La carta, rischi e minacce che assediano equilibri e progetti vitali

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La carta e i segni su di essa impressi sono destinati a diventare, nel tempo (per la loro formale funzione di testimonianza statica di cose e di fatti), riferimenti decontestualizzati rispetto ai tempi e ai luoghi della loro origine. È naturale, dunque, che siano privati dell’attualità vissuta dal loro senso originario. Sono riferimenti che, anche quando dovessimo riconoscerne le analogie sulle scene di un qualsiasi nostro presente, potranno avere solo valore come esperienze e contributi di scenari ormai passati, offerti a momenti di attualità del nostro vivere. Tutte cose, cioè, che potranno sicuramente arricchire, con le loro peculiarità, una riflessione, ma non potranno certo attribuire, da sole, un senso proprio da connettere incondizionatamente a un’idea, a una volontà, a una scelta, a un’azione, dei momenti del continuo divenire del nostro presente.

Vi sono, però, anche carte che, di fatto, permangono come punti nodali di ogni atto concreto della nostra vita e di ogni possibile nostro condizionamento eterodiretto in nome di vantati adeguamenti alla realtà o di rimedi richiesti da emergenze all’uopo asservite a particolari interessi. Tempo fa un dipendente di un’amministrazione mi faceva notare, con un suo assoluto convincimento, quanto la nostra esistenza fosse legittimata dall’esistenza di carte (testimonianze uniche di atti e dichiarazioni) che, a loro volta, permettono di legittimare diritti e di ricostruire la nostra storia di cittadini e di professionisti dell’economia, della politica, della cultura. Lui stesso, poi, mi fece notare, con toni piuttosto drammatici, che se quelle carte fossero state bruciate, sarebbe stata anche annullata la storia della mia riconoscibile e verificabile esistenza, sulla quale sarebbe rimasto, nel migliore dei casi, solo qualche irrisolvibile dubbio. Non lo diceva per gioco, ed ebbi la sensazione, anzi, che fosse quasi un modo minaccioso per affermare e vantare un suo possibile esercizio di potere.
Le carte dunque ci rassicurano sui fatti, ma una loro precaria disponibilità può minacciare l’annullamento di tutto un nostro modo certificato di esistere, può imporre la sottomissione delle nostre volontà a possibili ricatti, può far deviare una condizione di fiducia reciproca e di condivisione sociale di diritti e di doveri, può inibire, per i timori di incontrollabili sviluppi, le occasioni per esplorare e mettere alla prova scelte alternative. La carta e le tracce da noi segnate, dunque, non sono automaticamente da immaginare come documenti che danno sicurezze assolute, conviene quindi attrezzarci anche personalmente per salvaguardare un’accurata e documentata storia, nostra e degli intorni di vita condivisi con i nostri simili.
Le carte, a parte le memorie (che possono essere raccolte in forma scritta e disegnata), hanno un ruolo fondamentale anche come strumenti di progettazione. Possiamo, con esse, disegnare e praticare modelli flessibili e sinergici di realtà relazionali che diano senso alle cose, che permettano di definire scale di priorità per affrontare, razionalmente e non con atti impulsivi e assoluti, prospettive e problemi vitali complessi di scenari futuri.
La modernità degli Stati viene oggi anche riconosciuta dall’accertata disponibilità di una fondamentale Carta che, pur fra continui ostacoli e drammatici attacchi da parte di particolari interessi forti e di arroganti abusi di potere, svolge un proprio insostituibile ruolo come garanzia di livelli di certezze essenziali per favorire il progresso sociale, culturale ed economico delle comunità umane. È la Carta Costituzionale, fondamento della quasi totalità di quelle attuali grandi e piccole comunità più sviluppate politicamente che possono, così, assicurare accettabili parità di diritti e di opportunità sociali ed economiche a tutti i loro membri. L’umanità ha vissuto (ma ha saputo anche superarle) molte condizioni di precarietà dovute sia agli effetti disastrosi di alcuni fenomeni naturali, sia a un esercizio di poteri politico-economici assoluti che, di fatto, hanno assoggettato intere comunità umane ai propri arbitrari voleri.
