Si fa presto a dire colite

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Tanto per cominciare sarebbe bene tentare una distinzione fra coliti croniche caratterizzate e causate da disordini di funzionamento nella motilità dell’intestino e coliti croniche nelle quali è presente una lesione, di vario tipo, che quindi causa i sintomi. Non è una differenza da poco se si riflette sul fatto che le forme funzionali vanno approcciate sia diagnosticamente sia terapeuticamente in un modo mentre le coliti organiche, non affrontate adeguatamente, comportano quasi sempre un percorso di aggravamento che non di rado modifica sia la qualità sia la durata della vita di chi ne è affetto

La maggiore frequenza di disturbi intestinali nel periodo estivo ci spinge a tentare di fare un po’ di chiarezza sulla maniera migliore per affrontare questi che possono essere sia disturbi passeggeri sia vere e proprie malattie croniche per le quali vengono richieste o attuate analisi e terapie non sempre appropriate. Ci riferiamo in particolare a quei disturbi che abbiano durata maggiore rispetto ai pochissimi giorni propri delle gastroenteriti acute (che tutto sommato sono abbastanza semplici da diagnosticare e curare).
Ma cosa fare quando il mal di pancia, il gonfiore, la stitichezza o la diarrea sono presenti per un periodo maggiore provocando, oltre che malessere fisico, anche preoccupazione ed ansia? Come evitare di passare dalla fase dell’indifferenza o della sopportazione passiva a quella dell’agitazione incontrollata e della effettuazione, magari inutile, di esami fastidiosi e cruenti che possono rivelarsi privi di ogni risultato?
Le domande non sono prive di fondamento se si pensa che sia il passa parola sia la consueta spulciata ai siti internet possono accentuare il rischio di un approccio errato al problema ed indirizzare verso analisi strumentali che, per quanto preziose, non sempre devono essere prese in esame come prima scelta quando si presentano sintomi riconducibili a malattie che sino a poco tempo fa venivano indicate genericamente col nome di «colite».
Tanto per cominciare sarebbe bene tentare una distinzione fra coliti croniche caratterizzate e causate da disordini di funzionamento nella motilità dell’intestino (per questo definite forme «funzionali») e coliti croniche nelle quali è presente una lesione, di vario tipo, che quindi causa i sintomi (e per le quali si usa l’accezione di forme «organiche»). Non è una differenza da poco se si riflette sul fatto che le forme funzionali vanno approcciate sia diagnosticamente sia terapeuticamente in un modo (e che sostanzialmente nella vita non daranno praticamente mai luogo a complicazioni che possano mettere a repentaglio la sopravvivenza stessa del malato) mentre le coliti organiche, non affrontate adeguatamente, comportano quasi sempre un percorso di aggravamento che non di rado modifica sia la qualità sia la durata della vita di chi ne è affetto.
Fra le coliti funzionali è bene tenere a mente quello che prima si usava definire «colon irritabile» e successivamente, con una definizione più ampia e completa, «sindrome dell’intestino irritabile» proprio perché si è preso atto che in questi casi, assolutamente frequentissimi, è in gioco un’alterazione motoria dell’intestino che diviene più capriccioso e disorganizzato, nei propri movimenti peristaltici, al punto da causare una serie di sintomi (come la stipsi o la diarrea o l’alternanza imprevedibile di periodi di stitichezza con periodi di diarrea, accompagnati o no da dolori e gonfiore addominale) che agiscono in modo anche molto pesante sulla quotidianità del malato il quale può finire per condizionare la propria vita, il proprio lavoro, il proprio tempo libero proprio in funzione della presenza (o anche della semplice possibilità di insorgenza) dei disturbi descritti.
Non è facile spostarsi per andare al lavoro, per andare a pranzo fuori, per decidere una vacanza se e quando si teme di dover essere costretti ad andare alla disperata ricerca di un bagno o se si teme (più o meno giustamente) che una semplice alterazione della ritualità o della composizione dei pasti possa sconvolgere la giornata di persone sempre molto attente a pianificare i propri passi in funzione del proprio stato di salute. In questi casi, ad esempio e specie se si è giovani, bisognerebbe porre attenzione ad alcune regole di vita (come tentare di evacuare sempre prima di uscire di casa e fare un po’ di attività fisica nel tentativo di costruire un proprio «metronomo» intestinale così da programmare, per quanto possibile, la propria attività intestinale). Evitare alimenti troppo ricchi di scorie e zuccheri, nel caso di diarrea, o aumentare le fibre nel caso della stitichezza (magari usando lassativi a base di macrogol) e studiare il funzionamento del proprio tubo digerente o l’eventualità di una condizione di malassorbimento di lattosio o di fruttosio tramite Breath tests all’idrogeno) possono essere consigli importanti, preziosi e molto spesso risolutivi.
Quando invece si sospetta una lesione organica (o in caso di fallimento di un approccio «funzionale») bisogna approcciare il problema in maniera diversa ed effettuare altri esami per stabilire se e che tipo di lesione sono in causa nell’insorgenza dei sintomi. In questi casi è buona cosa effettuare un esame delle feci alla ricerca di eventuali microrganismi presenti e (specialmente se si ha più di 50-55 anni) andare alla ricerca di sangue occulto nelle feci e far dosare nelle feci una proteina, la calprotectina, che si innalza in caso di malattie infiammatorie croniche dell’intestino come il morbo di Crohn o la colite ulcerosa ma che rimane bassa nel caso di sindrome dell’intestino irritabile.
Un esame del sangue aiuterà a capire se ci sono segni di flogosi (associata, ovviamente, alle forme organiche) o se esiste una più o meno importante anemia (da perdita intestinale di sangue) presente solo se c’è lesione e non certo se esiste una condizione di alterazione della motilità del tratto digestivo. Esami più complessi come la colonscopia trovano un proprio ruolo ed una propria giustificazione in un contesto simile e non certo come primo approccio, anche in considerazione della complessità dell’esame e della sua non sempre facile gestibilità per via di prenotazioni quasi sempre troppo lontane nel tempo.
La valutazione di un esperto potrà (anzi dovrà) guidare questi passi, sempre. A patto di non far diventare «esperto» il vicino, il giornale di moda o l’ultimo sito web consultato, magari con eccessiva superficialità.