In 50 anni raddoppiato il consumo di suolo

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Ininfluente il numero di abitanti. Il comparto immobiliare rappresenta quasi 1 quinto del Pil, costituisce oltre il 60% della ricchezza delle famiglie, il credito erogato per mutui e prestiti immobiliari ammonta a un terzo degli impieghi bancari. Una città di medie dimensioni è ora in possesso delle banche

Si è svolto oggi in società geografica l’incontro «Uso consumo abuso di territorio. Riqualificare per uscire dalla crisi». L’appuntamento è partito dalla presentazione dell’Atlante del consumo di suolo a cura di Paola Bonora per poi dare vita ad un confronto, tra politici ed esperti del settore, sulla situazione del territorio italiano e sulla recente e dibattutissima proposta di legge Ac70 «Norme per il contenimento sull’uso di suolo e la rigenerazione urbana». In particolare si discute sul confine piuttosto labile posto dalla legge, attualmente in valutazione alla Camera, tra la limitazione del consumo del territorio e i cosiddetti «Diritti edificatori».

L’Italia, secondo dati Ispra, è passata da poco più di 8.000 kmq di consumo di suolo del 1956 ad oltre 20.500 kmq nel 2010. Un aumento che non si può spiegare con la crescita demografica: nel 1956 si occupavano, infatti, 170 mq di suolo pro capite, nel 2010 343 mq. Un valore raddoppiato cui non segue di pari passo quello della popolazione, passata da 48.788.971 individui nel 1956 a 60.340.328 nel 2010. Dagli anni 70 la Sau (Superficie agricola utilizzata) è diminuita del 28% sottraendo al territorio – 5 milioni di ettari di superficie agricola: equivalente a Lombardia, Liguria ed Emilia Romagna messe insieme (Istat, 2012). Anche i dati del censimento 2011 stimano nella popolazione un numero di 24.512.012 famiglie a fronte di 28.863.604 abitazioni. 4.351.592 in più. Per chi si è costruito? Per quale domanda? È evidente che a farla da padrone è la cosiddetta economia del mattone conseguente ad una maggiore redditività dell’edilizia rispetto all’agricoltura. «In Italia – riporta l’Atlante del consumo di suolo a cura di Paola Bonora – il comparto immobiliare rappresenta quasi 1 quinto del Pil, costituisce oltre il 60% della ricchezza delle famiglie, il credito erogato per mutui e prestiti immobiliari ammonta a un terzo degli impieghi bancari (fonte Banca d’Italia). La ricchezza delle famiglie italiane è composta per il 51% da abitazioni, per il 38% da attività finanziarie, per l’8% da altre attività reali, per il 3% da fabbricati non residenziali (fonte Cresme). […] Quello immobiliare si è rivelato in Italia nell’ultimo quindicennio l’investimento in assoluto più redditizio».
Eppure, «l’esplosione della crisi innescata dal connubio tra introduzione di strumenti creditizi poco limpidi e non garantiti e sopravvalutazione degli immobili, ha mostrato non solo le interinfluenze tra sistema finanziario e comparto immobiliare, ma la fragilità di un impalco economico costruito su quell’alleanza. Da quel momento si avvia a livello internazionale un domino di concatenazioni che vede crollare, assieme alle quotazioni immobiliari le economie dei paesi che più avevano investito su quel fatale sodalizio».
In particolare in Italia calano le transazioni immobiliari del 30% tra 2006, momento di picco, e 2011 e aumentano per le fasce meno abbienti i pignoramenti per insolvenza nel pagamento dei mutui, sino alla cifra stimata da Adusbef sulla base dei dati raccolti presso i tribunali di 150.000 abitazioni, una città di medie dimensioni ora in possesso delle banche.

Quale dunque una soluzione per cercare di uscire da un quadro economico desolante e contrastare contestualmente l’abuso ormai evidente del nostro territorio?
«È solo attraverso la riduzione del consumo di suolo e il riutilizzo e la riqualificazione del già costruito – riporta l’Atlante – che potremo salvaguardare i nostri territori assieme patrimonio accumulato e in questo modo contrastare sia i rischi della crisi economica sia quelli dell’emergenza ambientale. Lo stesso rilancio del settore industriale dell’edilizia, oggi in profonda crisi, è legato alla consapevolezza, da acquisire in modo definitivo, che occorre abbandonare il modello dell’espansione continua delle superfici edificate per concentrarsi sulla rigenerazione urbana, sul riuso, sull’efficienza energetica e la sostenibilità ambientale delle città».