Il popolo dei «no» e quello dei «sì»

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Di fronte a tanti guasti ambientali e climatici attardarsi su una guerra di trincea non aiuta nessuno a vivere, è urgente invece capire le ragioni e fare scelte giuste e ponderate: dagli accordi climatici a quelli di organizzazione della vita sociale. Da Rio 92 alle politiche di adattamento ai cambiamenti climatici

«Gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni relative allo sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la natura». È il principio numero uno della Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo del 1992.
Bisognerebbe spesso rileggersi le conclusioni e gli atti più importanti della storia dell’uomo quando si sentono dichiarazioni altisonanti da parte di uomini di oggi che detengono il potere e bisognerebbe sapere queste cose prima di lanciarsi in arruffati e violenti commenti nei salotti telematici più accorsati.
Ad esempio bisognerebbe riflettere prima di gridare contro coloro che dicono no a tutto e cercare di capire questo atteggiamento negazionista e apparentemente irrazionale.
Viene da chiedersi se l’uomo è o ci fa. Perché non ci vogliono alti studi storici per sapere che il Trattato di non proliferazione nucleare, dopo un’ampia e devastante sperimentazione, è stato ratificato nel 1968 ed è entrato in vigore nel 1970, dopo ben 25 anni dalla fine della guerra ed ora, i paesi che non lo firmarono ed anche alcuni che lo firmarono stanno allegramente rifornendo i loro arsenali.
Della responsabilità dei Clorofluorocarburi e derivati, circa l’assottigliamento della fascia di ozono si ha conoscenza sin dal 1952 ma pur sapendo che un atomo di cloro liberato dai Cfc è attivo per 200 anni, si dovrà aspettare il 1987 per la firma di un trattato che ha scandito la totale scomparsa dal commercio di tali prodotti dal 2030 mentre la commercializzazione andrà avanti fino al 2040 poiché fino a tale data i prodotti potranno essere commercializzati nei Paesi in via di sviluppo…
Che dire dei cambiamenti climatici? Un balletto ancora in atto ed iniziato ufficialmente a novembre del 1990 a Ginevra con un accordo europeo per bloccare le emissioni ai livelli di quell’anno. Ma gli Usa già dissero che loro non potevano sacrificare la loro crescita (anche se già la chiamavano sviluppo…) e si aprirono le danze fra Usa, Cina, Australia, Canada e Russia.
Già allora le previsioni degli scienziati parlavano di primi effetti dei cambiamenti climatici sin dal 2030. Un periodo lunghissimo, sembrava allora, ma che ora è praticamente domani e gli effetti ci sono già.
E nonostante questo, ci sono i negazionisti, ci sono gli industriali che oggi fanno dire al loro presidente Giorgio Squinzi, in una lettera ad Enrico Letta, alla vigilia di un incontro europeo (il prossimo 22 gennaio) dove saranno prese decisioni sulla riduzione della CO2, che la ipotizzata riduzione del 40% danneggia la nostra economia.
E la salute? Quello è un altro capitolo di spesa, e che riguarda la povera gente, quella che lavora, che attraversa le città per contribuire al mantenimento di questo sistema economico.
I rapporti Onu e Oms sono folclore, parole al vento?

A questi «capitoli» si potrebbero aggiungere tanti altri atti ufficiali, accordi convenzioni, principi sanciti o siglati sempre a Rio nel 1992 (22 anni fa…) come l’Agenda 21, la Convenzione sulla Diversità Biologica, i Principi sulle foreste, la Convenzione sul cambiamento climatico e non si può evitare di pensare al dilagare della cementificazione, ai nuovi pericoli che vengono dall’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose, o dai sondaggi e dalle piattaforme petrolifere nei mari, artico compreso. O alla deforestazione che va avanti dal Brasile all’Indonesia…
E tutto, ma proprio tutto ha un filo conduttore: la sovranità del mercato sulla vita. Altro che principio numero uno della Dichiarazione di Rio.
Ed ora rispondete voi alla domanda perché bisogna dire sì?
Perché non costruire un altro modello di sviluppo? Non è un qualcosa da inventare, esistono già tentativi concreti che vanno da nuove forme di energia alle città senza auto, da una coltivazione senza chimica all’autoproduzione, dalle megalopoli agli ecovillaggi. Solo che bisogna crederci e non replicare gli errori del passato. Noi siamo già nel bel mezzo dei cambiamenti climatici e le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici sono un nuovo sistema con cui coloro che hanno determinato i guasti si candidano alle soluzioni. Per questo sono una resa al mercato che ci porterà in un’altra spirale a forma di punto interrogativo.
E allora, se uno dice no, prima di scaricargli contro un mare di invettive facciamoci dire a che cosa dice sì…