La carta, luogo di tradimenti e di cambiamento

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Gli appunti, affidati alla carta, ma anche i testi raccolti nelle moltissime pagine di un libro, sono espressione di contenuti e di un modo di comunicare, che possono offrire, implicitamente, anche specifiche chiavi di lettura dei costumi della realtà sociale nella quale sono stati concepiti. Leggere appunti è, spesso, un’operazione complessa (soprattutto in momenti successivi e più lontani, da quelli della loro scrittura), ma è anche occasione per valutazioni di altra natura e non preordinate. Sono letture che possono portare altrove rispetto ai risultati delle analisi suggerite dai paradigmi abituali e contestuali per l’interpretazione di fenomeni sociali (per esempio, quelli usati per l’interpretazione, secondo il senso comune, delle relazioni familiari, del significato del lavoro, delle forme di solidarietà o di sottomissione, dell’esercizio di un potere o dei comportamenti liberamente assunti e in contrapposizione a quelli dettati dal galateo di un’epoca o di una classe sociale). Con queste letture potremmo, dunque, passare ad ipotizzare una pluralità di pensieri non esplicitati e forse (soprattutto nel passato, per temute potenzialità sovversive) anche soffocati da censure, imposte da assoluti ideologici, idioti e opprimenti, giustificati da un «necessario» esercizio di potere da parte di pensieri «illuminati», di travisamenti religiosi.

Abbiamo già sopportato, nelle varie epoche della nostra storia, e continuiamo a sopportare ancora oggi (proprio nelle società economicamente più avanzate), sistemi sociali che regolano quel senso comune delle cose (costruito su slogan ideologici e populistici) usato, per esempio, per conformare le volontà dei cittadini, alla sudditanza (sia come vittime, sia come carnefici) verso progetti nazionalistici, verso interessi precostituiti di tipo economico-finanziari, verso politiche globali di tipo internazionaliste (in nome di mitiche ideologie o più pragmaticamente ispirate da mire neoimperiali, neoliberiste, tecnocratiche…). Una condizione, questa, da rimarcare per evidenziare quanto essa stessa abbia frenato e continui sempre più a frenare quelle nuove interessanti prospettive e ricerche alternative, che possono invece rendere vitali nuovi scenari sociali nei quali spendere meglio, per il progresso umano (e non per altro) le nostre energie, le nostre capacità (critiche e creative) di costruzione di valori e di senso delle cose da condividere. Ricerche alternative, cioè, che mettano in sintonia il divenire culturale, sociale ed economico (che tocca all’uomo gestire, come compito attribuito alle sue specifiche doti), con le dinamiche evolutive dei processi vitali e che, quindi, non offrano, spazi ad alienanti e deliranti allucinazioni su impropri e degradante ordini mondiali.

La carta, dunque, documenta, ma può anche offrire chiavi formali per aprire questioni sostanziali, forse ancora inesplorate, e arrivare fino a produrre interpretazioni (fondate, salutari e adeguate) del senso delle cose e un cambiamento consapevole e responsabile in linea con le specificità creative umane. Un senso e un’intenzione di cambiamento che possono trovare una loro più compiuta espressione, non in formali messaggi stampati o digitalizzati, ma nei segni materiali e unici di una scrittura personale o di proprie libere impronte grafiche.
È un senso e un’idea di cambiamento che si strutturano nel pensiero, anche inconsapevole o implicito, sia di chi lascia proprie tracce sulla carta (secondo un proprio modo di esprimerle), sia di chi poi si troverà a interpretarle sulla base delle esperienze del proprio vissuto o a decifrarle con strumenti e modi di un particolare e fertile linguaggio o contesto scelto come riferimento.
Se esistesse la legittimità (quella immaginata e vantata, in difesa delle proprie convinzioni, dai movimenti integralisti o dal fondamentalismo religioso) di una sola interpretazione e di una sola sua documentazione cartacea (da usare come unico riferimento per ogni cosa e fenomeno della realtà ed oltre), un nostro disconoscimento di tale legittimità, potrebbe assumere il drammatico senso del tradimento di una verità o, meglio, del dubbio sulla fondatezza e fedeltà della scrittura del pensiero originario che l’aveva formulata. Ma, come si può ben intendere non si tratta di un tradimento, ma della ricerca di alternative (queste sicuramente legittime perché arricchiscono e non sottraggono libertà) agli esiti autoreferenziali di chi, a monte e nella convinzione dell’esistenza di una sola e indiscutibile interpretazione delle cose del mondo, non riesce neppure ad avere dubbi sull’eventuale incompiutezza sostanziale di una tale scrittura.
C’è una notevole resistenza nell’ammettere che le proposizioni (con le quali si tenta di definire una condizione o un fenomeno) sono strutturalmente troppo semplici perché possano costruire una visione compiuta della complessa diversità della realtà e perché se ne possano, poi, trarre anche conclusioni operative uniche.
Fra un improbabile e immaginario assoluto e i limiti della comprensione delle cose imposti dalla condizione umana, l’uomo può, però (con il suo saper esplorare, interrogare, riflettere, valutare, e procedendo con prove ed errori, non invasivi) ricercare i migliori modi per entrare in sintonia con gli equilibri naturali. In questa prospettiva, l’incompiutezza delle nostre visioni della realtà e, insieme il poter concepire l’esistenza di livelli di minore incompiutezza, possono essere interpretati come riscontri verificabili dell’esistenza di nostre consapevolezze e predisposizioni a praticare, fra dubbi ed equivoci, l’esplorazione e la ricerca continua e inesauribile di nuove conoscenze e visioni della realtà. Un’esplorazione e una ricerca che ci spingono, quindi, sia oltre una solo istintiva e immediata comprensione dei fenomeni, sia oltre eventuali sempre e solo più avanzati risultati tecnologici, fino a trovare modi sempre più fertili per entrare in sintonia e collaborare con i fenomeni che generano processi vitali.
Tutti vorremmo trovare risposte definitive (già scritte su carte indistruttibili) in un sistema gerarchico di principi unici che possano guidarci, senza equivoci, almeno nelle nostre decisioni quotidiane. Ma poi ci rendiamo conto che la vita è un fenomeno dinamico del tutto incompatibile con un’interpretazione assoluta e deterministica dei suoi fenomeni sia materiali sia immateriali: non possiamo non prendere atto, infatti, di una realtà nella quale non solo avviene un continuo cambiamento dei contesti, degli attori, delle questioni ma che, nel tempo, cambieranno continuamente anche le nostre, pur ben meditate, ragioni che avevano ispirato precedenti nostre libere scelte.