Clima e alimentazione – Il tempo non gioca a nostro favore

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Si prevede che un aumento di 1-3°C delle temperature medie globali destabilizzerà la produzione di cibo. L’Oms stima che 3,5 milioni di persone muoiano ogni anno a causa della malnutrizione. Possibili pericoli da Biotecnologie, Ogm, nanotecnologie? «Credo che si debba fare uno sforzo collettivo per fornire al cittadino informazioni super partes sia in un senso sia nell’altro»

Sul problema dei cambiamenti climatici e le relative implicazioni sull’uomo e la società, abbiamo intervistato Gianluca Tognon che ha recentemente pubblicato «Sicurezza alimentare e salute umana» (editrice Montecovello).

Tognon è nato a Lodi nel 1976, laureato in scienze biologiche presso l’Università degli Studi di Pavia. Attualmente svolge le sue attività di ricerca presso l’Università di Göteborg in Svezia dove è impegnato in un progetto sugli effetti della dieta mediterranea nelle popolazioni scandinave. Recentemente ha pubblicato i risultati di uno studio che ha mostrato un’associazione fra dieta mediterranea e longevità negli anziani svedesi, raccogliendo un certo interesse da parte della stampa internazionale. In Italia è docente al Master di Nutrizione Umana presso l’Università degli Studi di Pavia e svolge attività di consulenza in ambito nutrizionale. Ha sempre messo in relazione questi suoi studi con i cambiamenti climatici.

Sono passati vent’anni da quando a Rio si conclamarono i problemi legati all’effetto serra, eppure l’ultimo appuntamento, sempre a Rio, ha visto scorrere immagini di personalità di un altro pianeta. Cosa accade all’intelligenza umana?

Io non mi permetto di giudicare l’intelligenza di nessuno, ma non posso negare che come molti altri, sono deluso degli scarsi risultati che si ottengono a questi meeting. Purtroppo in gioco ci sono interessi enormi e scarseggiano leader che vogliano prendere decisioni scomode ma necessarie. Ogni paese, inteso come singola nazione, non potrà mai essere direttamente imputabile di un’eventuale disastro ecologico globale e questo non favorisce la piena presa di responsabilità da parte di nessuno. Le conseguenze più importanti sono inoltre ancora di là da venire e questo riduce moltissimo la percezione della gravità del problema ambientale. A questo aggiungasi il fatto che in Europa in questo momento, il dibattito pubblico è completamente assorbito dalla crisi economica…

Questa lentezza nell’affrontare il tema cruciale del surriscaldamento globale può avere conseguenze importanti. Si prevede che un aumento di 1-3°C delle temperature medie globali destabilizzerà la produzione di cibo, soprattutto nelle regioni a latitudini più basse, mentre un aumento delle inondazioni e delle siccità è in grado di danneggiare la produzione locale soprattutto negli ecosistemi aridi e tropicali. Questo avrà ripercussioni sulla sicurezza alimentare, sui piccoli produttori agricoli e sull’agricoltura di sussistenza, sulla pastorizia e sulle popolazioni che vivono di pesca.

Nella maggior parte delle regioni del mondo, ma soprattutto nelle regioni più povere, un miglioramento delle tecnologie agricole e di irrigazione, permetterebbe di ridurre notevolmente questi impatti.

Anche di aridità crescente e, successivamente, di desertificazione se ne parla da tempo, eppure, mentre i raccolti sono in crisi, e aumentano gli affamati del pianeta, chi ne parla sembra riferirsi ad un tempo futuro… Qual è la situazione attuale?

Secondo le stime della Fao, circa un miliardo di persone in tutto il mondo soffre la fame e la maggior parte di queste vivono nei Paesi in via di sviluppo. La crisi globale della sicurezza alimentare mette a repentaglio la vita di milioni di persone nelle comunità più povere, in particolare in Africa, ove la miseria, la malnutrizione e la mortalità per fame sono fenomeni diffusi. L’azione combinata di un incremento dei prezzi dei prodotti alimentari unito alla carenza o mancanza di assistenza sanitaria, rischia di produrre effetti devastanti.

Nel corso dei prossimi anni si teme una progressiva sostituzione degli alimenti più nutrienti con altri più poveri, ma meno costosi, così come una media più bassa del numero di pasti al giorno e un aumento della povertà, soprattutto nelle aree urbane dei paesi dipendenti dalle importazioni di prodotti alimentari.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) stima che 3,5 milioni di persone muoiano ogni anno a causa della malnutrizione e che il 35% del carico dovuto alle malattie ricade su bambini con meno di cinque anni. Numeri che si ipotizza siano destinati ad aumentare a causa della crisi alimentare attualmente in corso e degli effetti dovuti ai mutamenti nel clima. Ad oggi, ventuno paesi del mondo presentano già elevati livelli di denutrizione acuta o cronica. I poveri spendono più della metà del loro reddito disponibile in prodotti alimentari, rispetto al 17% dei paesi ad alto reddito, ed esauriscono così le risorse per la salute della famiglia. Come affermava Amartya Sen, le crisi alimentari dovute alla scarsità non sono naturali, ma sono causate dall’uomo e da carenze nella governance distributiva del cibo.

Soltanto fra qualche anno le nuove regole della Pac, la Politica agricola europea, tenterà di dare più attenzione alle modalità agricole e favorire la biodiversità. Secondo lei c’è tempo?

