La felicità da cercare

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A quale felicità si può, allora, fare riferimento in un mondo nel quale le scelte sono decise dalla quantità di risorse che si possono sprecare (che finiscono con l’imprigionare la libertà umana nei meccanismi dei consumi) o dalla massa critica di consumatori necessaria per dare successo ai mercati e ai profitti; o dai numeri con i quali si formulano pronostici sul futuro (per esempio, quelli propiziatori, ma sempre più inverosimili, che prevedono sviluppi economici, benessere, aumento della ricchezza e del possesso delle cose)?

A quale felicità si può, ancora, fare riferimento in un mondo nel quale le scelte sono decise da cinici calcoli di impatto degli interventi progettati per trasformare la nostra realtà sociale e materiale (per esempio, sperimentazioni di nuovi ordini socio-economici, cambiamenti veicolati da eventi drammatici come guerre, disastri ambientali, e tutti preordinati o sfruttati, imposti e subiti, ma anche accettati, in nome della massimizzazione del dominio dell’uomo sulla natura e tutti portati deliberatamente fino ad esisti estremi per le «convenienze» patologiche di un insaziabile potere)?
In queste condizioni di sottomissione, l’uomo non ha una felicità a disposizione, anzi può trovarsi nella condizione di non riuscire neanche ad immaginarla. Forse c’è da rilevare (senza nessuna intenzione di esprimere giudizi finali o di cadere in ipocriti moralismi) che l’uomo dei nostri giorni, accettando questo stato di sottomissione, non sembra possa, poi, aspirare alla felicità e tanto meno che ne possa vantare un diritto concreto basato solo su qualche buon principio (tanto chiaro nel suo enunciato, quanto equivoco, poi, nelle sue applicazioni).
In questo mondo liquido (dove ogni fenomeno vanta una propria identità e legittimità non come risultato di una relazione o di una riflessione, ma per la rilevanza assunta nell’adeguarsi alle forme delle opportunità nelle quali è finito) c’è, addirittura, un ampio e crescente spazio per chi immagina una realtà artificiosa formata da consumatori liberati dalla presenza fastidiosa di quei propri simili che vorrebbero porre limiti all’istintiva loro propensione a produrre e consumare. A voler bene intendere, si tratta di deviazioni, da scelte razionali e di senso, che sembrano così messe a disposizione di una gara globale a costruire una tecno-aristocrazia della quale faranno parte solo coloro che avranno mostrato di saperla costruire, riservando a se stessi il possesso incondizionato delle risorse il governo assoluto del mondo che tale struttura riuscirà a gestire.
Fin quando rincorreremo o saremo costretti a rincorrere lo sviluppo, degli strumenti tecnici e tecnologici e del loro consumo (come se fossero una finalità e non un mezzo per dare qualità al nostro esistere) continuerà a sfuggirci quel senso delle cose che dà una dimensione umana alle nostre esperienze di vita e che permette di scoprire la felicità come valore umano.
È indispensabile imparare a discriminare le condizioni che possono donare felicità, per poterle distinguere dagli affanni che producono solo gratificazioni meccaniche e successi di immagine vantaggiosi unicamente per il benessere o le fortune materiali. Non è sufficiente fare bene il proprio lavoro, è necessario infatti scegliere un progetto che dia senso alle energie che spenderemo per realizzarlo. Dobbiamo impegnarci non solo a fare le cose, ma anche a confrontarci per verificare una condivisione e una flessibilità delle scelte necessarie per accoglierle e renderle fertili (attraverso la qualità delle relazioni creative fra le diversità del mondo e attraverso l’armonia fra ciò che sentiamo di essere e ciò che ci impegniamo a realizzare).
C’è una qualità del fare le cose che può offrire, alle nostre intenzioni, quel senso di compiutezza umana (attraverso attenzioni e valutazioni, intelligenti ma anche coraggiose, dei vincoli da gestire) che, pur nei limiti della nostra natura, si realizza attraverso la qualità delle relazioni che è condizione necessaria per fare esperienza della felicità.