Le Carte Costituzionali sono state, in questi scenari, motori di progresso, ma sono state anche modificate (a volte proprio impostate, fin dalla loro origine) sia per imporre istituzionalmente (quindi con la massima efficacia) pesanti alterazioni al loro significato di Carta delle equità, sia per asservire l’uomo alle volontà di un potere centrale che poteva governare, senza vincoli, momenti chiave della vita sociale.
Oggi le Costituzioni, attraverso deformazioni pilotate, sono violate o tradite, nella loro sostanza, soprattutto a favore di una finanza predatoria che non rende conto dei meriti e delle responsabilità delle proprie attività e che, invece, pretende sostegno diretto e indiretto alle proprie attività anche se poi, queste stesse, sono causa di ricorrenti e profonde crisi e comunque di condizioni artificiose e arbitrarie finalizzate a produrre profitti, solo per sé e senza lavoro reale, cioè per «fare soldi solo con i soldi». Sono prepotenze rese sostanzialmente imperseguibili sulla base di accordi e convenzioni globali imposti, verticisticamente, ai sistemi democratici (con forme ricattatorie di inclusione-esclusione dai monopoli economici internazionali), ma sono anche effetti di una collaborazione perversa o di insipienza, proprio da parte di chi avrebbe dovuto garantire autonomia, libertà e responsabilità, sia con leggi, regolamenti e informazioni corrette per i cittadini, sia dotando le Istituzioni di strumenti efficaci per rilevare ed evitare abusi ed attivare alternative.
A ogni comportamento umano e in riferimento a principi di giustizia, di libertà, di partecipazione e di mutuo sostegno, le Costituzioni si propongono di fornire indicazioni inequivocabili (leggi e regolamenti pubblicati e ben diffusi almeno su raccolte a stampa) che permettano sia di riconoscere il loro significato sociale, politico ed economico, sia di applicarle per condannare eventuali responsabili di crimini commessi e risarcire le relative vittime. Procedure, queste, necessarie per punire i trasgressori delle leggi e dei regolamenti, ma anche per formare le comunità al rispetto di regole certe di convivenza e permettere di verificare, preventivamente, il significato e la legalità di scelte e di attività che ogni singolo individuo volesse liberamente realizzare.
Un sistema che (pur limitato da incompiutezze e visioni deterministiche applicabili, con molte approssimazioni, all’analisi e valutazione di fenomeni sociali) si propone, comunque, di assicurare i migliori livelli di equità e, nel tempo, lo sviluppo di ulteriori virtuose condizioni a vantaggio di tutti.
La globalizzazione del libero commercio e dei consumi, pur sostenendo, con rigore dichiarato e con intransigenza ideologica, le sedicenti virtuose regole della competizione e del mercato libero, consente, poi, arbitrarie variazioni di queste stesse regole. Si creano così situazioni paradossali nelle quali, mentre si sostiene l’inderogabilità dei principi, si pratica la normalità delle eccezioni. È questo il caso del liberismo finanziario, un’ideologia applicata, che sostiene il valore assoluto dell’equilibrio fra domanda e offerta, che perciò si professa pregiudizialmente contro ogni intervento ad esso estraneo (quello dello Stato in particolare), ma che, poi, invoca lo Stato e i contribuenti per risanare i danni dei suoi folli azzardi derivanti dalla pratica di un libero mercato degli inganni, non trasparente, se non proprio senza regole, ma che può procurare grandi profitti.
Quello che interessa agli operatori, che stanno sul mercato per produrre profitti, non è infatti il rispetto teorico delle regole virtuose della domanda e dell’offerta (che sono solo favole per sprovveduti), ma predare in qualsiasi modo il massimo delle risorse finanziarie in circolazione e non rispondere degli atti criminali commessi a tal fine: le colpe, se ci sono, non sono quelle dei loro crimini finanziari, ma sono da imputare all’incapacità di chi non ha saputo difendersi dalle loro insidie e che, perciò, deve essere punito con la sottrazione di un ingiustificato possesso di ricchezze!