Sincerità e incertezze, le indicazioni della Natura

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Sono molti i palazzi del potere che si propongono alla nostra vista con ampie e luminose vetrate, anche se è del tutto improbabile che queste possano mostrare e far comprendere l’articolazione delle attività e le scelte che, al loro interno, decidono le nostre sorti, al di là della retorica su finalità e risultati che vengono raccontati.

Negli attuali scenari di deformato e disorientato rapporto con la realtà, sono, forse, molti quelli che vorrebbero poter attribuire, alla sincerità delle relazioni umane, la funzione essenziale di strumento personale e indispensabile per animare una casa di vetro ideale, che offra concrete trasparenze (a finalità e obiettivi condivisi) e occasioni di partecipazione ai processi e alle verifiche di miglioramento della qualità di vita.
Ma la sincerità può apparire trasparente, solo come intenzione accompagnata dalle sue incerte verifiche. Se viene perseguita e realizzata attraverso un dialogo, fra le diverse attese dei singoli individui e i loro modi di essere, può trovare, però, sintonie in interessi comuni, ma non garantisce automaticamente anche una conseguente trasparenza di qualità, degli individui e delle loro comunità, spendibili in termini di condivisione e di valore delle scelte etiche e culturali. Sulla sincerità (non distintamente valutabile fra le incertezze delle sue precarie tracce formali), possono, così, prevalere non la continuità delle intenzioni, perseguite da chi le assume come riferimenti di un proprio stile di vita, ma le personali convinzioni utilitaristiche di altri: per esempio, quelle dei suoi interlocutori, strumentalmente costruite sui vantaggi che ne possono trarre.
Oggi, la sincerità non è, dunque, un attributo affidabile neanche in contesti del tutto trasparenti alle nostre osservazioni. È una predisposizione personale che, pur se lealmente ricercata, sembra poi destinata a manifestarsi in modi estemporanei e a risentire delle interferenze determinate dalla complessità degli eventi nei quali viene espressa. Rimane, comunque una prospettiva di cambiamento che trova, già oggi, costruttivi riscontri in comunità di piccole dimensioni.
Dobbiamo, però, evidenziare anche il pericolo che, nel senso comune delle cose, sia considerata sincerità, non solo l’espressione di un modo autonomo di essere, ma anche la fedeltà mantenuta a una parola data, indotta da sottomissioni a un potere che si propone di trarne un proprio vantaggio anche a danno di altri. Un comportamento socialmente asimmetrico che può condizionare pesantemente la qualità e le scelte di vita di interi territori.
In questi casi c’è il rischio che venga distrutta anche quella complessità vitale che è un’indispensabile prerogativa dei processi naturali, che operano per la tenuta degli equilibri globali. La complessità, infatti, non offre vantaggi a un particolare fenomeno a danno di altri, ma impegna le capacità specifiche disponibili, in ciascun individuo di qualsiasi specie, per lo sviluppo di condizioni di equilibrio a favore di tutto il sistema vitale naturale.
La Natura non propone il successo di una specie o innovazioni strutturali e funzionali per inseguire lo sviluppo di una tecnologia, ma cambiamenti che offrono continuità e migliore articolazioni creative (complessità) ai fenomeni vitali: la natura muta la composizione dei fenomeni biologici riconoscendo, nel tempo, le priorità e le integrazioni richieste per alimentare gli equilibri vitali (quindi arricchisce e non riduce la diversità solo a ciò che può servire in un certo momento); la Natura non usa energie per infertili consumi entropici, ma offre soluzioni su come ottenere alti rendimenti, ingegnosi e vitali (pur se sottoposti ai vincoli dei processi termodinamici), per generare fertili e creativi equilibri biologici; la Natura non ha il possesso delle risorse e non agisce con esse in mercati speculativi, ma le mette a disposizione in funzione delle necessità diffuse di uno sviluppo vitale che è in sintonia con tutte le diversità che animano i fenomeni naturali; la Natura non violenta le specie con interventi meccanici immotivati di sostituzione di pezzi del loro Dna originale (per produrre Ogm al di fuori delle relazioni e modificazioni biochimiche spontanee che, da sempre e con continuità, hanno dato tenuta ai processi evolutivi e a tutto il sistema vitale terrestre), ma lascia che i processi biologici interagiscano, nei modi favoriti dai diversi contesti, per trovare sinergie e convenienti soluzioni evolutive.
Queste ultime, dunque, sono segno di una scelta specifica di direzione, di un progetto in sintonia con le qualità delle risorse disponibili e non contro le loro vocazioni naturali, pur se usando efficaci artifici. L’uomo, fin dai primi tempi della sua storia, ha saputo interpretare e applicare, con buoni risultati sul miglioramento genetico delle specie, i suggerimenti della Natura usando le stesse procedure non invasive (per esempio quelle della selezione e della ibridazione).
Se certe mutazioni del Dna, rese possibili dall’ingegneria genetica, non avvengono spontaneamente in natura è plausibile che esistano delle ragioni (almeno allo stato attuale delle cose). Il mettere in vetrina, i risultati dell’ingegneria genetica, come simbolo del progresso, diventa, allora, solo un modo suggestivo ma infido, per convincere l’uomo ad affidarsi ciecamente alla tecnologia.
Se si finisce col seguire gli atti impulsivi dettati da suggestive applicazioni meccaniche delle tecnologia nei campi affidati, invece, alle nostre consapevolezze e autonomia di giudizio, si accetta, implicitamente, anche una visione della realtà parziale, privata della riflessione sulle cose di questo nostro mondo e della conseguente possibilità di effettuare scelte responsabili.
Dobbiamo, purtroppo, prendere atto che gli attuali stili di vita sono spinti da automatiche applicazioni delle scoperte scientifiche: dalla devozione dogmatica verso l’innovazione tecnologica che (qualcuno ne è totalmente convinto) salverà il mondo; da un’idea di progresso ridotto a sviluppo di prodotti e servizi avanzati; da una mistificante idea di libertà che rimuove il concetto di confine, non solo come segno dei limiti intrinseci della materia, ma anche come vincoli che sono, invece, risorse necessarie per superare approcci solo teorici e poter, così, operare concretamente in condizione di realtà. Sono, queste, tutte idee, di progresso e di libertà, deformate che, per rendersi ben riconoscibili e per dissociarsi dai riferimenti alla diversità contenuti nel concetto di libertà, hanno dovuto, necessariamente, presentare e far riconoscere, con un nuovo termine (quello del «liberismo»), il proprio dogma ideologico, difeso dalla barriera inviolabile dell’assoluto. Una barriera trasparente come il vetro, per mettere in mostra la deviante semplicità interpretativa dei fenomeni e il conseguente accattivante determinismo lineare dei suoi assunti, ma anche una barriera impenetrabile ai rischi di essere modificata da alternative, da libere riflessioni sul senso delle cose, da valutazioni critiche sulla compiutezza presunta dei suoi argomenti e sugli effetti della pratica dei suoi dettati.