L’indeterminatezza della sostenibilità

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Nella realtà dei fatti, in mancanza di alternative, di confronti e valutazioni critiche, la sostenibilità si presenta come argomento indeterminato e diventa così l’attributo universale e sufficiente per procurare, a qualsiasi attività e struttura, inossidabili pur se improprie, fondatezze e legalità formali.
Di fatto, ridurre tutta la questione del ruolo dell’uomo, nel divenire delle cose, al rispetto formale di un criterio e di una pratica che prospetti un mondo sostenibile solo per definizione, è un modo per limitare le legittime attese delle comunità umane. Vince, così, una preoccupante determinazione a confinare le alternative, necessarie per scelte ponderate, nel cortile delle cose e delle attività che qualche solitario calcolatore dei propri interessi può decidere, comunque, di realizzare, senza incorrere in fastidiosi ostacoli, critiche e contestazioni da parte di altri che potrebbero voler, invece, condividere risorse e risposte a bisogni, nell’interesse di tutti.
Imporre alla condizione umana regole di incerte sostenibilità (a favore di un arbitrario «fare le cose») è un modo per autorizzare abusi di ogni genere. Ma l’umanità (naturalmente e sicuramente portata a realizzare e condividere un miglioramento della propria qualità di vita in situazioni complesse) non può neanche essere condannata solo a preoccuparsi del livello minimo dei problemi delle specie dei viventi (quello della sopravvivenza, da conseguire acriticamente, quasi implorandola come grazia che si immagina possa venire da un mondo soggettivamente definito come sostenibile).
La sostenibilità, in questa prospettiva, non solo sottende finalità e obiettivi di una bassa qualità di vita, ma riesce anche ad occultare (con una prepotente sottomissione della libertà umana di cercare, definire e realizzare un mondo migliore) una macroscopica mancanza di regole trasparenti, condivise ed efficaci. È, questa, una mancanza imposta dall’ambiguo riferimento ad una sostenibilità sempre da adattare alle indefinite esigenze di un arbitrario «fare le cose» che non risponde ai bisogni e alla qualità del vivere umano, ma che serve a favorire e proteggere i profitti provenienti da alienazioni (disumane e socialmente costose) e da consumi (dissennati e schizofrenici) fine a se stessi.
È una prospettiva opaca, priva di verifiche e revisioni, che non prevede un cambiamento, sempre attivo, finalizzato a migliorare e dare senso allo stato sociale, economico e culturale dell’uomo. C’è un bisogno umano, negato, di prospettive che permettano, in tempo reale, di progettare, elaborare e attribuire significati alle cose e agli avvenimenti, che permettano, cioè, di riconoscere le linee discriminanti di riferimento per misurare e verificare la fertilità delle azioni e delle scelte umane, nel divenire della realtà, e la praticabilità e il valore dei percorsi di ricerca delle alternative, attraverso i riscontri sul cambiamento della qualità di vita procurata.
Per affrontare queste difficoltà, abbiamo bisogno di esperienze e di competenze, fertili e di diversa natura. C’è una responsabilità consapevole da esercitare, che metta tutti nella condizione di avere strumenti per collaborare con i fenomeni naturali, per poter esprimere qualità vitali sinergiche, per evitare i rischi di ritornare ad un primordiale istinto che porterebbe l’umanità verso micidiali forme moderne di lotta per la sopravvivenza.