Piaccia o no il vento di Greta c’è

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Greta Eleonora Thunberg Ernman
Greta Eleonora Thunberg Ernman

Speriamo che questo movimento sappia difendersi da tutto ciò e mantenga la sua freschezza, anche senza dover necessariamente indicarci la strada da seguire e pretendendo soltanto che la si trovi. Perché è vero, noi sappiamo bene qual è, anche se non ci piace molto, e non possiamo fare finta di attendere che siano loro a dircela

Nell’attuale variegato, e per certi versi immobile, scenario politico associativo, un bel giorno compare una ragazzetta svedese di 16 anni, Greta Eleonora Thunberg Ernman. Con le sue trecce, si piazza ogni santo giorno, in orario scolastico, avanti al parlamento del suo paese, seminascosta dietro un cartello che recita «Skolstrejk för klimatet (Sciopero della scuola per il clima)».

All’inizio non se la fila nessuno, ovviamente, ma qualche media più scaltro fiuta l’affare, e comincia a far girare quell’immagine. Nel giro di poche settimane monta la marea mediatica mondiale, a sparare quella faccina seria seria sulle copertine e nei notiziari, a parlare di lei, del suo coraggio e della sua leggera malattia, a intervistarla e farle dire che cosa sta chiedendo, e a chi. E nel giro di poco in tutto il mondo si inizia a scioperare da scuola il venerdì e a manifestare in piazza, chiedendo che si faccia qualche cosa per il clima. Ghiotta occasione per vecchi e nuovi personaggi, di tutte le possibili colorazioni e provenienza, di rendersi visibili in piazze e cortei, sulle tv e nelle testate locali e nazionali, confusi fra le folle.

Sì, perché la connotazione squisitamente apolitica e non ideologica del movimento montante ben si presta a questi tentativi di infiltrazione, nella prima fase. Mentre scriviamo, il fenomeno è in crescita, nonostante, dopo la fiammata mediatica iniziale, siano partite le vulgate demolitrici all’indirizzo della povera Greta, di chi sciopera e di chi sostiene il movimento. La Thunberg viene ritratta come una marionetta strumento di disegni di vario genere, dalla spregiudicata propaganda di sua madre a vantaggio di un suo libro di prossima stampa, alla strategia della finanza globale per costringere gli stati a indebitarsi ulteriormente, adottando costose strategie «anticlima». Col corredo di immagini denigratorie della teenager che usa posate in plastica e insulti social di ogni genere ai giovani che scioperano.

Sta di fatto, però, che il «vento di Greta» un bel po’ di scompiglio negli assetti del mondo ambientalista lo sta portando e patetici appaiono i tentativi di qualcuno di usarlo per «gonfiare le sue vele». Le scene di attivisti delle associazioni «riconosciute» che cercano di deviare le manifestazioni del venerdì verso la pulizia delle spiagge o verso la lotta alla plastica (per carità, validissima cosa) la dice lunga sullo sbandamento in merito che stanno subendo I protagonisti storici delle battaglie ecologiche.

Ma che vogliono questi ragazzi? Lasciando perdere le ritrite litanie sul loro voler marinare la scuola, che lasciamo agli stupidi in malafede, c’è da rilevare che forse non lo sanno bene neanche loro. A guidarli spesso è un’indistinta istanza di cambiamento, che solo talvolta, saldandosi a vertenze locali o nazionali già avviate, identifica chiare richieste e interlocutori ben definiti. E ciò appare insito proprio nella parola d’ordine di base che permea il movimento: fate qualche cosa per il clima. Ma fate chi? E che cosa in particolare? La logica è stringente e l’interlocutore siamo noi, le generazioni precedenti alla loro: «voi avete creato il danno e voi dovete riparare; come? lo sapete voi, non dobbiamo dirvelo noi». Quindi «restituiteci il futuro che ci avete rubato, e fatelo a spese vostre». Non fa una piega! Peccato che «noi» non ci pensiamo proprio a cambiare tutto, per restituirgli un futuro che non vediamo neanche per noi stessi, e la faccenda rischia di bloccarsi sul classico fallo tu, no, tu. Un paradiso per ogni sorta di infiltrazione. E giù richieste a Greta e ai suoi referenti nel mondo di accreditamento e certificazione di «sostenibilità climatica» da parte di grandi e piccoli speculatori: dai biogassificatori e biocombustori seriali ai produttori di bioplastiche, dai costruttori di sedicenti ecovillaggi ai produttori di ecoauto a metano e via eco-così.

Speriamo che questo movimento sappia difendersi da tutto ciò e mantenga la sua freschezza, anche senza dover necessariamente indicarci la strada da seguire e pretendendo soltanto che la si trovi. Perché è vero, noi sappiamo bene qual è, anche se non ci piace molto, e non possiamo fare finta di attendere che siano loro a dircela.

 

Massimo Blonda