abusive? Possibile che proprio in uno dei siti più preziosi per il povero orso, sul Monte Pietra Gentile, stiano per partire pesanti tagli forestali? E meno male che ora su Orso, Lupo e Lince c’è la confortante consulenza della Sapienza! Ma quei boschi non erano stati da decenni concessi in affitto al Parco, proprio per riportarli allo stato naturale anziché aprirli all’assalto di scuri, motoseghe e piste di esbosco?

E se poi dovessimo affrontare le lamentele, le censure e i rilievi di tipo organizzativo e contabile, ahinoi!, non basterebbe un intero libro. È vero ad esempio che il Parco aveva retrocesso di qualifica alcuni dipendenti e ora pretende la restituzione di parte degli stipendi pagati una decina di anni fa? È possibile che, come affermano i Revisori dei Conti, «la nomina del Direttore del Parco nel periodo 2002-2008 è caratterizzata da atti la cui legittimità è stata negata sia dal Ministero vigilante sia dalla Corte dei Conti»? Quale fondamento hanno le voci correnti nella Valcomino, settore Laziale del Parco, secondo le quali l’Ente avrebbe subìto passivamente una riduzione dei propri confini proprio nella zona del valico di Forca d’Acero? È confermato che attualmente il Parco soccombe in gran parte delle cause, mentre una volta era famoso perché nella gran parte dei casi ne usciva vincente?

Non si tratta, come si vede, di questioni di poco conto: e pensiamo che chiarirle onestamente sia un dovere, nell’interesse di tutti. Ma se la pervicace «procedura-silenzio» (Kadaver Gehorsam) dovesse perdurare, non resterebbe che interessare al riguardo, con ampia documentazione probatoria, tutte le più prestigiose Organizzazioni internazionali: molti giovani stranieri si sono già offerti volontariamente per tradurre in varie lingue, e diffondere con il massimo impegno alla stampa internazionale, questo scottante «Dossier Parco». E forse solo così la situazione della natura in Italia tornerebbe alla ribalta europea e mondiale, proprio come era avvenuto quasi mezzo secolo fa.

Forse non tutti sanno o ricordano infatti che in pieno «miracolo economico italiano», nel lontano 24 settembre 1963, mentre la speculazione edilizia stava massacrando un Parco ormai agonizzante, un forte e autorevole allarme si levò da Nairobi, sede dell’Ottava Assemblea dell’Uicn (Unione Mondiale per la Natura). Una risoluzione breve, ma significativa: di fronte al Parco Nazionale d’Abruzzo «fatto oggetto di nuove minacce (costruzioni, abbattimento di alberi e via dicendo)», l’Assemblea inviò una energica richiesta «al Governo Italiano… di impedire qualsiasi iniziativa che possa distruggere la bellezza del luogo e la ricchezza naturale del Parco creata per il beneficio delle generazioni italiane future».

La storia, a volte, può anche ripetersi…

 

(Fonte Comitato Parchi nazionali d’Italia)