Le Aree protette, l’Ue e la diffusione delle Specie aliene invasive (Ias)

437
Parco Alta Murgia GCarlucci
Uno scorcio del Parco nazionale dell'Alta Murgia (Foto di G. Carlucci)

L’adesione dell’Italia alla Convenzione sulla diversità biologica (Cbd) ha sicuramente stimolato negli anni anche il rafforzamento del sistema di aree protette, con l’istituzione di nuove aree e il potenziamento di quelle già preesistenti. Il numero delle aree protette ha un trend costantemente positivo a partire da metà anni 70 fino alle 871 aree attualmente riconosciute nel vigente Elenco Ufficiale delle Aree protette (Euap, 2010).

Per quanto riguarda la superficie terrestre protetta essa ammonta a oltre 3 milioni di ettari, pari a oltre il 10% della superficie territoriale nazionale, con un trend positivo più marcato a partire da metà degli anni 80. Anche la superficie marina protetta ha avuto un trend positivo e in particolare nel periodo di riferimento 2003-2012 essa si è incrementata di oltre il 14%.

In attuazione delle azioni previste dalla Cbd in ambito di protezione e tutela è di fondamentale importanza la Rete Natura 2000, principale strumento della politica dell’Unione Europea per la conservazione della biodiversità. Si tratta di una rete ecologica diffusa su tutto il territorio dell’Unione, istituita ai sensi della Direttiva 92/43/CEE «Habitat» per garantire il mantenimento a lungo termine degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari a livello comunitario. La rete Natura 2000 è costituita dai Siti d’importanza comunitaria (Sic), identificati dagli Stati Membri secondo quanto stabilito dalla Direttiva Habitat, che vengono successivamente designati quali Zone speciali di conservazione (Zsc), e comprende anche le Zone di protezione speciale (Zps) istituite ai sensi della Direttiva 2009/147/CE «Uccelli» (che ha sostituito la precedente Direttiva 79/409/CEE) concernente la conservazione degli uccelli selvatici.

Attualmente la Rete Natura 2000 in Italia, al netto delle sovrapposizioni, è costituita da 2.613 siti, per una superficie totale netta di oltre 6.400.000 ettari, di cui oltre 5.800.000 a terra, pari al 19,3% del territorio nazionale.

I trend relativi all’andamento del numero e dell’estensione delle Zps dal 2003 ad oggi evidenziano una forte crescita nel numero e nella superficie sino al 2007, anno in cui si rileva una stabilizzazione. I trend relativi all’andamento di numero ed estensione dei Sic/Zsc dal 2003 ad oggi evidenziano chiaramente, a partire dal 2013, una stabilizzazione del numero e delle superfici delle due categorie nel loro insieme e il crescente andamento del processo di designazione dei Sic come Zsc.

Le politiche ambientali europee prevedono che la tutela della biodiversità non sia confinata solo all’interno delle aree protette, ma debba essere parte di un sistema integrato di gestione del territorio. Perciò è cruciale l’integrazione della misure di conservazione della biodiversità nelle politiche settoriali, soprattutto nell’agricoltura e nel turismo. Gli obiettivi da perseguire sono da un lato quello di mantenere e ampliare la validità ecologico-funzionale e politico-economica della Rete Natura 2000, dall’altro quello di tutelare e gestire correttamente gli ambienti naturali e seminaturali esterni alla Rete Natura 200.

L’Italia ha fatto molti progressi in questi ultimi decenni nell’attuazione delle Direttive Habitat e Uccelli, in linea con quanto richiesto dall’obiettivo 1 della Strategia Europea per la Biodiversità. Le due direttive, che rappresentano i principali pilastri della politica comunitaria e nazionale in tema di conservazione della biodiversità, hanno non solo sancito alcuni principi fondamentali, ma hanno anche contribuito ad indirizzare le scelte e le azioni di conservazione per le specie e gli habitat di Interesse Comunitario.

I reporting periodici che le Direttive impongono agli Stati Membri (ai sensi degli art. 17 Dir. Habitat e art. 12 Dir. Uccelli), riportano informazioni rilevanti sullo stato di conservazione di specie e habitat, sui trend, sulle pressioni e sulle azioni di conservazione.