È difficile stimare il danno dovuto ai mutamenti climatici, perché non si può calcolare l’effetto delle politiche che saranno applicate e l’influenza delle innovazioni tecnologiche. Sappiamo tutti che oramai una parte degli sforzi per affrontare i cambiamenti climatici sarà riservata all’adattamento alle sue conseguenze, poiché ormai non è più pensabile che si possano evitare completamente gli effetti del surriscaldamento globale. Le condizioni climatiche influenzano pesantemente sia i livelli di crescita sia i tassi di accumulo e trasformazione di sostanza organica nel terreno. Temperature elevate e aridità portano a una riduzione nella quantità di carbonio organico accumulato nel suolo. Questo, a sua volta, ha un effetto dannoso sulla fertilità e sulla ritenzione di acqua, con conseguente minore compattezza, maggiore erosione e più rapido ruscellamento. I cambiamenti previsti accelereranno il rilascio di CO2 dal suolo, contribuendo a un aumento delle concentrazioni nell’atmosfera. Sicuramente spingere di più sulla biodiversità aiuta, ma occorre intervenire al più presto per ridurre le emissioni inquinanti e arrestare il surriscaldamento globale. La preparazione richiede tempo, risorse, intelligenze e formazione, e per avere tutto ciò bisogna cominciare subito. Ora il problema è chi inizia prima? I Governi? Le imprese? Le Nazioni? Le Comunità? Nel frattempo la malaria autoctona è ricomparsa in Grecia, il tempo evidentemente gioca contro di noi…

Fino ad ora quali sono stati gli errori più gravi nell’agricoltura mondiale?

Io non sono un agronomo, ma sicuramente il tema della biodiversità che lei ha toccato nella domanda precedente è importante, dal momento che viene promosso dalla Fao come strumento fondamentale per la conservazione e l’uso sostenibile della biodiversità in agricoltura, specialmente nei paesi poveri. La conservazione e l’utilizzo di una diversità genetica ampia all’interno delle specie domestiche, permette di aumentare la produttività agricola e un vasto range di organismi contribuisce ad aumentare la resistenza degli ecosistemi agricoli oltre alla loro capacità di riprendersi dagli stress ambientali. Quest’ultimo punto è fondamentale in relazione all’impatto del surriscaldamento globale sugli ecosistemi agricoli. Aggiungerei che il modello dell’agricoltura industriale ha troppo spesso spinto sulla produzione, aumentando la dipendenza dai combustibili fossili, impoverendo al tempo stesso i suoli. Infine, vorrei aggiungere l’uso spesso troppo poco accorto di pesticidi e insetticidi tossici. Qualche passo in avanti in questo senso è stato fatto. In Europa con il Reach (la normativa europea in tema di sostanze chimiche nocive), ci si è dati l’obiettivo di arrivare alla sostituzione ed eliminazione di molti composti chimici pericolosi per l’uomo e l’ambiente.

L’agricoltura occupa più di un terzo delle terre emerse. Una gestione sostenibile di questi ecosistemi non può quindi che contribuire ad un miglior funzionamento degli ecosistemi oltre che ad una maggiore qualità delle acque, una maggiore capacità dei suoli di ritenere l’acqua, un maggior controllo dell’erosione e altri vantaggi.

Cos’altro deve succedere al pianeta prima che i governanti comprendano che una delle cause maggiori del depauperamento del suolo e dell’allargamento della povertà sono le multinazionali che spingono sulle monoculture, sia vegetali sia di allevamenti?

Non condivido in pieno questo punto di vista. Credo che ognuno di noi debba abituarsi a prendere la propria parte di responsabilità per quanto riguarda il destino del nostro pianeta e cercare di guidare le scelte delle aziende verso soluzioni più eco-compatibili. Non è semplicissimo perché spesso il cittadino viene bombardato da informazioni contraddittorie e imprecise, spesso veicolate da persone che hanno un conflitto di interessi o non competenti. È ormai chiaro che gli effetti del surriscaldamento globale rischiano di essere molto pesanti per tutti. Qualcuno ha ancora il coraggio di negarne l’esistenza, nonostante i sintomi del clima che stia cambiando non manchino. Pensiamo ad esempio, all’estate che sta per giungere al termine, caratterizzata da ondate di calore importanti. Ecco, cercare di fare la propria parte riducendo i consumi energetici e scegliendo prodotti ad alta efficienza energetica, è un esempio di come guidare il mercato verso scelte più consapevoli.

C’è la possibilità di difendersi dallo spargimento di sicurezze che il business elargisce in ordine alla sicurezza nucleare, alle biotecnologie, agli Ogm ed ora alle nanotecnologie?

Piano piano, questo mi sembra un gran calderone. Onestamente come biologo non ho nulla contro le biotecnologie. Credo che si debba fare uno sforzo collettivo per fornire al cittadino informazioni super partes sia in un senso sia nell’altro. Le applicazioni delle nanotecnologie in ambito alimentare ad esempio, per molti versi, sono ancora ad uno stato embrionale. Spero di non rivedere per questo argomento quell’azione di confusione di massa che è stata effettuata nel caso degli Ogm, sia da parte di chi li esaltava a priori, sia da parte di chi condannava senza possibilità di ricorso la tecnologia del Dna ricombinante.

Anche in questo caso servono persone competenti che sappiano veicolare informazioni al cittadino senza ideologie e in assenza di conflitto di interessi.