Quella discarica di Lipari

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L’alluvione che in poche ore ha travolto case e macchine, allagando scuole e negozi ha fatto danni per oltre 30 milioni. Questo scenario infernale si è scatenato, secondo gli esperti anche perché, alcune aree, che una volta ospitavano piccoli torrenti, sono state cementificate

Il mistero di Lipari, a pochi giorni dall’alluvione, si infittisce sempre di più. Lo scorso weekend la maggiore isola delle Eolie ha sfiorato la catastrofe, ma silenzio e disinformazione hanno stranamente caratterizzato le giornate successive.

Un disastro che in poche ore ha travolto case e macchine, allagando scuole e negozi e che, per ora, ha fatto danni per oltre 30 milioni.

Nessun canale ufficiale ha dato risalto alla notizia, che solo ultimamente ha incominciato a circolare via web.

Il motivo di tale «quiete mediatica» è rappresentato dalla causa principale che avrebbe provocato l’alluvione, l’enorme discarica abusiva di Annunziata, in cui, per oltre 30 anni, si sarebbero accumulati a dismisura numerosi detriti, trascinati poi a valle dalle piogge.

Una discarica ormai stracolma, assolutamente priva di alcun controllo, che incombe lassù, sul costone dell’isola che domina il paese.

Il bilancio dei danni aumenta di giorno in giorno e in aggiunta ai negozianti e ai proprietari delle case che dovranno essere risarciti, nelle borgate alte di Quattropani sono state segnalate le lesioni più consistenti, addirittura crolli di muri, oltre ai copiosi riversamenti di immondizia e di ogni tipo di elettrodomestico.

Il fiume di fango ha allagato anche la scuola media tanto che la direzione è stata costretta a far evacuare il piano terra e a trasferire i 200 ragazzi in sicurezza al primo piano. Così il preside: «La melma sfondava porte e finestre, bisognava proteggere i piccoli».

Il sindaco Marco Giorgianni ha reclamato lo stato di calamità naturale, richiesta già avanzata al governo Monti anche da numerosi politici che hanno espresso vicinanza alla popolazione.

Per il coordinatore nazionale del Pid, Saverio Romano, bisogna «recuperare e valorizzare una pianificazione urbanistica che abbandoni l’idea che un territorio valga solo se potenzialmente trasformabile in metri cubi da costruire, incentivando quell’edilizia sana che recuperi, nel contempo proteggendolo, il suolo già compromesso».

Questo scenario infernale si è scatenato, secondo gli esperti, anche perché alcune aree, che una volta ospitavano piccoli torrenti, sono state cementificate.

Il «problema» è che la natura, alla fine, il conto lo presenta sempre, e che venga, o meno, comunicato dai Tg nazionali.