Nelle isole Salomone è caccia ai delfini

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foto di Massimiliano Rosso
Due esemplari di tursiope

Ufficialmente la motivazione è il mancato pagamento degli indennizzi previsti per lo stop alla pesca dei cetacei e destinati a pagare le rette scolastiche dei bambini, a potenziare le infrastrutture e a sostenere l’economia del luogo. Ma dietro ci sarebbe un giro d’affari legato agli animali in cattività. L’Enpa: in una sola giornata massacrati 700 esemplari

Settecento delfini massacrati in una sola giornata. È questo il bilancio, purtroppo ancora provvisorio della riapertura della caccia ai delfini nelle Isole Salomone (Oceania).

Sospesa nel 2011 con la firma di un memorandum di intesa tra le comunità delle isole Salomon e l’organizzazione non governativa Earth Island Institute, la caccia sarebbe ripresa in seguito al mancato pagamento degli indennizzi previsti per lo stop alla pesca dei cetacei e destinati a pagare le rette scolastiche dei bambini, a potenziare le infrastrutture e a sostenere l’economia del luogo. Rappresentanti delle comunità locali sostengono infatti di avere ricevuto soltanto 700mila dei 2,4 milioni di dollari a suo tempo pattuiti a titolo di risarcimento.

«In realtà dietro la questione degli indennizzi si nasconderebbero forti pressioni esercitate “dall’industria della cattività” che spinge per la caccia “no limits”», spiega il direttore scientifico dell’Enpa, Ilaria Ferri, che prosegue: «Alcuni delfini vengono catturati vivi e destinati ai delfinari cinesi, mediorientali e caraibici, disposti a spendere fino a 150mila dollari per ogni esemplare. Anche i cetacei uccisi entrano nei circuiti commerciali internazionali della cattività, dove alimentano il florido mercato delle trasfusioni di sangue, che vanta un giro d’affari di svariati milioni di dollari. Non è dunque un caso se tra i principali oppositori al memorandum anti-caccia ci siano proprio i trafficanti di cetacei».

In altri termini, una parte considerevole dei delfini massacrati nelle isole Salomon finisce per diventare una vera e propria «fabbrica di ricambi» per i loro «fratelli» detenuti nelle strutture della cattività.

«Il mare e le creature che in esso vivono sono un patrimonio dell’umanità che va tutelato e protetto, in particolare dalla speculazione dei trafficanti, con un’azione globale – aggiunge Ferri – mi auguro che la comunità internazionale faccia sentire la propria voce e spinga le autorità delle Isole Salomone a fermare una volta per tutte questo inutile, barbaro massacro».