Trivelle, che farà il Montenegro?

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Le Osservazioni del Comitato sono state presentate per chiedere ad entrambi i ministeri, italiano e montenegrino, di bloccare l’iter amministrativo, mettendo in evidenza la concreta pericolosità delle prospezioni geosismiche e delle successive trivellazioni condotte nelle aree

E parliamo ancora dei No Triv, e questo quando siamo in pieno fermento per la decisione del Governo di fissare la data per il voto referendario al prossimo 17 aprile, e precisamente del Coordinamento NoTriv Terra di Bari, Comitato bonifica Molfetta, Coordinamento No Triv Basilicata e Movimento Mediterraneo No Triv che lo scorso 9 febbraio, hanno inviato, al ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare (Mattm), al ministro dell’Economia del Montenegro e alla Regione Puglia le Osservazioni riguardanti le Consultazioni Transfrontaliere per il «Programma di ricerca e produzione idrocarburi off-shore del Montenegro».

Le Consultazioni transfrontaliere, annunciate sul sito del Minambiente in data 4 febbraio 2016, riguardano 13 blocchi in Mare Adriatico, messi a bando dal governo montenegrino nel 2013.
Le Osservazioni sono state presentate per chiedere ad entrambi i ministeri, italiano e montenegrino, di bloccare l’iter amministrativo, mettendo in evidenza la concreta pericolosità delle prospezioni geosismiche e delle successive trivellazioni, condotte nelle stesse aree, con la tecnica dell’Air gun, tecnica che, come dimostrato da molti studi scientifici, è altamente dannosa sia per la fauna sia per la flora marina.
Inoltre, alcune delle zone concesse coincidono con aree che racchiudono in sé un rischio rilevante determinato dalla presenza di ordigni inesplosi, anche a caricamento chimico, risalenti alla seconda guerra mondiale e al recente conflitto nella ex Jugoslavia, così come dimostrato dalla «Map of unexploded ordnance dumping sites in the southern adriatic sea», progetto Redcod cofinanziato dalla Commissione europea, e dalla Carta nautica n. 136 dell’Ufficio idrografico del Regno Unito.

Entrambi le pericolosità sovrapposte preoccupano i comitati, poiché nello Studio di impatto ambientale e nella Sintesi non tecnica (Snt) riportati sul sito del Ministero montenegrino, gli strumenti utilizzati per la fase d’indagine e la realizzazione di pozzi esplorativi non sono stati messi in correlazione con le problematiche dei siti, non è stata considerata la possibilità di intercettare un ordigno bellico, non ne vengono valutati i rischi, quali potrebbero esserne le conseguenze e le azioni da intraprendere immediatamente e a lungo termine per la bonifica e la messa in pristino dell’area, nonché gli impatti che deriverebbero sull’intero ecosistema del Mare Adriatico.
E questo in una terra in cui la Costituzione all’art. 1 dichiara che «Il Montenegro è uno Stato democratico, sociale ed ecologico» e che però, di contro, non tiene conto del proprio sistema economico basato fondamentalmente su pesca e turismo sminuendo, di fatto, le ricadute negative che si avrebbero proseguendo nella ricerca di idrocarburi lungo le proprie coste.
In definitiva, un problema quello legato alla strategia energetica globale che dovrà necessariamente allontanarsi dall’utilizzo delle fonti fossili e che non può limitarsi ad una visione locale, importante punto di partenza democratico e voce delle specifiche problematiche che dovranno però poi confluire in un disegno più ampio necessario per coordinare scelte compatibili e condivise sul piano ambientale e politico.