La comunicazione

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Consegue che la comunicazione all’interno delle istituzioni, e tra di esse, viene spesso snaturata, perde il legame con l’aspetto educativo della comunicazione in verità, cioè è sottoposta a mediatizzazione. Tuttavia ciò non autorizza, come succede in alcuni ambienti culturali, a opporre forme comunicative ritenute integralmente vere ad altre definite integralmente false. La lezione di Pascal (1669), non deve essere dimenticata: ogni cosa è in parte vera e in parte falsa. Essa vale sia per le persone, sia per le istituzioni e il mondo delle comunicazioni. In questa sede, più che l’opposizione ideologica di queste presunte verità e falsità mediatiche, si vuole solo riaffermare il rapporto ontologico che intercorre tra persona, comunicazione e verità, dove tale rapporto non è mai un dato scontato e automatico, ma è una tensione continua. Lo spiega bene Jaspers (1971):

«La comunicazione è la condizione universale e necessaria dell’umanità. Essa è talmente essenziale che tutto ciò che l’uomo è, e quello che per lui esiste, si trova, in un senso o nell’altro, nella comunicazione. L’essere onnicomprensivo che noi stessi siamo, è in ogni sua forma comunicazione. L’essere onnicomprensivo in cui consiste l’essere stesso, esiste per noi soltanto quando nella sua comunicabilità diventa parola o accoglie la nostra parola. La verità non può essere separata dalla comunicazione. Essa è presente nella realtà temporale come realtà, proprio in virtù della comunicazione. Se noi separiamo la verità dalla comunicazione essa svanisce nel nulla. Il dinamismo tipico della comunicazione consiste, invece, proprio nel cercare e sostenere la verità».

Purtroppo sono diverse le realtà familiari, lavorative, associative, religiose, burocratiche o politiche che spesso separano la persona dalla comunicazione e questa dalla verità. La mentalità è spesso così pervasiva che non esistono solo macroscopiche negazioni della verità, ma spesso casi in cui, se non si dicono falsità, si dicono mezze verità, manipolandole e giocando ad ottenere effetti deleteri. Erano queste le preoccupazioni che facevano dire a Bernanos (1939) che oggi lo scandalo non è dire la verità, è non dirla integralmente, introdurvi una menzogna per omissione che la lascia intatta di fuori, ma le corrode, come un cancro, il cuore e le viscere. La denuncia ricadeva (e ricade ancora) su quei processi istituzionali dominati da calcoli, finezze, stile untuoso. Non è difficile, infatti, trovare istituzioni governate da ipocriti, che hanno in bocca soltanto la parola «prestigio». Essi dimenticano che la verità non ha bisogno di prestigio; sono piuttosto loro che provano questo bisogno, che hanno questa smania, questo prurito; ma essi non hanno il diritto di soddisfarlo a spese della verità. La conclusione di Bernanos (1939) non lascia dubbi: chiunque è capace di sacrificare la verità agli interessi o al prestigio è solamente un mentitore che rovina se stesso, gli altri e l’istituzione in cui opera.

L’indicazione etica è allora quella di recuperare la virtù della veracità, che è l’amore per la verità, cioè la volontà che la verità debba essere conosciuta e accettata, come insegna Guardini (1967). La verità non può essere sottoposta a svalutazione a favore del mezzo che la veicola e dei suoi effetti emotivi, né barattata con interessi e potere. Se la verità subisse questo uso avrebbero ragione coloro che identificano le istituzioni, specie le più grandi e potenti, come il luogo delle menzogne erette a sistema. Ebbene queste istituzioni che fanno dell’ambiguità, della menzogna e della manipolazione della verità il loro pane quotidiano, non solo negano se stesse, degenerandosi in maniera grave, ma aumentano l’insicurezza dei membri, fino a forme patologiche. Weber (1919) ricorderebbe loro che il dovere della verità è incondizionato, consegue che chi ha responsabilità sociali e politiche deve confessare la propria colpa, unilateralmente, senza condizioni e senza badare alle conseguenze.
Debolezze educative e comunicative sono il terreno fertile su cui crescono atteggiamenti di rifiuto dell’istituzione oppure forme di partecipazione pragmatica, rassegnata o cinica, perché non a tutti è dato avere la forza di resistere e non soccombere a istituzioni false e degenerate. È l’impegno autentico per la verità che diminuisce le incertezze di coloro che aderiscono alle istituzioni, solidificando la loro adesione e permettendo loro di acquisire gli strumenti cognitivi autentici, necessari per valutare la coerenza di un’istituzione.