Sette milioni i cittadini esposti quotidianamente al pericolo

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foto A. Fiore
Montescaglioso (Foggia)

Sono i dati dell’l’indagine sulle attività nelle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico, realizzata da Legambiente. È evidente l’urgenza di avviare una seria politica di mitigazione del rischio che sappia tutelare il suolo e i corsi d’acqua e ridurre i pericoli a cui sono esposti i cittadini. La prevenzione deve divenire la priorità per il nostro Paese, tanto più in un contesto in cui sono sempre più evidenti gli effetti dei cambiamenti climatici in atto

Nel 31% dei comuni, 401 comuni, interi quartieri sono costruiti in aree a rischio. Nel 77%, 1.074 comuni, troviamo abitazioni in zone golenali, presso alvei e in siti a rischio frana. 7 milioni i cittadini esposti quotidianamente al pericolo.
Questo quanto venuto fuori nel corso del convegno per la presentazione del dossier Ecosistema Rischio 2016, l’indagine sulle attività nelle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico, realizzata da Legambiente sulla base delle risposte fornite dalle amministrazioni locali al questionario inviato ai comuni in cui sono state perimetrate aree a rischio idrogeologico.
L’urbanizzazione delle aree a rischio non è solo un fenomeno del passato: nel 10% dei comuni intervistati sono stati realizzati edifici in aree a rischio anche nell’ultimo decennio. Solo il 4% delle amministrazioni ha intrapreso interventi di delocalizzazione di edifici abitativi e l’1% di insediamenti industriali.
Risultano in ritardo anche le attività finalizzate all’informazione dei cittadini sul rischio e i comportamenti da adottare in caso di emergenza con l’84% dei comuni che ha un piano di emergenza che prende in considerazione il rischio idrogeologico ma con il solo 46% che lo ha aggiornato e il 30% che ha svolto attività di informazione e di esercitazione rivolte ai cittadini.
Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente, ha dichiarato: «È evidente l’urgenza di avviare una seria politica di mitigazione del rischio che sappia tutelare il suolo e i corsi d’acqua e ridurre i pericoli a cui sono quotidianamente esposti i cittadini. La prevenzione deve divenire la priorità per il nostro Paese, tanto più in un contesto in cui sono sempre più evidenti gli effetti dei cambiamenti climatici in atto. Per essere efficace però, l’attività di prevenzione deve prevedere un approccio complessivo, che sappia tenere insieme le politiche urbanistiche, una diversa pianificazione dell’uso del suolo, una crescente attenzione alla conoscenza delle zone a rischio, la realizzazione di interventi pianificati su scala di bacino, l’organizzazione dei sistemi locali di protezione civile e la crescita di consapevolezza da parte dei cittadini».

I dati sono allarmanti

Solo nel 2015 frane alluvioni hanno causato nel nostro Paese 18 vittime, 1 disperso e 25 feriti con 3.694 persone evacuate o rimaste senzatetto in 19 regioni, 56 province, 115 comuni e 133 località. Secondo l’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr, nel periodo 2010-2014 le vittime sono state 145 con 44.528 persone evacuate o senzatetto, con eventi che si sono verificati in tutte le regioni italiane, nella quasi totalità delle province (97) e in 625 comuni per un totale di 880 località colpite.
Giorgio Zampetti, ha continuato: «Il tema della fragilità del territorio della nostra Penisola deve diventare centrale nella riflessione comune a tutti i livelli di governo del territorio e il lavoro per realizzare una effettiva mitigazione del rischio deve prevedere una improrogabile inversione di tendenza. Innanzitutto occorre fermare il consumo di suolo, programmare azioni che favoriscano l’adattamento ai mutamenti climatici e operare per la diffusione di una cultura di convivenza con il rischio che punti alla crescita della consapevolezza presso i cittadini dei fenomeni e delle loro conseguenze».
Risulta necessario migliorare la situazione per quanto riguarda l’organizzazione del sistema locale di protezione civile, fondamentale per rispondere alle emergenze in maniera efficace e tempestiva e se anche con una legge, la 100 del 2012, si sia stabilito l’obbligo di adottare un piano d’emergenza di protezione civile entro 90 giorni dall’entrata in vigore della stessa, ancora oggi, alcuni comuni continuano a non adempiere a questo importante compito.
Anche l’Associazione nazionale dei comuni italiani (Anci) è intervenuta nel corso del convegno di presentazione «Ecosistema Rischio 2016» e per mezzo di Bruno Valentini, delegato Anci all’Ambiente, ha commentato i dati affermando: «L’indagine sul dissesto idrogeologico non fa che confermare una situazione già ben a conoscenza dei sindaci, che da anni chiedono rafforzamento delle risorse, semplificazione normativa e competenze adeguate per intervenire in modo sempre più efficace. Confermiamo tutta la nostra disponibilità per potenziare le campagne di informazione e di sensibilizzazione dei cittadini, sulle quali c’è però da dire che troppe volte i sindaci finiscono per trovarsi soli. Allo stesso tempo, però, non possiamo non far notare che sul fronte delle politiche degli enti locali alcuni passi avanti importanti sono stati fatti come nella pianificazione urbanistica che è molto più attenta, si estende la collaborazione con il volontariato sulla protezione civile, sta migliorando anche la manutenzione dei corsi d’acqua. Su quest’ultimo aspetto, in particolare, è necessario ora valorizzare le potenzialità dei consorzi di bonifica, disboscando gli appesantimenti amministrativi e burocratici. Pur osservando il grande impegno dei comuni a sistemare il proprio territorio, l’indagine di Legambiente evidenzia comunque che sono ancora molto diffuse situazioni di precarietà o di mancata consapevolezza sui Piani locali di protezione civile».
Perché sono le città a rappresentare oggi il cuore della sfida per l’adattamento ai cambiamenti climatici e agli effetti che questi comportano. È qui, infatti, che si produce la quota più rilevante di emissioni ed è qui che l’intensità e la frequenza di fenomeni meteorologici estremi sta determinando danni crescenti, mettendo in pericolo vite umane e determinando danni a edifici e infrastrutture.
E questo è vero quando si registra che, in macrocittà come Roma e Napoli, sono oltre 100.000 i cittadini che vivono o lavorano in zone a rischio, poco meno di 100.000 a Genova.
Prevenire e mitigare il rischio idrogeologico, richiedere con forza l’impegno da parte delle amministrazioni comunali, provinciali, regionali e nazionali su alcuni aspetti di stretta competenza, dare un ruolo strategico alla figura del tecnico del territorio, il geologo, questi gli atteggiamenti necessari per dar vita ad una filiera virtuosa che possa, in numeri, garantire una maggiore sicurezza per l’uomo e il suo ambiente.

– Per approfondire il dossier