In ospedale si mangia male… e non è un dettaglio

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Ben il 40% dei cestini finisce nella spazzatura senza esser stato consumato, con un danno economico rilevantissimo, con una mancata alimentazione del paziente, con una conseguente inappropriatezza del suo pasto (spesso sostituito da tramezzini o biscotti mangiati in sostituzione) e con la negazione sistematica, quindi, di ogni norma di buon senso. Chi pensa o dice che l’ospedale non è un ristorante o un albergo con tutta evidenza non sa di ospedali né di terapia né di psicologia. Né, infine, di economia

Le linee guida del ministero della Salute, in ordine alla necessità di provvedere adeguatamente all’alimentazione in ospedale, recitano testualmente che essa è «parte integrante della terapia clinica perché il cibo rappresenta strumento per il trattamento della malnutrizione, problema fino a oggi sottovalutato. Una corretta alimentazione durante il ricovero, particolarmente degli anziani e dei lungodegenti, diventa parte integrante del percorso di cura. La malnutrizione comporta una maggiore vulnerabilità a malattie e ricoveri ripetuti».
Un messaggio forte e chiaro che si scontra frontalmente con la realtà della stragrande maggioranza dei nosocomi italiani rispetto alla quale non ci sembra si levino né le grida di scandalo da parte delle forze politiche (sempre pronte ad infierire sulla sanità per addentarne ogni possibile lembo di parte lottizzabile) né quelle di medici e di personale sanitario, troppo attenti ad aspetti super burocratizzati dell’assistenza sanitaria e poco sensibili a questioni più sostanziali.
Moltissimi pazienti, specie anziani ma non solo, giungono in ospedale in condizioni di malnutrizione: recenti statistiche dicono di una percentuale dal 30 al 50% di ricoverati che all’ingresso in ospedale sono a rischio di malnutrizione; una percentuale destinata fatalmente ad innalzarsi in tempi di crisi economica e di dittatura dello spread. Le malattie certamente sono la principale causa di tale malnutrizione ma i nostri tempi di pensione minima strozzata da un’economia senza cuore fanno il resto, determinando di fatto una insufficiente alimentazione proprio fra quelle fasce di popolazione che invece necessiterebbero di qualche attenzione in più essendo spesso lasciate in balìa di se stesse. La permanenza in ospedale, allo stato attuale e nella grande maggioranza dei nosocomi, non sembra farsi carico a sufficienza di questa situazione determinando una serie di conseguenze la prima delle quali è proprio l’aumento dei giorni di degenza ed una minore risposta alle terapie.
Più ricerche hanno confermato il dato secondo cui in appena il 10% dei nosocomi italiani esiste un servizio di nutrizione clinica degno di questo nome (e sono tutti concentrati al Nord, altro elemento su cui varrebbe la pena di spendere qualche riflessione ulteriore!) e, mentre nei casi di eccellenza sono attivi servizi di personalizzazione dietetica che partono dalla centralità del paziente e dalle compatibilità dei suoi gusti e necessità con le patologie in atto, in quasi tutto il resto d’Italia la condizione prevalente è rappresentata da pasti poco gradevoli, spesso serviti semifreddi, senza correlazione con le preferenze o con le possibilità del malato, serviti quasi sempre in orari totalmente privi di logica. Pensare di far mangiare un cibo freddo o scotto a chi ha già un deficit nell’appetito, proporre della carne piuttosto consistente ad un anziano privo di denti, far arrivare al letto del paziente la cena alle cinque-sei di pomeriggio può rappresentare l’ovvia premessa ad un risultato fortemente negativo in termini di accettazione da parte di chi pure sta male ed abbisognerebbe di molte attenzioni in più.
Il risultato, a leggere le statistiche, è che ben il 40% dei cestini finisce nella spazzatura senza esser stato consumato, con un danno economico rilevantissimo, con una mancata alimentazione del paziente, con una conseguente inappropriatezza del suo pasto (spesso sostituito da tramezzini o biscotti mangiati in sostituzione) e con la negazione sistematica, quindi, di ogni norma di buon senso.
È un dato di fatto che un malato che mangi bene e sufficientemente impiega meno tempo a guarire, al di là dell’illusione che qualche flebo e gli immancabili «integratori» possono fornire. È un altro evidente dato di fatto, però, che in periodi di revisione di spesa sanitaria e di presunte razionalizzazioni dell’uso delle risorse nessuno o pochissimi si pongano seriamente il problema di capire quanto sia migliorabile la performance complessiva degli ospedali se solo si riuscisse a prestare maggiore attenzione alle modalità ed alla qualità del servizio mensa dei ricoverati.
Che senso ha ricoverare un paziente con tumore al fegato, prepararlo col digiuno all’intervento chirurgico, avvisarlo fuori tempo dello spostamento dell’intervento per sopraggiunte urgenze, lasciarlo senza cibo per un’ulteriore notte costringendolo a provvedere per conto proprio con tramezzini da macchinetta distributrice e ritornare il giorno dopo a chiedergli il digiuno per un nuovo tentativo d’intervento?
E che senso ha tenere ricoverato un giovane in condizioni di magrezza estrema da malassorbimento intestinale e non personalizzargli l’offerta dietetica procurandogli il cibo più adatto e le combinazioni alimentari più opportune? Per non parlare di ipertesi alimentati con cibi troppo ricchi di sale o diabetici serviti con eccesso di carboidrati. Tutte cose che lasciano ampio spazio al paradosso secondo cui in ospedale si rischia seriamente di perdere salute anziché riacquistarla.
Il silenzio degli addetti ai lavori e di quelli che sul tema propongono quasi esclusivamente stucchevoli barzellette o lacrimevoli «narrazioni» è assordante. Gli interessi in gioco, d’altra parte, sono enormi. Ma bisognerebbe impegnarsi per un radicale cambio di tendenza perché è giusto ed è ragionevole farlo. Salute dei pazienti e casse dello Stato potrebbero in realtà stringere un patto di buon senso, provvedendo ad incontrarsi a tavola, riducendo gli sprechi, migliorando l’offerta, personalizzando le proposte alimentari, evitando incongruenze e contraddizioni. Chi pensa o dice che l’ospedale non è un ristorante o un albergo con tutta evidenza non sa di ospedali né di terapia né di psicologia. Né, infine, di economia.