Come reagire

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Le possibili reazioni a questo quadro sembrano essere quattro:

a. L’accettazione pragmatica. Sono tante le esperienze negative accumulate all’interno di famiglie, ambienti di lavoro, associazioni, comunità di fede religiosa, strutture amministrative e politiche. Come abbiamo visto il loro grado di inefficienza o corruzione fa diminuire la nostra fiducia in esse. Non solo, può anche comportare costi psicologici, non a caso l’alto consumo di psicofarmaci, specie ansiolitici e antidepressivi, è spesso legato a problemi di vita istituzionale. L’accettare pragmaticamente la situazione è anche un modo per non esasperare le insicurezze e le paure, per ricavarsi una nicchia di vita accettabile.
b. L’ottimismo sostenuto. È tipico di coloro che non diminuiscono le aspettative e nutrono fiducia nonostante tutto. Il punto della questione è sulle fonti, del loro atteggiamento positivo, che possono essere diverse: capacità temperamentali, fede nella ragione o fede religiosa. Nella vita istituzionale capita che questo tipo di positivismo diventi improduttivo, per due motivi: prima di tutto perché, specie quando non è saldamente motivato, finisce per rimanere sterilmente nell’universo personale e non contagiare il gruppo; in secondo luogo perché può generare forme di superficialità nel comprendere e valutare la complessità delle istituzioni.
c. Il pessimismo cinico. Wilde (1891) ha scritto che cinico è colui che «conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna». Il pessimismo cinico, molto spesso, scaturisce da un arrendersi emotivamente alla situazione negativa. Il peso delle incertezze e paure viene accettato o neutralizzato con un approccio negativo, mercantile, sufficiente, poco fiducioso nel futuro. Per questi tipi tutto va sempre male e l’importante è non pagare altri costi per il proprio impegno nelle istituzioni, pronti a vendere tutto pur di non compromettere le loro sicurezze e utilità. Il pessimista cinico è molto spesso un free rider.
d. L’impegno radicale. È la prospettiva di chi ha preso sul serio la propria vita e quella delle istituzioni in cui vive, scegliendo il modo in cui reagire quando queste non sono coerenti. In questi casi le incertezze e le paure sono affrontate con coraggio e non lasciate a dinamiche latenti e ingovernabili, consci sia delle responsabilità personali sia di quelle di gruppo.

Questi pochi riferimenti ci servono per delineare un quadro esplicativo delle notevoli difficoltà che le istituzioni incontrano quando si impegnano a risolvere le incertezze dei loro membri nutrendoli cognitivamente, come anche a diminuire le loro paure offrendo un supporto emotivo. Il modo in cui l’istituzione deve affrontare i problemi fondamentali non ha niente di esoterico, come scrive Voegelin (1959). Infatti paure e incertezze dipendono dalle risposte personali e istituzionali a domande concrete e quotidiane quali: il senso della felicità e il modo per essere felice, la virtù (soprattutto quella della giustizia), le scelte educative, la qualità dello stare insieme. Queste domande scaturiscono dalle condizioni stesse dell’esistenza dell’uomo nella società e attendono risposte autentiche, come anche un relativo sostegno emotivo.
Più che degli scenari globali, da tenere comunque sempre presenti per la loro influenza, qui ci interessiamo dei normali mezzi con cui le istituzioni affrontano o meno incertezze e paure. Riguardo alle prime, il nutrimento cognitivo da offrire chiama direttamente in ballo il problema della verità, mentre in riferimento alle seconde l’attenzione, si sposta sulla qualità di vita interna alle istituzioni.