L’Italia spicca nel panorama europeo per ricchezza di specie e habitat di Interesse Comunitario. Tale ricchezza, accanto alla forte pressione antropica esercitata da una densità di popolazione tra le più alte in Europa, mette in luce la nostra grande responsabilità in termini conservazionistici.

Il decreto attuativo italiano della Direttiva (DPR 357/97) assegna al Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare il compito di redigere questi report nazionali, utilizzando i dati di monitoraggio trasmessi da Regioni e Province Autonome. Il Ministero attribuisce a ISPRA un ruolo di coordinamento nella raccolta dati e nell’elaborazione dei report.

Già con l’ultimo report trasmesso alla Commissione dall’Italia nel 2013 per entrambe le Direttive, ma ancor più con il futuro report, da consegnare nel 2019, l’impostazione definita in ambito comunitario ha subito una svolta importante ponendo tra gli obiettivi l’analisi, sempre più dettagliata, dell’evoluzione nel tempo dello stato di conservazione delle popolazioni delle specie e degli habitat, attraverso confronti fra cicli successivi di rendicontazione. L’ottica è quella di supportare più efficacemente le scelte gestionali e di identificare le misure di conservazione più adeguate.

Nell’ultimo report italiano per la direttiva Habitat (relativo al periodo 2007-2012) è stato rendicontato lo status di 113 specie vegetali, 225 specie animali e 132 habitat; purtroppo è emerso uno stato di conservazione sfavorevole, e prospettive future negative, per circa il 50% delle schede di valutazione delle specie e per il 67% delle schede degli habitat (Ispra Rapporti 194/2014). Anche l’avifauna italiana considerata nell’ultimo reporting (relativo al periodo 2007-2012) presenta numeri importanti, con 306 popolazioni di 277 specie rendicontate (Ispra Rapporti 2019/2015), che mostrano però anch’esse percentuali troppo elevate di status e trend sfavorevoli.

Tali risultati, emersi dai report nazionali, non rispondono solo ad un impegno derivante dalla normativa europea, ma costituiscono uno strumento che deve essere utilizzato per meglio indirizzare l’impegno nella conservazione delle specie di fauna e flora e degli habitat minacciati, rari ed endemici presenti nel nostro Paese.

Un’efficace sorveglianza di specie e habitat da tutelare a livello Comunitario e l’efficienza della relativa rendicontazione e conservazione, richiedono un grande sforzo di coordinamento tra enti nazionali e locali competenti e mondo della ricerca, oltre che ingenti risorse ed impegno per i monitoraggi.

Per questo nel 2016 l’Italia si è dotata di manuali per il monitoraggio ai sensi della Direttiva Habitat (Ispra MLG 140/2016; 141/2016, 142/2016) con l’obiettivo di creare una base metodologica comune, di rispondere in maniera sempre più efficace alle richieste in ambito europeo e di migliorare la comparabilità dei risultati nel tempo.

Altri progressi sono stati compiuti a livello europeo e nazionale sul tema specie esotiche, o aliene, ovvero quelle specie trasportate dall’uomo, in maniera volontaria o accidentale, al di fuori della loro area di origine. La Cbd già individua le specie aliene come una delle principali minacce alla conservazione della biodiversità e indirizza le Parti a prevenirne l’introduzione e mitigarne gli impatti. Inoltre, a livello europeo è stata significativa l’entrata in vigore del Regolamento Ue 1143/2014 del Parlamento Europeo e del Consiglio sull’introduzione e diffusione delle Specie Aliene Invasive (Ias) e l’adozione nel 2016 della lista di Ias di Rilevanza Unionale. A livello italiano la normativa si è adeguata a tale regolamento con un Decreto Legislativo, entrato in vigore nel febbraio 2018; tale decreto pone le basi nella politica nazionale sul tema del contrasto alle Ias ed individua i soggetti competenti nelle azioni di prevenzione, controllo, eradicazione, monitoraggio e sorveglianza previste dal regolamento.

(Fonte Ispra)