Gli appunti

168

L’appunto, proprio per la brevità ricercata, richiede, a volte, un’elaborazione e rielaborazione di pensieri, di valutazioni, di scelte, per condensare, in poche parole, significati e senso di cose complesse. Gli appunti, presi sulla carta, non sono fredde trascrizioni (decontestualizzate e sottratte ai tempi della riflessione) come possono finire con l’essere interpretati, invece, quei testi che, spediti e ricevuti in tempo reale, si accumulano nelle caselle di posta elettronica e che sono inviati (con il comando dato da un solo tasto) a un numero smisurato di destinatari (che, forse, in molti casi non avrebbero scelto di riceverli). In questo caso, infatti, è molto probabile che tutto trovi compimento solo nella potenza dei canali, nella velocità della comunicazione elettronica, nella capacità di inviare e ricevere grandi quantità di messaggi che saranno, nel migliore dei casi, visionati ma con scarse probabilità di diventare oggetto di significative riflessioni.

I social network potrebbero apparire come luoghi privilegiati per le relazioni. In realtà sono più simili a luoghi d’intrattenimento che di creazione di sinergie relazionali e di cambiamento consapevole. Forse l’immagine, che li può meglio rappresentare, è quella di una rete di particelle autonome (che dialogano secondo i rituali della comunicazione formale e del consumo di un proprio essere presente in rete: «lì, ci sono anch’io»), più che di un contesto relazionale animato dal connaturato desiderio umano di esplorare fenomeni e cose per conoscere, per interagire e approfondire significati, per generare sinergie, per ideare e realizzare progetti.
Le comunità che si formano in questi luoghi virtuali ricevono conforto o sono solo sedotte dal prestigio infertile (privo del senso delle cose, criticamente paralizzato e creativamente povero di opportunità) del saper consegnare appunti formali a un’agenda digitale sulla quale transitano messaggi «usa e getta», senza cercare o riconoscerne un senso.
La partecipazione a questo tipo di dialoghi avviene, spesso, fra sponde anonime e con riscontri incerti a domande (forse anche mai meditate nel merito delle loro motivazioni) che, se non rimangono sostanzialmente inevase, quantomeno si smarriscono, sospese nella loro essenza formale, in una selva senza tempo di disordinate domande più frequenti (FAQ). Una partecipazione che non aggiunge nulla al già esistente e che, a volte, può finire anche col trasformare, i più sprovveduti (ma non solo), in vittime o carnefici di attacchi offensivi e violenti, anche estremi, alla privacy e alla dignità delle persone.

Ma gli strumenti elettronici non sono certamente inutili: a parte gli usi specialistici più sofisticati (ricerche scientifiche, finanza, statistiche e previsioni di ogni tipo), a parte la velocità e l’immediatezza del trasferimento di documenti in qualsiasi parte del mondo, possono, infatti, trovare una propria efficace applicazione nello sveltimento e nelle certezze degli esiti delle procedure burocratiche, nel miglioramento dell’organizzazione dei servizi, nella gestione razionale delle risorse (per non correre il rischio di affidarle alle pratiche distruttive dei mercati dei consumi), nella diffusione e condivisione di dati e di informazioni necessari per prendere le decisioni più opportune, per integrare competenze e know-how. Non si può inoltre negare anche l’utilità pratica di tali strumenti, nella produzione e stampa di testi articolati che, nel riportare le elaborazioni di un pensiero, possono essere facilmente revisionati e migliorati, per una loro maggiore comprensibilità.
C’è, dunque, un’utilità nell’immediatezza delle operazioni (non disponibile in una semplice macchina per scrivere) che, un elaboratore elettronico di testi, mette a nostra disposizione, ma che non ha nulla a che vedere con quella qualità delle argomentazioni che possono essere concepite (in situazione reale e nel merito dei loro significati e del loro senso) solo da una mente umana.