La scuola italiana vista da una 15enne italo-giapponese

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Io penso che, i bambini istruiti fin da bambini a sperimentare, a coltivare la curiosità, all’arte del sapere e provare, tendano più facilmente ad avere maggiore interesse nell’ambito delle scienze, della tecnologia, nel «nuovo», rispetto a bambini abituati a stare passivamente sui libri per ore. Imparando la teoria si diventa «teorici», imparando con la pratica, di diventa «sperimentatori».

Avete mai pensato come mai il Giappone, una piccola isola quasi di ugual dimensione all’Italia, sia uno dei paesi più sviluppati nell’ambito della tecnologia nonostante non abbia risorse naturali?
Mi presento, sono Assia, una normale 15enne frequentante un liceo classico della mia città. Tutto normale, se non fosse per avere una madre Giapponese. Dunque, sono una italo-giapponese che conosce un «pizzico» di cultura giapponese.
Fin da piccola, sento, parlo, scrivo in giapponese e ogni sabato pomeriggio frequento la Scuola giapponese di Roma: tutto questo mi permette di frequentare per un breve periodo la scuola in Giappone, ogni volta che vi torno in estate.
Così, nel corso degli anni, ho avuto modo di notare le piccole e grandi differenze di queste due Nazioni, non solo culturalmente, ma anche negli ambiti della mentalità, religione, ma soprattutto nell’istruzione.
Infatti, i bambini giapponesi sono istruiti molto diversamente dai bambini italiani, sia a scuola sia a casa.
A scuola, per esempio, danno più importanza alla «pratica» che alla «teoria». Il loro metodo di apprendimento è «imparare giocando».
Per me che sono stata sempre abituata a studiare per ore sui libri fin da bambina, la scuola lì in Giappone è un vero e proprio divertimento.
Alle elementari, la scuola inizia con una corsetta intorno al campo. Dopodiché, si hanno una decina di minuti per dedicarsi alla lettura. La lezione inizia dopo il «saluto». Molte delle materie che si studiano sono «pratiche»: infatti all’ora di scienze si fanno esperimenti in laboratorio, si va alla ricerca di piccoli insetti da allevare in classe (farfalle, cavallette), si coltivano piante e fiori; nell’ora di arte si dà spazio alla fantasia costruendo robot, casette, flipper con cartoni, tappi, pezzi di legno, con gli origami. Nell’ora di ginnastica in estate si impara a nuotare, a inglese si impara la lingua giocando, a musica si canta e si impara a suonare strumenti quali flauto dolce, xilofono, batteria, a informatica si impara a usare il computer; inoltre si impara a cucinare, a cucire, ad allevare piccoli animali «collaborando». Infine, nell’ora di pranzo, sono gli alunni che apparecchiano (si mangia nella propria classe), distribuiscono il cibo, sparecchiano. Dopo di ciò, si pulisce la propria classe con la scopa e lo straccio, si prepara la lavagna per il giorno dopo. I bambini possono fare ricreazione solo dopo che tutti hanno finito tutto ciò.
A casa, i genitori cercano di non aiutare i propri figli, ma insegnano loro ad aiutare i genitori, a istruirli nelle buone maniere.
Io penso che, i bambini istruiti fin da bambini a sperimentare, a coltivare la curiosità, all’arte del sapere e provare, tendano più facilmente ad avere maggiore interesse nell’ambito delle scienze, della tecnologia, nel «nuovo», rispetto a bambini abituati a stare passivamente sui libri per ore.
Imparando la teoria si diventa «teorici», imparando con la pratica, si diventa «sperimentatori».
Forse la potenza del Giappone nasce proprio dalla loro educazione.
Allora perché non adottare questo loro sistema? Perché non tentare di «provare»? L’Italia offre più risorse rispetto al Giappone, eppure non è all’apice delle potenze del mondo? Che non ci siano speranze per l’Italia?

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