Dalla Cina solare di bassa qualità

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L’Europa denuncia l’inarrestabile e cospicuo volume delle importazioni di tali pannelli, che sta causando ripercussioni drastiche sul livello dei prezzi, attraverso l’imposizione sul mercato di produttori cinesi che utilizzerebbero materiale scadente a basso costo

Lo spirito ecologico «made in China» sbarca prepotentemente in Europa. Il paese asiatico, gigante mondiale incontrastato nella fabbricazione e nel commercio dei pannelli fotovoltaici non sembra intenzionato a fare marcia indietro nonostante la recente attivazione di un procedimento antidumping avviato dalla Commissione europea.

Così la Ue nel bollettino ufficiale, in cui si contesta la scorretta politica di mercato intrapresa dalla Cina: «The European Commission launched an anti-dumping investigation into imports of solar panels and their key components (i.e. solar cells and solar wafers) originating in China. EU Pro Sun, an industry association, claimed in its complaint lodged on 25 July 2012 that solar panels and their key components imported from China enter the European market at prices below market value».

L’Europa denuncia l’inarrestabile e sempre più cospicuo volume delle importazioni di tali pannelli, che sta causando ripercussioni drastiche sul livello dei prezzi, attraverso l’imposizione sul mercato di produttori cinesi che utilizzerebbero materiale scadente a basso costo. Stando alle dichiarazioni dei portavoce di tali aziende, il prezzo dei moduli solari e dei wafer cinesi dovrebbe subire un rincaro del 120%.

La maggioranza delle società è in ginocchio, persino quelle tedesche, che fino a poco tempo fa erano leader nella produzione di celle, il 90% delle quali, oggi, è importata dall’Oriente.

Discorso relativamente meno allarmante riguarda l’Italia, che soprattutto grazie agli incentivi governativi assicurati fino al 2016, riesce incredibilmente a rimanere in piedi, evitando di essere travolta dall’uragano Cina e mantenendo il ruolo di leadership, che detiene insieme ad altri paesi europei, nel campo delle tecnologie legate ad un’altra fonte di energia pulita, ossia l’eolica.

Nel tentativo di contrastare l’ondata di «ecologismo low cost», in diversi paesi europei si cerca comunque di incentivare un certo tipo di ideali, allo scopo di sostenere una ricerca scientifica che favorisca uno sviluppo locale delle fonti energetiche rinnovabili.

Connie Headegaard, ad esempio, Commissario europeo responsabile dell’Azione per il clima, in occasione del lancio di una campagna di comunicazione che fa parte del più ampio progetto «Tabella di marcia verso un’economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050» ha recentemente dichiarato: «we want to focus concrete initiatives affecting the Europe», ponendo l’accento su soluzioni pratiche che dovrebbero riguardare l’intera e la sola Comunità.

A questo punto una domanda sorge spontanea, quale strada sarebbe meglio imboccare? Assumersi il rischio di una sana integrazione internazionale favorendo importazioni che potrebbero, però, rivelarsi azzardate e pericolose o fronteggiare in una guerra senza quartiere i rischi di una potenziale concorrenza sleale, potenzialmente dannosa per l’economia comunitaria? Sembra che l’Europa abbia già preso la sua decisione.