Senza vaccino il morbillo torna a colpire

250

Segnalati circa 12.000 casi di morbillo in Europa di cui un terzo (3.429) nella sola Italia, seguita da Regno Unito (2.261 casi), Paesi Bassi (2.177), Germania (1.723) e Romania (1.660); l’87% di questi casi erano relativi a soggetti non sottoposti alla vaccinazione. Responsabile della caduta delle vaccinazioni è Andrew Wakefield le cui ricerche sono state smentite da tutte le verifiche successive.

L’Italia maglia nera in Europa per ciò che riguarda la comparsa (e le conseguenze) del morbillo, a causa, in larga misura, della mancata vaccinazione dei più piccoli. Nel periodo che va dal novembre 2012 all’ottobre 2013 i dati raccolti dal Centro europeo per il Controllo e la Prevenzione delle malattie hanno segnalato circa 12.000 casi di morbillo in Europa di cui un terzo (3.429) nella sola Italia, seguita da Regno Unito (2.261 casi), Paesi Bassi (2.177), Germania (1.723) e Romania (1.660); l’87% di questi casi erano relativi a soggetti non sottoposti alla vaccinazione.
In otto casi si è registrata la comparsa di encefalite successiva alla malattia mentre tre malati sono morti. Tutto questo oltre ad una serie di conseguenze «meno gravi» con sovrapposizioni microbiche che hanno causato infezioni delle alte vie respiratorie, bronchiti e otiti.
Un dato interessante su cui conviene riflettere un po’.
Il morbillo è una malattia ritenuta allo stato attuale poco importante e quasi priva di conseguenze cliniche di rilievo ma non è esattamente così, considerando che senza un atteggiamento preciso ed «attivo» nei confronti della patologia si possono determinare situazioni di grande preoccupazione soprattutto per via dei grandi numeri in gioco. Prima della vaccinazione su larga scala, intervenuta nel 1963, il morbillo era causa della morte di circa duemila persone all’anno in tutto il mondo, un numero poi considerevolmente ridottosi proprio grazie all’atteggiamento deciso delle autorità sanitarie e dei governi di tutto il mondo che hanno posto un fermo alla diffusione del virus.
Il morbillo è una patologia determinata da un Paramyxovirus del genere Morbillivirus con caratteristiche particolarmente interessanti: da un lato è estremamente diffusibile specie nella popolazione più a rischio vale a dire quella dei bambini, dall’altro è portatrice di sintomi assai vari nella loro gravità clinica, andando dalla semplice febbricola con inappetenza, cefalea e disturbi gastrointestinali tipici della fase pre-esantematica (che dura tre giorni) al vero e proprio esantema cutaneo che colpisce prima il viso e poi il resto del corpo con caratteristica progressione «a nevicata» (a scendere, quindi, dalle braccia al tronco alle gambe) con macchioline di colore rosso vivo e la febbre che si innalza sino ai 40°. L’esantema scompare in tre quattro giorni e lascia il posto ad una desquamazione della pelle che annuncia la conclusione della patologia, anche se la tosse ed i disturbi respiratori possono durare ancora alcuni giorni. Tutto abbastanza tranquillo, si direbbe, se non fosse che non di rado il morbillo si accompagna ad una serie di conseguenze affatto tranquillizzanti: dalle otiti che intervengono nel 10% dei casi, alle broncopolmoniti nel 7%, alla gravissima encefalite (in 1 caso su mille), alla Panencefalite Subacuta Sclerosante (1 caso ogni 100.000).
L’estrema contagiosità del morbillo rende questi numeri di stringente rilevanza poiché il 97-98% degli individui (specie più piccoli, come dicevamo) entra in contatto col virus e per il fatto che non esiste una cura specifica della malattia ma solo un trattamento delle eventuali complicanze.
Il vaccino rappresenta la soluzione: la vaccinazione di massa è stata la chiave di volta per modificare in termini sostanziali la storia naturale della malattia in tutto il mondo, specie in quella parte che pagava il tributo più pesante al virus con un numero di decessi che fortunatamente oggi appartengono alla storia. I tre milioni di morti per anno potenzialmente attesi, secondo i dati dell’Oms, per le malattie infettive nel loro complesso si sono ridotti in modo sostanziale ed i serbatoi di contagiosità dei virus (non solo quello del morbillo, quindi) relegati in un angolo.
Lo stesso vaccino per il morbillo (presente nella formulazione MPR, insieme a quello per la rosolia e quello per la parotite) non è più obbligatorio in Italia e rischia di creare una paradossale condizione di ritorno dell’epidemia. I movimenti antivaccinali, traendo spunto da un non confermato sospetto di legame fra vaccino antimorbillo ed autismo (il lavoro del ’98 su cui si regge l’equivoco è di Andrew Wakefield ed è stato smentito da tutte le verifiche successive pur prestandosi a letture controverse ed addirittura a pronunciamenti giuridici fonte di ulteriori grossolani malintesi) stanno a più riprese ribadendo il proprio punto di vista, di fatto scoraggiando i genitori che, malinformati e suggestionati, rischiano di sottrarre ai propri piccoli un’arma fondamentale nella difesa del loro benessere e della loro vita.
L’autorevole rivista «The Lancet», che nel 1998 aveva pubblicato il lavoro sulla possibile correlazione vaccino-autismo, ha ritirato nel 2010 lo studio, definendolo viziato e non valido, mentre il suo autore, Wakefield, fu espulso dall’ordine dei medici con l’accusa di «condotta non etica, disonesta ed irresponsabile»: alcuni dati della ricerca, infatti, erano stati colpevolmente disattesi e/o occultati, determinando conclusioni totalmente errate. Fatto sta che, dal 2000 in poi, a seguito del procurato (ed ingiustificato) allarme, la pratica della vaccinazione antimorbillo subì un crollo e le conseguenze furono un nuovo importante picco della malattia in tutta Europa. Con conseguenze non trascurabili, in termini di complicanze e decessi.
L’invito, oggi, è di sottoporsi al vaccino contro il morbillo se non lo si è fatto per tempo e di sottoporre i propri figli a tale importante procedura preventiva, lasciando da parte suggestioni prive di supporto scientifico ed evitando complicazioni potenzialmente gravissime.